«La fuga dei cervelli si combatte innanzitutto restituendo al povero la sua dignità e mettendolo in condizione di esprimere le proprie potenzialità. Prima che aiuti economici e infrastrutture, occorre investire sulle donne e sugli uomini concreti, dando loro la possibilità di riscattarsi dalla miseria. L’Economia di Comunione si muove precisamente in questa direzione».
A parlare in questi termini non è un missionario o un dirigente di qualche ong, ma un economista: il professor Luigino Bruni, docente di Economia politica alla Bicocca di Milano. Nonostante la giovane età, Bruni è uno dei teorici dell’Economia di Comunione, nata in seno al Movimento dei Focolari, e da anni coordina il progetto a livello internazionale. Mondo e Missione lo ha intervistato a fine ottobre, all’indomani dell’inaugurazione del Polo Lionello Bonfanti a Loppiano, storica località dei Focolarini italiani. È, questa, l’ultima di una serie di iniziative nate da quel sogno di «economia alternativa» che va sotto il nome di EdC, ossia «Economia di Comunione».
Come nasce l’Economia di Comunione?
Da uno sguardo di Chiara Lubich sulla realtà del Brasile. Siamo nel maggio del 1991 (lo stesso periodo della Centesimus annus): vedendo dal finestrino dell’aereo la distesa di baracche e di grattacieli, la fondatrice dei Focolari provò a immaginare un’iniziativa di carattere economico nuovo, dove la distribuzione della ricchezza avvenisse secondo i parametri del Vangelo. I poveri sono stati visti da subito come lo scopo ultimo dell’EdC: tutte le volte che una persona, una famiglia, una comunità, riesce ad uscire dall’indigenza e dalla miseria reinserendosi pienamente nella vita civile, si sta edificando, davvero, la comunione e quindi una società più umana. Viceversa, fino a quando ci sarà ancora un indigente sulla faccia della terra, la comunione sarà sempre di fronte a noi come un traguardo non ancora raggiunto.
Cosa distingue l’EdC da altri modelli di «economia solidale»?
Un tratto fondamentale, che accomuna EdC ad altre iniziative di economia solidale, sta nell’approccio al problema della povertà, visto non in una logica assistenziale, ossia dando soldi, ma imprenditoriale. In altre parole: creando lavoro. L’EdC prevede per statuto che un terzo degli utili sia reinvestito nell’impresa, un terzo destinato alla cultura (ad esempio borse di studio per i poveri) e l’ultimo terzo sia finalizzato a sostenere progetti di sviluppo per i più disagiati. Nel concreto, queste tre dimensioni sono abbastanza intrecciate e ogni realtà imprenditoriale locale le interpreta in modo specifico.
Citiamo qualche numero…
Dal 1991 a oggi in Brasile sono nate oltre 200 imprese affiliate a EdC; complessivamente garantiscono circa 50 mila posti di lavoro (alcune di esse hanno 200 dipendenti). Nel mondo attualmente sono attivi 8 poli del tipo di quello inaugurato recentemente a Loppiano. Due di essi sono in Brasile, uno dei quali (a San Paolo) dà lavoro, da solo, a centinaia di persone.
Che senso ha la creazione di un Polo?
Vorrei innanzitutto sottolineare che l’esperienza di EdC non nasce come intento di dar vita a un’isola felice, ma appartiene a pieno titolo all’esperienza del movimento, perché anche lavorare e produrre rappresenta un’espressione della comunione. Oggi, invece, si tende a separare la dimensione dell’economia da quella della vita, della polis: di qui la logica della convivenza, del bene comune, di là la ragione strumentale, l’obiettivo esclusivo del profitto… Occorre riconciliare queste due dimensioni. «Il Polo che nasce ha la stessa dignità di una cattedrale», disse una volta Chiara Lubich. E agli operai di una fabbrica spiegò: «Per voi la sirena della vostra fabbrica è come la campana del convento». Alla base del Polo c’è proprio la dimensione della comunione.
Nel caso di Loppiano?
Seimila azionisti si sono messi insieme (siamo poveri, ma siamo tanti!) e hanno costituito un capitale sociale di 6 milioni di euro. Ora il Polo è proprietario del terreno e degli edifici e affitta spazi a imprese che vogliano condividere il progetto. Nello statuto della società (EdC Spa) c’è scritto che un terzo degli utili deve andare ai poveri. Non è stato semplice codificare giuridicamente tutto questo: è la prima volta infatti che una società per azioni sceglie questa strada, ben diversa dalla beneficenza. Il polo di Loppiano in un primo tempo ospiterà 12 aziende, che a regime diventeranno 25. Esse, a loro volta, sono collegate in rete con le altre che aderiscono al progetto, in varie parti del mondo.
È molto importante per voi questa idea della «rete»…
Esatto. Noi non vogliamo essere un’oasi, ma tessere di un mosaico grande che comprende tutti coloro che hanno a cuore un’economia a misura d’uomo. Per questa ragione all’inaugurazione del Polo abbiamo coinvolto rappresentanti di Banca etica, della Compagnia delle opere, delle cooperative sociali… Del resto l’EdC nasce nell’ambito del movimento dei Focolari, ma non è certo destinata a coinvolgere solo membri del movimento.
Ad esempio?
In Brasile abbiamo avviato contatti interessanti con il governatore dello Stato del Ceará (Fortaleza) con l’obiettivo di dar vita a un progetto per un milione di contadini e creare sviluppo nella zona, in una logica di comunità (che in Brasile conosce una tradizione significativa), anziché di capitalismo individualista di marca statunitense. Si tratta, beninteso, di una vera e propria iniziativa imprenditoriale, un passo oltre l’economia solidaria, basata solo sull’artigianato, e le cooperative. Qui siamo in presenza di imprenditorialità. Questo progetto, attivo da tre anni, si chiama «Economia umana e di reciprocità» e - come dice il nome stesso - le sue basi culturali sono mutuate dall’EdC. Un’iniziativa messa in atto con successo è il progetto «capra nostra», che esisteva già, ma è stato rilanciato. Vengono regalate delle capre alle varie famiglie, ma esse diventano proprietarie del bene solo quando donano ad altre famiglie due cuccioli: un tipico esempio di reciprocità. Con questo meccanismo, che chiama in causa la responsabilità del beneficiato e valorizza il tessuto sociale locale, sono state distribuite ben 10 mila capre.
Nelle Filippine esiste un’altra esperienza interessante...
È una iniziativa di microcredito, una banca, Bankgo Kabayan, che fa micro-finanza sul modello della Grameen Bank e coinvolge principalmente donne (è la terza istituzione del genere nel Paese per volume d’affari): 200 dipendenti, 9 filiali, 250 progetti, ciascuno dei quali coinvolge una cinquantina di persone.
A proposito di Filippine: sul sito di EdC mi ha colpito leggere una testimonianza da quel Paese. «Sono una dei 12 mila indigenti ai quali arriva l’aiuto finanziario straordinario. Prima avevo un odio profondo per le persone ricche, perché pensavo che non si curassero dei poveri, e pensassero soltanto al loro benessere. Ma ora ho capito che l’amore vissuto anche in un’azienda cambia tutto».
Le potrei citare molti casi di questo tipo. Episodi concreti che mostrano come l’economia di comunione permetta di abbattere le barriere di classe senza creare nuove dipendenze e senza cadere nella trappola della mera filantropia. Proprio qui si capisce la portata dell’iniziativa. Dove sta la novità di EdC? Nel tentativo di coniugare la logica del dono e quella del contratto. Il contratto è più efficace del dono, perché chiama in causa la reciprocità e la responsabilità dell’altro. Puntare alla comunione - non solo con il dono, ma col contratto - permette di emancipare le persone dalla dipendenza.
Non sembrano parole di un economista, le sue…
Ma ormai è sotto gli occhi di tutti che i modelli economici classici falliscono nel creare sviluppo duraturo. Non c’è sviluppo senza reciprocità! È ora di passare da una cultura assistenziale a una cultura del dare-ricevere: anche i ricchi hanno da imparare dai poveri! Per questo motivo la scuola di microfinanza che abbiamo in mente di lanciare avrà sede nelle Filippine e non in Italia. C’è un valore insito anche nella cultura della povertà e dobbiamo, come cristiani, stare molto in guardia da taluni progetti - ad esempio dell’Onu - laddove si parla di «estirpare la povertà» come si trattasse di un’erbaccia… Certo, la miseria che degrada l’uomo va combattuta, ma guai se questo significa chiudere gli occhi sui valori di cui i poveri sono portatori! Se si guarda alle popolazioni del Sud del mondo solo come bisognose di assistenza, non si riuscirà mai a renderle protagoniste del loro sviluppo.
Infatti. Non a caso assistiamo alla fuga di cervelli da Sud a Nord: un fenomeno che rischia di ipotecare il futuro di molti Paesi poveri. Qual è la sua ricetta?
I cervelli fuggono perché il Sud è visto principalmente come problema. A nessuno piace sentirsi considerato svantaggiato e diventa inevitabile che chi ha le possibilità cerchi un destino migliore. Occorre spezzare questo trend. Da questo punto di vista, l’EdC insiste sulla necessità di investire sui Paesi poveri soprattutto nell’ambito della formazione. Le faccio l’esempio del Brasile: vi sta nascendo un’università, legata all’EdC, che ha come obiettivo precisamente l’incremento del livello di formazione.
Possiamo affermare che ormai l’EdC ha una storia alle spalle?
È così. Accanto alle realizzazioni concrete di cui abbiamo parlato, vorrei ricordare che anche sotto il profilo scientifico l’EdC è una realtà che incontra sempre maggior attenzione: sono oltre 160 le tesi di laurea effettuate sull’argomento nel mondo; attorno a questa realtà ruota una cinquantina di esperti in varie parti del mondo che si incontrano una o due volte l’anno, una rete di studiosi e imprenditori e lavoratori che si scambia riflessioni e idee. Tutto ciò va nella linea di una «governance di comunione» e riflette la natura popolare del progetto.
Nel suo discorso a Loppiano lei ha sostenuto che l’EdC si colloca su una scia di «economia nuova» che ha dietro di sé una storia millenaria. Dunque, una modalità alternativa di vivere i rapporti economici ma che viene da lontano.
È così. La storia economica e civile, non può essere compresa e raccontata correttamente senza prendere in considerazione l’azione dei carismi: esperienze economiche nate dalla gratuità, che hanno avuto importanti effetti, anche economici, di civilizzazione, e continuano ad averne anche oggi. Penso al rivoluzionario «ora et labora» benedettino, al contributo importante del movimento francescano all’economia medievale, alla nascita del movimento cooperativo nell’Ottocento… L’EdC è una di queste esperienze, una fioritura di un albero millenario.
Cosa risponde all’obiezione di chi sostiene che il Polo Bonfanti (e gli altri analoghi nel mondo) rappresentano un’isola felice, un’oasi lontana dalle contraddizioni e dai problemi dell’economia «normale»?
L’esperienza di questi quindici anni dice esattamente il contrario: il Polo non è un modo per fuggire la città degli uomini, anzi. I Poli dell’EdC diventano dei nodi di una rete, dei connettori di reciprocità, dei costruttori del civile, della città di tutti gli uomini. I monasteri e i conventi sono stati le colonne della civiltà medioevale: monaci e frati erano chiamati a scrivere gli statuti delle città, a creare università, a scrivere i primi trattati di commercio e di contabilità: ma erano fuori della città per poterla servire di più, con maggiore efficacia. L’economia di mercato moderno ha separato troppo il mercato e l’economia dalla città: pensiamo alle city, alle zone industriali, ai club per imprenditori... Per questo l’EdC e i suoi poli all’apparenza «separati», in realtà riunificano, riportano l’economia nel cuore di una città nuova e la mettono in vitale rapporto con essa.
I NUMERI
8 i poli di EdC
attivi nel mondo
765 imprese
aderenti al progetto
(circa 200 in Italia)
35 milioni di dollari:
fatturato della Prodiet,
primo polo di EdC
sorto a San Paolo del Brasile
30 per cento degli utili
viene devoluto a un fondo
di solidarietà per i poveri