MissiOnLine.org Brasile / La testimonianza di Ernestina Cornacchia, laica missio Preghiera e lotta , Americhe, Brasile Dalle «favelas» brasiliane, la proposta di nuove piste di impegno missionario: la formazione socio-politica e sindacale. «Bisogna imparare dalla fede semplice e forte dei poveri»

Prima pagina        Chi siamo | il PIME | Mondo e Missione | Contatti |
6

s
e
t
t
e
m
b
r
e

2
0
1
0
 

banner Fondazione Cariplo



I BLOGArmagheddo
di padre Piero Gheddo
L'ultimo post: Come rispondere alle sfide di Gheddafi

Schegge di Bengala
di padre Franco Cagnasso
L'ultimo post: Virilità

Cartoline dall’Algeria
di padre Silvano Zoccarato
L'ultimo post: Messaggio dei vescovi francesi ai cristiani d'Oriente


Solidarietà 2010

il logo del progetto

Il progetto promosso in Brasile da suor Silvia Serra e sostenuto da Mondo e Missione. Clicca qui per leggere il suo diario


GLI INDICI DI
MONDO E MISSIONE


I DOSSIER

Le conclusioni del SINODO PER L'AFRICA, la riflessione sui MISSIONARI IN VIA DI ESTINZIONE?, il vero volto del DRAMMA PROSTITUZIONE, il rapporto tra CRISTIANI E MUSULMANI: alcuni grandi temi da tenere d'occhio per capire il mondo di oggi.



La rivistaDicembre 2006 n.10
La frontiera maledetta


invia ad un amico visualizza per la stampa

12/11/2006   
Brasile / La testimonianza di Ernestina Cornacchia, laica missio
Preghiera e lotta
di Laura Badaracchi
Dalle «favelas» brasiliane, la proposta di nuove piste di impegno missionario: la formazione socio-politica e sindacale. «Bisogna imparare dalla fede semplice e forte dei poveri»

Quando si racconta, lo fa usando sempre il «noi». Un plurale che abbraccia tanti altri laici, brasiliani soprattutto, impegnati con lei tra le marisqueiras di Acupe, paesino di mare a un centinaio di chilometri da Salvador de Bahia, dove le donne all’alba restano chinate per ore a raccogliere i frutti di mare, approfittando della bassa marea. E sul protagonismo del laicato insiste Ernestina Cornacchia, da 15 anni missionaria in Brasile, partita dalla campagna mantovana e approdata nelle favelas in punta di piedi. Ascoltando in silenzio i bisogni e le richieste di chi la circondava, prima di lanciarsi a «tamponare» le urgenze che le balzavano agli occhi. Il suo chiodo fisso, dopo tanti anni, resta la formazione dei laici: «Vivono insieme alla gente e devono essere preparati, avere le fondamenta della fede. Hanno un ruolo peculiare da giocare nella missione: dalla catechesi ai ministeri straordinari dell’Eucaristia e della Parola. E non perché i preti sono pochi».
Non usa giri di parole, Ernestina. Sorriso aperto, sguardo che punta dritto negli occhi, intercala parole brasiliane a frasi dialettali. Rimasta legata alle sue origini, alla sua casa colonica nella provincia di Mantova (dove ha lavorato i campi con i suoi genitori fino a 24 anni, per poi svolgere la professione di assistente sanitaria in una Asl) sottolinea anche la necessità di una formazione più radicale per chi vuole fare un’esperienza di volontariato internazionale. «Bisogna mettersi in gioco profondamente - insiste -. Non si può fare un “turismo missionario”, che resta a livello epidermico ed emotivo. I poveri non sono fenomeni da baraccone né vanno strumentalizzati alla ricerca di un proprio riscontro: bisogna entrare nelle loro case e nelle loro vite in punta di piedi. Invece, talvolta le missioni sembrano ostelli, circoli di assistenzialismo dove i volontari laici passano e lasciano dietro di sé tanta rabbia». La rabbia dei giovani favelados che vedono ripartire per il «primo mondo» tanti loro coetanei, che hanno i soldi per pagarsi il viaggio e gli studi, mentre loro restano lì, nelle baracche, analfabeti e disoccupati.
«Sono gelosa dei “miei” poveri - aggiunge la missionaria laica -. Se qualcuno mi chiede di venire tra noi perché decide di mettersi davvero in discussione, allora lo accolgo a braccia aperte». Troppa superficialità, quindi, nell’approccio a realtà molto complesse e totalmente diverse da quella italiana: «Tramite i media, soprattutto la tv, si vede tutto e si diventa insensibili di fronte ai drammi dei Paesi impoveriti. Dobbiamo convertirci, e come laici dobbiamo essere più autentici e profondi». Ci vogliono, allo stesso tempo, «ong serie che preparino i volontari in partenza, altrimenti sono sprovveduti, si “bruciano” e con loro le comunità in cui vanno».

Parte dall’autocritica la concezione missionaria di Ernestina («Non siamo santi né noi, né i poveri, ma semplicemente persone umane che cercano di vivere il Vangelo»), allargandosi poi alle comunità di base, «per le quali la primavera è trascorsa» e che sono alla ricerca di nuovo smalto e vigore nell’annuncio. Ma accanto all’evangelizzazione c’è un altro chiodo fisso: la formazione, il lavoro di «coscientizzazione del popolo, del fatto di essere cittadini con diritti precisi. Se tornassi indietro, investirei di nuovo a tutto spiano le energie sulla formazione socio-politica e sindacale - confida la missionaria -. Perché con una mano aiuti, con l’altra rivendichi. Altrimenti certe forme di carità assistenzialistica sono peggiori della carestia».
Occorre coniugare, quindi, «preghiera e lotta, silenzio e azione». Lo hanno capito e imparato negli anni gli abitanti del Bairro de la paz, gigantesca favela dove Ernestina ha vissuto: una distesa di baracche tra il mare e l’autostrada, che faceva gola a molti affaristi senza scrupoli, convinti di poter radere al suolo la baraccopoli e costruirci impianti turistici. Ma i gruppi di muradores, eletti per rappresentare il popolo dei favelados presso i responsabili politici di Salvador, hanno esercitato pressioni continue. E hanno vinto: sei anni fa nel bairro (dove vivono 45 mila persone, un numero che si è quadruplicato in 15 anni) è stata «festeggiata» la prima tappa di urbanizzazione dell’area, con l’arrivo degli allacci e delle infrastrutture per luce, acqua, fognature, strada. Prima tutti abusivi e clandestini. Sono nate le scuole, dalla materna alle professionali, frequentate da centinaia di bambini e ragazzi; qui - sostenuta dai missionari - ha studiato Manuela, che oggi ha quasi 18 anni e ha raggiunto il sogno di diventare cuoca. Ora potrà lavorare in città, negli alberghi che accolgono migliaia di turisti occidentali, e indossare con fierezza l’abito bianco e il turbante da «bahiana», costume tradizionale che si richiama in alcune forme alle lontane origini africane. Altre sue coetanee hanno potuto frequentare il ciclo scolastico in favela e ora insegnano, oppure fanno le cameriere negli hotel di lusso della costa. Si chiama Mary, invece, la prima laureata della favela: ha concluso felicemente il corso di laurea in pedagogia, dopo aver insegnato per anni nelle scuole comunitarie; ora insegna nella scuola della favela ma ha la possibilità di diventarne direttrice, in futuro, oppure di fare il concorso pubblico. Con il titolo raggiunto avrà sempre la possibilità di lavorare. E altre quattro studentesse stanno per raggiungere lo stesso obiettivo.

In un contesto difficile, segnato spesso dalla violenza e dalla lotta per la sopravvivenza, bisogna fare i conti con le emergenze e con le rivendicazioni sociali, adottando uno stile di «immersione totale». La parrocchia è sorta nel ’99 in questo crocevia complesso ed è stata «battezzata» con un nome più che significativo: «Madonna della Pace». La frequentano «persone con una fede semplice, ma molto profonda, anche se siamo chiamati a confrontarci con antiche tradizioni di sincretismo religioso e culturale - testimonia Ernestina -. Bisogna tener conto delle loro radici, della loro umanità».
Infatti Salvador de Bahia, capitale dello stato più africano del Brasile, è la patria del candomblé (rituale religioso afro-brasiliano) e della capoeira (danza che deriva dalle antiche lotte degli schiavi africani). L’arcidiocesi di Salvador (quasi tre milioni di abitanti, due terzi dei quali arrivati nella cintura della metropoli con il massiccio esodo dalle campagne) conta oggi 130 parrocchie. «Ma ha perso la spinta profetica di un tempo, forse appannata dai grandi movimenti ecclesiali», osserva la missionaria, da anni collaboratrice di sacerdoti fidei donum inviati dalla diocesi di Bologna. «È un continuo adattamento. I brasiliani sono pazienti, ci accettano. Noi alla fine dobbiamo diventare inutili, loro devono essere protagonisti. Bisogna ascoltarli, non bisogna avere fretta nel coinvolgerli. E farli crescere in dignità», afferma convinta.
La riforma agraria, di fatto, non è avvenuta. Nonostante il presidente Lula e la sua «visione sociale più aperta e la sua decisione politica di occuparsi dei poveri, favorendo l’agricoltura familiare con il microcredito», commenta Ernestina. I latifondisti hanno il coltello dalla parte del manico e continua l’esodo dalle campagne da parte di agricoltori che vengono a cercare di rifarsi una vita nelle aree urbane. Una situazione sempre più drammatica, di fronte alla quale la Chiesa brasiliana ha preso posizione con alcuni documenti importanti e forti. «Ma gli anni di dom Helder Camara, dei profeti sferzanti, sono finiti: abbiamo perso figure di vescovi che denunciavano con grinta le ingiustizie e avevano un peso nella questione sociale».
La missionaria pensa anche a mons. Gianfranco Masserdotti: comboniano di origine bresciana, vescovo di Balsas (nello Stato del Maranhão) e presidente dal ’99 del Consiglio indigenista missionario (Cimi), è morto il 18 settembre scorso investito da un’automobile. Secondo Ernestina, alcuni messaggi profetici del Vaticano II sono ancora tutti da attuare, compresa l’enciclica Populorum progressio di Paolo VI, «attualissima nella sua analisi della realtà dal punto di vista sociale, ma ancora da realizzare sul piano pratico».

Tuttavia, i semi della fede continuano a crescere, nonostante ritardi e silenzi in ambito ecclesiale. E malgrado il proliferare delle sètte, che «nella povertà e nella miseria riscuotono successo: promettono di far star bene, e chi sta male si lascia spesso sedurre, con una buona dose di fatalismo. Così si indebolisce la presa di coscienza di un popolo rispetto ai propri diritti».
Altro aspetto critico è rappresentato dalle comunità di base: «Non hanno retto all’impatto con la globalizzazione, che ci ha storditi tutti. La gente è attratta dal consumismo veicolato dalla televisione, che invade anche le favelas e i quartieri più poveri, dove il potere d’acquisto non esiste ma vengono presentati in maniera allettante, anche dalle telenovelas, i più svariati beni di consumo». Quindi per realizzare progetti che restino, ci vuole una programmazione a lunghissimo termine che vada a trasformare certi meccanismi atavici di rassegnazione o di fatalismo: «Ci vogliono cinque anni per impiantare un progetto, altrettanti per consolidarlo e per consegnarlo nelle mani del popolo locale».
Ad Acupe vive da sempre una comunità di cattolici ormai consolidata, in cui è più facile promuovere momenti di aggregazione: «Le persone si conoscono tutte; non come in favela, dove le famiglie arrivano da ogni parte e il lavoro d’integrazione risulta molto più complesso e lungo», riferisce la missionaria. Nel paesino a qualche chilometro dall’oceano, sono le madri marisqueiras a trasmettere la fede ai figli: «I bambini respirano in casa il senso religioso; le donne sono le protagoniste: sostengono la famiglia e rappresentano il punto di riferimento per i figli. I mariti pescatori spesso sono assenti, praticano la poligamia e abusano di alcol». Sposate a 15 o 16 anni, con cinque o sei figli in media, queste giovani brasiliane «vivono la loro sofferenza con coraggio, lo stesso con il quale affrontano le difficoltà. Un atteggiamento che testimonia una fede forte, radicata nel quotidiano, che ha molto da insegnare. È un messaggio per noi: non hanno niente, eppure non si lamentano. Quando vengo in Italia, incontro tante persone che hanno tutto ma non fanno che lamentarsi».

Dalla condivisione con questa gente Ernestina ha ricevuto «un arricchimento spirituale enorme: mi hanno insegnato ad andare all’essenziale; ringrazio tutti i poveri che mi hanno aiutato a vivere la sobrietà senza tanti discorsi, nel quotidiano». Mai ripensamenti, crisi, voglia di tornare indietro? «Per me partire in missione ha significato realizzare un grande sogno, che coltivavo fin dalle scuole medie - confida -. Certo, le difficoltà non mancano; si fa sempre un po’ di poesia quando si inizia questa avventura, ma è quasi necessaria, altrimenti non si fa il salto. Però provo ancora l’entusiasmo dei primi tempi, seppure con un maggiore realismo».

LE INIZIATIVE
Obiettivo educazione
Dai corsi di taglio e cucito ai laboratori di falegnameria e serigrafia; dall’ambulatorio al consultorio e alla farmacia, che vende a prezzi popolari medicine preparate con le erbe del posto. E, soprattutto, tante escolinas, scuole materne frequentate da 400 bambini, mentre i corsi professionali (alberghieri, informatici, elettronici, avviati nel ’95) contano 900 allievi. Realtà nate nel Barrio de la paz, baraccopoli alla periferia di Salvador de Bahia, da Ernestina Cornacchia, 62 anni. Missionaria laica, originaria della diocesi di Mantova, ha fondato anche una radio comunitaria trasmessa da una cinquantina di altoparlanti, che diffonde notizie utili, informa sugli avvenimenti della comunità, insegnana un po’ di educazione sanitaria, valorizzando così la sua esperienza in una Asl di Mantova per due decenni fino alla pensione, e anche per quattro anni (dal 1984 al 1988) in Ruanda.
A Chapada del Rio Vermelho, una piccola favela di 3.500 persone a una decina di chilometri dal centro della metropoli brasiliana, la missionaria segue il Centro de formacão Cristo e vida, centro diurno di formazione per circa 661 ragazzi tra i 7 e i 17 anni. Oltre al vitto, la struttura garantisce ai ragazzi alfabetizzazione di base, sostegno scolastico, corsi di informatica e di formazione professionale, corsi di teatro e attività espressive, corsi di educazione civica per sentirsi cittadini con diritti e doveri. Scopo di questa iniziativa è quello di tenere i ragazzi lontani dalla strada, occupandoli tutto il giorno (oltre che con la scuola e lo studio) con diverse attività, tra le quali un laboratorio di informatica e corsi professionali, per diventare parrucchiere, manicure, grafico, scenografo, sfruttando i talenti artistici che molti manifestano soprattutto attraverso la passione per il teatro. Non mancano i corsi di capoeira, la danza di origine africana che simula una lotta.
Oggi Ernestina vive nel distretto di Acupe de Santo Amaro, nella baia di Todos Los Santos, dove insieme alle raccoglitrici di molluschi (marisqueiras), che rappresentano il 90 per cento delle lavoratrici, sta realizzando un progetto di sostegno con cooperative, corsi di alfabetizzazione e di formazione, puntando a raggiungere 150 donne. Anche qui la missionaria ha aperto scuole sia per i bambini che per gli adolescenti. Non solo: sono state aperte piccole cooperative che realizzano oggetti di artigianato in legno e in stoffa, quadri, prodotti alimentari derivati dalla frutta (marmellate, dolci, liquori), per favorire l’inserimento lavorativo di tanti giovani. Senza dimenticare i progetti di avvio alle nuove tecnologie. (L.Bad.)



invia ad un amico visualizza per la stampa

Vedi anche
21/07/2006 Brasile / La testimonianza di Luis Tenderini e dei suoi «trapeir
Emmaus formato Americhe
di Paolo Brivio
02/01/2006 Brasile / La testimonianza di padre Maurilio Maritano
Se in favela sboccia la pace
di Gerolamo Fazzini
08/02/2005 Brasile / La vicenda missionaria di mons. Manzana
Un montanaro nel sertão
di di Diego Andreatta
08/03/2005 Brasile / Assassinata una suora nel Pará
In morte di suor Dorothy, missionaria dei «sem terra»
30/09/2005 Brasile / Referendum sul commercio delle armi
I vescovi: no alla giustizia fai-da-te
di di Fabrizio Mastrofini


Copyright © PIMEdit Onlus - Cod. fisc. e P. Iva n. 11970250152. Tutti i diritti riservati.
E' permesso l'uso personale dei contenuti di questo sito web solo a fini non commerciali. Riproduzione, pubblicazione, vendita e distribuzione dei contenuti del sito possono avvenire solo previo accordo con l'editore PIMEdit Onlus. Le foto presenti su MissiOnLine.org sono di proprietà dell'archivio fotografico PIMEdit Onlus oppure attinte da Internet e sprovviste dell'indicazione di copyright. Qualora soggetti o autori di immagini fossero contrari alla pubblicazione, si provvederà- accogliendo la loro segnalazione - alla rimozione delle stesse.
Direttore responsabile: Gian Paolo Gualzetti - Direttore editoriale: Gerolamo Fazzini
Web Design www.horizondesign.it