| Chi siamo | il PIME | Mondo e Missione | Link | Contatti

Vedi anche
12/11/2006 Introduzione allo speciale
La frontiera maledetta
di Alessandro Armato
12/11/2006 Un reportage trasformatosi in tragica avventura
Io, giornalista in cella coi migranti
di Alessandro Armato
12/11/2006 Intervista all'autore di «Ossa nel deserto»
Quelle donne sparite nel nulla
di Alessandro Armato
12/11/2006 Lungo il confine aumentano controlli e barriere
Il muro della vergogna
di Alessandro Armato
08/03/2005 Intervista / Padre Tentori racconta la sua avventura messicana
I fantasmi di Ciudad Juárez
di di Chiara Zappa
12/11/2006 La testimonianza di padre Pedro Pantoja
Una casa amica
di Alessandro Armato
A Saltillo, a pochi chilometri dalla frontiera, la Casa del migrante è spesso l'ultima tappa per migliaia di disperati, che sognano gli Stati Uniti

Muro di cinta e filo spinato dividono la Posada del migrante Belén di Saltillo dal resto della città. Dentro ci sono un centinaio di centroamericani che si rimettono in forze - nel corpo e nello spirito - prima di riprendere il loro avventuroso viaggio verso gli Stati Uniti. Hanno i vestiti sgualciti e le scarpe consumate, sono visibilmente stanchi e psicologicamente provati, ma una volta tanto non hanno addosso l’angoscia di avere alle calcagna tutte le polizie del Messico. La Posada Belén è l’unico centro di accoglienza per migranti del Messico a godere ufficialmente di una protezione giuridica. Qui l’esercito, la polizia o la migra non possono entrare. Di fatto, però, anche le altre Case del migrante disseminate sul territorio nazionale godono di una specie di «extraterritorialità»; in seguito a pressioni della Chiesa e delle organizzazioni di difesa dei diritti umani sono diventate «zone franche» dove la caccia al clandestino, fuori implacabile, viene temporaneamente sospesa.
Quando lo visito, c’è il sole e l’atmosfera è serena. Qualcuno scopa per terra, qualcuno stende i panni, qualcuno cucina, qualcuno discute seduto fuori in giardino. Le faccende domestiche vengono divise equamente tra gli ospiti e tutti hanno gli stessi diritti e doveri. I migranti possono restare fino a un massimo di tre giorni e poi, salvo casi eccezionali, devono riprendere il loro viaggio. Quando arrivano trovano un tetto, un letto, del cibo caldo, coperte, medicinali, visi amici, rispetto, comprensione. Cose semplici, ma essenziali per chi da settimane vive braccato e lontano da tutti i suoi affetti, per chi è sospeso in un presente di continua incertezza, tra un passato che non c’è più e un futuro che non c’è ancora. Questa, inoltre, può essere l’ultima occasione per contattare le loro famiglie e farsi mandare del denaro per continuare il viaggio. Gli Stati Uniti sono a poche centinaia di chilometri e per molti Saltillo è l’ultima tappa.
Padre Pedro Pantoja è un sacerdote incredibilmente energico e con due mani enormi. È lui che cinque anni fa ha fondato questa casa e da allora la manda avanti con la collaborazione di una suora e di alcuni volontari, provenienti dalle diverse università del Paese. Per prima cosa, padre Pedro mi fa notare che l’ubicazione non è casusale: «A pochi metri da qui - spiega - passa la ferrovia lungo la quale viaggiano i migranti e proprio qui a fianco c’è una stazione della polizia dove prima venivano rinchiusi e picchiati i migranti che venivano catturati lungo la ferrovia».
«Questo è un corridoio strategico - continua -. I treni che arrivano da San Luis Potosí passano giorno e notte e i migranti scendono dietro quelle montagne là in fondo, perché qui stazionano le guardie. Arrivano in città a piedi e tutti gli abitanti del posto ormai sono nostri complici. All’inizio non accettavano la Casa del migrante - Saltillo è una città molto razzista e discriminatoria - ma adesso collaborano con noi. E addirittura qualcuna delle guardie che prima li picchiava adesso li protegge».
Belén fa parte di un progetto più ampio, denominato «Frontiera con giustizia». Oltre a tutta la strategia di protezione integrale del migrante, il progetto si occupa della relazione con il governo, le università e gli organismi della società civile. A lavorare è un’équipe di professionisti: avvocati, assistenti sociali, psicologi… Gli stessi migranti coordinano certi settori.

Molta importanza viene data alle questioni giuridiche e alla difesa dei diritti. «Non c’è nessun migrante a cui non siano stati violati i diritti - dice amaro padre Pedro -. Il nostro progetto è cominciato vedendo la disperazione che provavano le donne quando venivano violentate e picchiate, ma soprattutto vedendo gli omicidi che venivano commessi impunemente. Una volta hanno ucciso a colpi di fucile due ragazzini honduregni. Non erano nemmeno sui treni. Erano sdraiati, addormentati, di notte, quando è arrivata una guardia e li ha uccisi. Abbiamo denunciato l’assassino. L’abbiamo mandato in carcere. Ma disgraziatamente la giustizia e i tribunali l’hanno lasciato libero, dichiarandolo malato di mente. Siamo ricorsi in appello e presto ci sarà il processo presso la Corte ibero-americana dei diritti umani. Vedremo come andrà a finire».
I principali nemici dei migranti, tuttavia, sono le guardie private che hanno il compito di controllare i treni su cui viaggiano. Li chiamano garroteros, letteralmente «randellatori». Fanno parte di un’impresa di sicurezza privata, assunta direttamente dalla compagnia ferroviaria, la Ferromex. Sono impiegati, non poliziotti ufficiali. E sono proprio loro che commettono le maggiori violazioni contro i migranti, anche se in realtà tutti hanno delle responsabilità.

Padre Pedro ha ancora impressa nella memoria la barbara uccisione di un ragazzo di nome Ismael commessa dai garroteros: «Una volta hanno sorpreso tre migranti e hanno iniziato a prenderli a sassate. Ne hanno ucciso uno, Ismael, rompendogli la testa con un masso. Gli altri sono stati feriti gravemente. Con queste stesse mani - le apre facendole vibrare intensamente - ho imprigionato le guardie e adesso abbiamo vinto il processo. Le guardie sono state condannate a otto anni di prigione».
I migranti - uomini, ma soprattutto donne e bambini - sono persone estremamente fragili ed esposte a qualsiasi tipo di abuso e di sopraffazione. Senza casa, senza parenti, senza amici, senza denaro, perseguitati da tutti pur non avendo fatto nulla di male, con gli occhi che si inumidiscono subito al ricordo dei propri cari, queste persone ridotte quasi al nulla sono davvero gli «ultimi» del Vangelo. Nel cortile della casa, appena oltre la rete metallica del cancello, c’è una stele di pietra con un mural che rende bene questa idea. Rappresenta un gruppo di migranti sorpresi dalla polizia in una zona desertica che ricorda la frontiera nord del Messico. Sono ritratti di spalle e in mezzo a loro si distingue un uomo con una tunica bianca e i capelli lunghi. È Gesù, anche lui in cammino e senza documenti come loro. Anche lui illegale. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: Cristo vive in ogni migrante. «L’idea è stata di un migrante - dice padre Pantoja -, anche se poi a realizzarlo è stata una pittrice professionista».
Non tutti però, in Messico, condividono questa visione idealizzata del migrante. C’è parecchia gente che pensa, con poca conoscenza reale del fenomeno, che molti migranti siano delinquenti o assassini, che stanno scappando per evitare di finire in carcere nel loro Paese. «Molti si fanno passare per migranti perché così vengono aiutati - mi ha detto una volta un taxista - ma in realtà sono criminali». In alcuni casi probabilmente è vero, soprattutto quando tra i migranti compare qualche membro delle maras - le temute bande giovanili che imperversano in Centroamerica - ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di brava gente che scappa dalla povertà e cerca solo un futuro migliore. «Il problema è che sono ancora in molti a Saltillo - commenta padre Pedro - a non accettare la presenza dei migranti. I cristiani, ad esempio, credono che non sia bene assisterli perché dicono che l’illegalità è un peccato. Ma non capisco cosa facciano di illegale. Illegali sono solo il crimine e le ingiustizie».
Mi guardo intorno e osservo gli ospiti della Posada Belén. Ci sono uomini di mezza età, molti dei quali padri di famiglia, alcuni ragazzi giovanissimi e qualche ragazza particolarmente coraggiosa. «Le donne in genere sono poche - spiega padre Pantoja - perché corrono rischi maggiori durante il viaggio, ma ultimamente stanno aumentando. Prima erano l’1 per cento, adesso sono il 10 per cento».
Sono partiti tutti tempo fa - rapidità o lentezza nel raggiungere la meta sono questione di fortuna - da qualche villaggio dimenticato del Centroamerica dove non c’è futuro per nessuno, oppure dalle cinture di povertà delle città dove ugualmente mancano le opportunità. Per quasi tutti è la prima volta, ma non manca chi è al secondo o al terzo tentativo. Come Asdrubal, un ragazzino di colore di 16 anni, alto e mingherlino, con gli occhi scintillanti e il sorriso eternamente stampato sulle labbra. Asdrubal è già stato pescato tre volte dall’immigrazione mentre tentava di attraversare il confine. Conosce bene i diversi tragitti che si possono percorrere per attraversare il Messico e arrivare alla frontiera. «Come lavoro, se volessi, potrei fare la guida di altri migranti», commenta divertito.

Nel frattempo vedo un ragazzo alto e magro uscire da una stanza. Ha la manica destra della maglietta che penzola nel vuoto. Si chiama Arnulfo e viene dal Salvador. «Cosa ti è capitato?», chiedo. Arnulfo mi fissa negli occhi e mi racconta che un giorno, mentre viaggiava aggrappato a un treno merci, è stato scoperto da un garrotero. Per sfuggire alle sue bastonate si è appeso sotto un vagone mentre il treno era ancora in corsa. Ma a un certo momento non ce l’ha fatta più, ha mollato la presa ed è caduto a terra. Cadendo, il treno gli ha reciso di netto il braccio, ma è riuscito a salvarsi rimanendo schiacciato tra i binari.
È qui da sei mesi - il suo è un caso eccezionale - e sta cercando di racimolare i soldi per farsi una protesi e proseguire nel suo viaggio. «Vuoi andare avanti anche in queste condizioni?», domando. «Devo continuare - dice - perché in Salvador non avrò mai un futuro dignitoso per me e per la mia famiglia. Il problema non è il lavoro. Lavori ce ne sono, ma sono pagati malissimo. Nei nostri Paesi gli stipendi sono molto bassi. Non sono sufficienti a mantenere una famiglia. Io vengo dalla capitale. Lavoravo in una maquila coreana, dove mi pagavano cinque dollari al giorno. Di questi, due dovevo spenderli di trasporto, uno per l’andata e uno per il ritorno. Mi restavano tre dollari per mantenere i miei tre figli, per farli studiare, per comprare le medicine di cui avevano bisogno. Non bastavano. Qualche volta poi sono rimasto anche senza lavoro... Si prova un dolore terribile, come padre, sapendo che non si è in grado di mantenere i propri figli. E allora, quando uno è disperato se ne va».
La discussione ormai ha attirato molti curiosi. Tutti vogliono dire la loro. Tutti sentono il bisogno di raccontare la propria storia e di far sapere al mondo quello che hanno passato. «Questo cammino è duro - commenta Oscar, un honduregno -. Per arrivare qui abbiamo percorso migliaia di chilometri tra infiniti problemi. Abbiamo dormito sulle montagne e sulle strade. Abbiamo vissuto con la paura di essere buttati giù da un treno in corsa. Siamo stati aggrediti e derubati dalla stessa polizia. I federali mi hanno portato via tutto quello che avevo nel portafoglio. Dobbiamo passare attraverso tutto questo per arrivare negli Stati Uniti. Fortunatamente in questa casa ci sono persone che ci accolgono molto bene. Noi siamo riconoscenti verso padre Pedro e tutti coloro che collaborano con lui. Qui comunque ci sono solo poche delle migliaia di persone che vanno via dai Paesi centroamericani».

Elvis, del Nicaragua, racconta che per molti centroamericani le difficoltà cominciano prima ancora di entrare in Messico: «Noi dobbiamo passare dal Nicaragua all’Honduras, da qui al Salvador, e poi attraverso il Guatemala per arrivare finalmente in Messico. Dobbiamo camminare giorni senza sosta prima di prendere un treno. Se entri dal Chiapas lo si deve attraversare tutto fino a un posto di nome Arriada. Se invece si passa dallo Stato di Tabasco si deve attraversare prima una foresta e poi una montagna, dove girano ladri che ti assalgono e tirubano tutto». Valentino, un altro salvadoregno, s’avvicina e s’intrufola nella conversazione. «Tutto comincia con un malessere di fondo da cui si vuole uscire in qualche modo - dice -. Poi, amici o familiari che sono già negli Stati Uniti o che conoscono qualcuno là ci dicono che ci possono aiutare. E ce ne andiamo perché non ce la facciamo più. Ma anche chi non conosce nessuno, a volte, parte alla cieca. Ci mettiamo in viaggio e andiamo avanti con l’aiuto
di Dio».

invia ad un amico

visualizza per la stampa

Sostieni i Media Pime

logo Media Pime

Pime giovani Rio

anno della fede

Web Design www.horizondesign.it