MissiOnLine.org Bangladesh / L'esperienza di un ostello per giovani studenti «La mia grande famiglia» , Asia, Bangladesh, Religioni Centoventi ragazzi di varie etnie e religioni condividono lo stesso tetto e lo stesso desiderio di studiare. Che si sta realizzando grazie a un missionario del Pime

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Le conclusioni del SINODO PER L'AFRICA, la riflessione sui MISSIONARI IN VIA DI ESTINZIONE?, il vero volto del DRAMMA PROSTITUZIONE, il rapporto tra CRISTIANI E MUSULMANI: alcuni grandi temi da tenere d'occhio per capire il mondo di oggi.



La rivistaDicembre 2006 n.10
La frontiera maledetta


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12/11/2006   
Bangladesh / L'esperienza di un ostello per giovani studenti
«La mia grande famiglia»
di Fabrizio Calegari
Centoventi ragazzi di varie etnie e religioni condividono lo stesso tetto e lo stesso desiderio di studiare. Che si sta realizzando grazie a un missionario del Pime

«Passa! Passaaa!», grido a Sontus che non ne vuole sapere di dare la palla. Mi pento subito di averlo fatto, perché sbraitare mentre corro mi toglie il poco fiato che ho. Finalmente recupero il pallone e lo allungo a Shumon, che corre sulla fascia e si accentra al limitare dell’area, lasciando partire un diagonale per Gabriel. Tocco di piatto destro e palla alla sinistra del portiere, bloccato sul posto. Approfitto dei festeggiamenti per  defilarmi e sedermi a bordo campo, esausto, sotto un albero.
Un gruppetto di ragazzi mi circonda. Commentiamo la partita e le prestazioni di alcuni, prendendo in giro Prontish, che corre con il petto in fuori, tipo galletto. Joseph, 12 anni, mi si accuccia accanto e strofina la testa contro il mio braccio. Lo prendo sotto l’ala e lo stringo un po’ per coccolarlo. Una ragione c’è. Il fratellino di tre anni è morto qualche giorno fa, annegato nello stagno, in un metro d’acqua. Un bambino bellissimo e vivace.
Sono andato al loro villaggio per il funerale ed è stato straziante. Quando sono entrato nel piccolo cortile della casa in fango, c’era già molta gente radunata, gli uomini e le donne in gruppi separati. La mamma e la sorella maggiore, quando mi hanno visto, si sono lasciate andare a un pianto violento e a grida isteriche. Si sono gettate per terra e mi hanno afferrato i piedi, guardandomi con le loro facce stravolte. Anche altre donne facevano da coro, amplificando questo rito del dolore che è il loro modo di elaborare il lutto. Il padre, al contrario, sedeva piangendo senza strepiti, ma si capiva che era distrutto. Sotto la veranda, il corpo del piccolo Joy Agustin era circondato dai parenti che lo stavano ungendo secondo l’usanza dei tribali santal. C’erano anche i vicini di casa indù e musulmani, che partecipavano al lutto, specie le donne. Scosso dal contesto che mi turbava e ricordando la festa che Joy mi faceva ogni volta che venivo, durante la Messa mi ha preso una commozione profonda che non ho neppure cercato di nascondere. Da tempo ho imparato che non tutte le lacrime sono un male.
Adesso che Joseph è qui a cercare un po’ di consolazione, non posso negargliela. Tanto più che non capita mai: non c’è l’abitudine a cercare o a dare gesti d’affetto, non è nella loro cultura.

 

La partita prosegue, tra le urla del tifo e qualcuno che canta. Francis mi raggiunge sotto la pianta con in mano un libro che mi porge: «Lo ha letto?», mi dice, mostrandomi Ventimila leghe sotto i mari, versione bengalese. Figuriamoci, Verne l’ho divorato da ragazzo. L’occasione è troppo ghiotta per non avventurarmi nei dettagli delle trame degli altri suoi libri che abbiamo in biblioteca. È come mettere un’esca sull’amo: i ragazzi abboccano subito, le facce che ho davanti e gli occhi dilatati mentre ascoltano del capitano Nemo o del viaggio al centro della terra, promettono di assaltare lo scaffale alla prima occasione. La biblioteca l’abbiamo aperta un anno e mezzo fa, insieme alla cappella, entrambe piccole ma funzionali. D’altronde, altro spazio non c’era. Le ho volute fortemente perché credo che siano indispensabili per la formazione degli studenti che vivono nel  nostro ostello intitolato a san Filippo, ognuna con la sua specificità. La prima per aprire la mente, la seconda il cuore.
C’è voluto un po’ di tempo prima di realizzarle, ma adesso godo nel vedere come i ragazzi le utilizzino. In biblioteca li trovo sdraiati per terra, seduti sulle sedie, appoggiati al muro o sui gomiti, mentre divorano libri, cartine geografiche, scientifiche, mentre affondano gli occhi nelle illustrazioni del National Geographic, pur senza capire nulla di un inglese troppo difficile per loro. Naturalmente fioccano le domande su una quantità di argomenti. Abbiamo raccolto circa 800 titoli tutti in bengalese e alcuni volumi di enciclopedia per ragazzi in inglese, dove almeno ci sono belle illustrazioni colorate, indispensabili per conoscere cose mai viste. Mi dà un gusto matto vederli gioire di cose che è loro diritto godere. Mi pare un atto di giustizia nei loro confronti.
La cappella la tengo meno d’occhio, nel senso che non vado a vedere chi c’è dentro. Voglio che si sentano completamente liberi nel loro rapporto con il Signore Gesù, senza sentirsi controllati. Mentre passo davanti, vedo le loro ciabatte lasciate fuori a tutte le ore del giorno. In Asia, in qualunque tempio o casa si entri, lo si fa sempre scalzi. È un segno di rispetto per il luogo sacro nel quale si entra. Molto biblico.
Dentro abbiamo preparato un bel tabernacolo con due bassorilievi in fibra di vetro: raffigurano le scene evangeliche della lavanda dei piedi e della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Le ho scelte per il loro significato eucaristico e per mettere al centro, assieme a Gesù, anche la figura di due ragazzi: il ragazzino che offre il cesto con i pani e i pesci e l’apostolo Giovanni, un diciottenne. Ho chiesto che si vedesse lui in primo piano mentre Gesù gli lava i piedi. Due figure nelle quali i ragazzi possono identificarsi quando le guardano. Entrambi i bassorilievi e il Crocifisso, appena sopra il tabernacolo, sono opera di un giovane artista locale: un indù. Conosce il Vangelo più di tanti cristiani e ha già fornito parecchie opere alle nostre chiese sparse in Bangladesh.
Ai lati abbiamo messo due quadri: la Madonna a sinistra e san Filippo Neri, nostro patrono, a destra. Di lui conserviamo anche una reliquia, custodita in una bella scatola di ottone. Ho voluto anche una vetrata con plastiche colorate per dare atmosfera. Non è Chartres, ma al tramonto fa la sua bella figura!

 

Per i nostri studenti è stata una grande sorpresa; non ho lasciato entrare nessuno fino all’inaugurazione. Poi mi sono goduto lo spettacolo: «Quando i bambini fanno ooh…», poteva benissimo fare da colonna sonora.
I ragazzi adesso hanno un luogo «bello» dove possono incontrarsi con il Signore Gesù e crescere nella sua amicizia. E anch’io ho un posto dove posso finalmente insegnare loro a pregare. Forse non è un caso che qualche giorno fa Rupen, un oraon di 11 anni con un’anima trasparente, mi abbia detto: «Non ero abituato a stare da solo davanti a Gesù. In genere preghiamo sempre insieme. Un po’ avevo paura. Adesso mi piace tantissimo. Non riesco a non entrare almeno due o tre volte al giorno». Questo, più di qualunque altra cosa, li farà crescere.

 

Vedo arrivare Proshonno; lo stavo aspettando per l’aggiornamento. «E allora?», gli chiedo con un filo d’ansia. «Si è scusato!», mi risponde, senza nascondere un po’ di meraviglia. I ragazzi esultano. Ieri il professore di agricoltura lo ha picchiato con la verga. Oltretutto senza una ragione valida, ammesso che ne esista una. I segni sul braccio sono evidenti. Niente di strano in Bangladesh, lo fanno la maggioranza dei professori. Tanto normale che nessuno dei ragazzi si è mai sognato di lamentarsi. Le prendono e tacciono. Io l’ho scoperto per caso. E anche quando li ho invitati a raccontarmi queste cose, c’è n’è voluto di tempo perché lo facessero. Temono ritorsioni. Stavolta però mi hanno detto subito cos’era accaduto. Ho parlato personalmente con il professore e ho preteso le sue scuse. Adesso che lo ha fatto, i ragazzi sanno che è loro diritto rivendicare un trattamento diverso. È una battaglia di giustizia lunga e dura perché, senza fare guerre inutili, cambiare un costume radicato è difficile.
A sdrammatizzare ci pensa Shemol: «Ci canta qualcosa?», mi domanda. I bengalesi vanno matti per il canto. «Quella che stava cantando stamattina», insiste. Capirai. Ne avrò cantate una dozzina almeno. Anche il canto, come il calcio, è una passione. Avvio le basi musicali e canto a squarciagola. Certo, ci fossero Mario e gli amici si farebbe una jam-session, ma bisogna accontentarsi. I ragazzi mi ascoltano da sotto la finestra e da dietro la porta della camera. «Quella che sembrava un po’ triste...», prova a spiegarsi Shemol senza demordere, e alla fine capisco qual è. I’ te vurria vasà, bellissima canzone napoletana. Ne canto un pezzetto e mi ascoltano attentissimi. Acuto finale, applauso.
La sera, più ancora che la mattina, i ragazzi sono inclini alle domande e alle confidenze. E, non di rado, sono domande che riguardano la loro vita. Ma per arrivare alle questioni «nodali» c’è voluto del tempo. Sono stato a lungo sotto esame, radiografato, testato con domandine-tranello o allusive. La fiducia è una conquista, non è venduta a buon mercato. E non è data unilateralmente su tutto il fronte, ma concessa di volta in volta a seconda della necessità. Insomma, una scalata continua.

 

Ci sono, naturalmente, momenti molto intensi. Ieri sera in classe decima - quella dei più grandi, età media 18 anni - per due ore sono stato letteralmente tempestato di domande. Il tema, manco a dirlo, è «Il» tema per un adolescente (e non solo): amicizia, affettività, sessualità. Argomenti che sono un tabù nella cultura bengalese e tribale.
L’occasione del dibattito è stata innescata da un ex compagno di scuola che, proprio pochi giorni prima, era scappato con una ragazza del villaggio. Entrambi cristiani-cattolici. Qui in Bangladesh la separazione tra maschio e femmina è netta, senza alcuna possibilità di contatto che non sia lo sguardo fugace, il sorriso incrociato, qualche breve parola occasionale, fuori da scuola o per strada. Mai o quasi un colloquio a tu per tu, magari appartato. Nel villaggio sarebbe già uno scandalo. A scuola le classi sono divise e anche in chiesa, a destra le ragazze e a sinistra i ragazzi. Siccome poi i matrimoni sono combinati dai rispettivi genitori, quando due si piacciono e credono di amarsi (in realtà si sono visti solo qualche volta), non trovano altra scelta che la fuga, in genere con la complicità di unparente che occulta la coppia per qualche giorno. Di fronte al «fattaccio» spesso i genitori  acconsentono alle nozze, pur senza entusiasmo.
Insomma, è stato un fuoco di fila di domande per due ore - prima con cautela, come saggiando il terreno, poi con sempre maggior confidenza - su tutti gli argomenti spinosi che un adolescente vive sulla sua pelle. Abbiamo toccato anche punti molto delicati, legati alla loro cultura e all’idea della donna, ritenuta inferiore, o addirittura una proprietà privata del maschio.
Li guardo e mi stupisco nel vederli crescere, dentro e fuori, adolescenti con i brufoli e i primi baffi, i desideri che nascono, i sogni di piccolo cabotaggio, la voglia di felicità che ci portiamo dentro tutti. Mi fa tenerezza vederli aprirsi alla vita, cercare ciascuno il proprio spazio, la propria identità. Li osservo in prove tecniche di seduzione, mentre si pettinano allo specchio. A volte gli sguardi si incrociano, ci sorridiamo con complicità. Un lavoro appassionante come nessun altro. Mi pare d’essere qui tra i ragazzi come il contadino che ascolta Dio maturargli il riso attorno alla casa.

 

LA STORIA
«Caro Topu, per Dio sei già suo figlio»

 

Sorpresa. Topu chiede di potermi parlare. Nella sua classe è il più brillante negli studi. Ed è quello che, quando sono con loro, non finirebbe mai di fare domande su tutto: storia, geografia, religione, scienze. Si vede che è curioso e ha sete di sapere: gli indù sono in genere più portati agli studi. Fin da piccolo Topu ha frequentato i nostri ostelli, ricevendo un’istruzione cristiana come vuole la nonna con la quale vive, dopo la morte della madre e le seconde nozze del padre, che non vede di buon occhio questo approccio troppo ravvicinato al cristianesimo. Apprezza le nostre scuole, ma la stima finisce lì.
«Come faccio a capire cosa Dio vuole da me?», mi chiede Topu. Preferisco partire da un paragone più semplice: «Quando due amici si vogliono bene, finiscono per conoscersi sempre di più e, proprio perché c’è amore tra loro, condividono le cose più belle che vivono. Così Gesù: se lo amo e cresco nella sua amicizia, Lui mi sommerge col suo amore e pian piano mi fa capire cosa desidera da me».
Mi accorgo che Topu è preso dalla commozione e non riesce a rispondere. Gli tremano le labbra mentre parla e non riesce a coordinare bene le parole, ma il senso di ciò che dice mi è straordinariamente chiaro e commuove anche me. «Io voglio essere cristiano, ma non posso essere battezzato, perché mio padre non vuole. A scuola i compagni mi dicono che sono indù, ma io rispondo che sono cristiano. Cosa devo fare? Siccome non sono battezzato, temevo che lei non mi avrebbe dato importanza», mi dice, mentre si asciuga le lacrime.
Avverto subito di trovarmi di fronte a un luogo sacro. «Dio è Padre e conosce il tuo desiderio di essere suo figlio. E sa che per l’opposizione di tuo papà non puoi per ora essere battezzato. Forse arriverà il giorno in cui sigillerai anche con il battesimo questo desiderio. Ma per Dio sei già suo figlio. Non basta un sacramento, per quanto importante, per assicurarci la nostra conversione a Gesù. Puoi pregare quando vuoi, leggere il Vangelo e soprattutto viverlo. Puoi amare, la cosa che a Gesù sta più a cuore. Chi ti può impedire di amare?». Non so quali di queste parole lo convincano, però mi sorride rasserenato e dice: «Sono contento che lei sia qui con noi». (f.c.)

 

IL PROGETTO
Un ostello per tutti

Un ostello per ragazzi delle scuole superiori, dedicato a san Filippo Neri. Padre Fabrizio Calegari, missionario del Pime, è responsabile da circa tre anni del St. Philip’s Hostel, nato oltre mezzo secolo fa con l’obiettivo di offrire ai ragazzi dei villaggi di Dinajpur, in Bangladesh, la possibilità di continuare gli studi. Attualmente la struttura ospita 120 giovani, tra i 12 e i 19 anni, provenienti da tutte le parrocchie della diocesi, e da alcune chiese di altre diocesi.
Appartengono a varie etnie: mahali, santal, oraon, kotryo, munda, bengalesi, raut. Quasi tutti sono battezzati, ma non mancano eccezioni, la maggioranza provenienti dal mondo indù. Si tratta in ogni caso di famiglie che sono in contatto con la missione e che approvano l’istruzione cristiana, anche se questo non significa che un giorno sceglieranno il battesimo.
Oltre ai ragazzi sostenuti dalle adozioni a distanza, è in corso un progetto che prevede l’ampliamento dell’ostello, con la costruzione di un nuovo fabbricato di due piani, più i servizi esterni.
Per tutto il 2006, padre Fabrizio ha accompagnato i lettori di Mondo e Missione con la sua rubrica «Prove di futuro».



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