Dieci anni non sono bastati per far luce sulla tragica morte del padre gesuita Engelbert Mveng. Ma non sono bastati neppure - e fortunatamente - per far dimenticare uno degli studiosi più eclettici e fecondi dell’Africa contemporanea. Teologo, filosofo, storico, poeta, artista, Mveng ha lasciato tracce profonde, che discepoli ed estimatori hanno continuato a seguire. Non abbastanza, secondo uno dei suoi più stretti collaboratori ed amici, il professor Fabien Eboussi Boulaga, che lo scorso aprile ha organizzato, con la sua Academia Africana - Centro di ricerche e cultura africane, di Yaoundé, in Camerun - un convegno sulla figura complessa del gesuita e sulla sua eredita spirituale e intellettuale. Per rilanciare il dibattito e soprattutto per continuare a parlare di un’Africa pensata dagli africani.
«Probabilmente il padre Mveng manca a questo continente - ha dichiarato in un’intervista al Messager, principale giornale indipendente camerunese -, un’Africa che lotta ancora per farsi carico di se stessa culturalmente e sul piano economico. Dubito però che manchi al Camerun, che sembra averlo già dimenticato o si sforza di farlo».
Che il padre Mveng fosse un personaggio scomodo era cosa risaputa anche durante la sua vita. E la sua misteriosa uccisione, avvenuta nella notte del 22 aprile 1995, è sempre stata genericamente liquidata come assassinio politico, senza che siano mai state fatte indagini accurate. Ancora oggi chiederne conto è affare rischioso. Intanto circolano le versioni più disparate, una delle quali la attribuisce a gruppi esoterici conniventi con settori dello Stato impegnati nell’eliminazione d’intellettuali scomodi. Ma, avvertiva lo stesso Mveng all’inizio della sua Storia del Camerun, facendo appello a un proverbio douala, «Una storia inventata ha nove versioni. Una storia vera ne ha solo una».
«Il Camerun - sostiene con una punta di polemica il professor Eboussi Boulaga - è perseguitato dai morti lasciati senza sepoltura e nasconde molti cadaveri negli armadi. In tutte le civiltà questi fatti fanno sì che gli spiriti non riposino in pace, alimentando una cattiva coscienza e l’incapacità di affrontare il futuro».
Ma quella del padre Mveng è una morte che non può lasciare in pace neppure i vivi, per come è avvenuta, per la mancanza di giustizia, ma anche perché ha interrotto un cammino di ricerca intellettuale estremamente vasto e fruttuoso.
«Di lui - continua Eboussi Boulaga - conservo l’immagine di una persona di grande vitalità, sempre impegnato in qualche ricerca. Per questo, ricordarlo dieci anni dopo la sua scomparsa non risponde meramente a un dovere della memoria, ma ha lo scopo di perseguire e approfondire in tutta serenità i temi della riflessione relativi al nostro destino collettivo, proprio come lo faceva lui».
È dunque a partire da alcuni dei temi forti del pensiero di Mveng che Eboussi Boulaga, insieme ad altri studiosi camerunesi - una delle più interessanti correnti di pensiero filosofico e teologico africane - hanno deciso di rilanciare la riflessione. «Penso che al cuore del pensiero di Mveng ci sia la convinzione delle millenarie radici africane che vanno a integrarsi nel divenire cristiano e nella trasformazione dell’umanità attraverso l’incontro di civiltà».
Lo aveva intuito, anche se a partire da categorie interpretative ancora spiccatamente occidentali, il missionario fiammingo, Placide Tempels, autore della “Filosofia bantu” (recentemente pubblicata in Italia da Medusa). Comparso per la prima volta nel 1945, il volume ha il merito di mostrare in positivo come gli africani siano portatori di una civiltà nel senso vero del termine, fondata su un sistema metafisico logico e coe rente. Per primo e in maniera sistematica, Tempels si è fatto «voce dell’altro», rendendo giustizia alla profondità e complessità della saggezza tradizionale africana. Nella quale egli ravvisa non solo la cifra di un’autentica spiritualità, ma anche la predisposizione ad accogliere la luce di Cristo.
Pur criticando la cosiddetta etnofilosofia, la corrente filosofica che si ispira a Tempels, anche il pensiero di Mveng, così come quello di Eboussi Boulaga, procede sempre su un doppio binario, filosofico e teologico. Mveng, in particolare, arriva a forgiare il concetto di «pauperizzazione antropologica» dell’uomo africano che, a contatto con le altre culture, è sprofondato in una crisi profonda. Il che poneva un duplice ordine di questioni. In termini filosofici, quella della «disumanizzazione» dell’uomo africano attraverso la schiavitù e la colonizzazione, ma anche attraverso lo sfruttamento da parte di élite e dittature africane dei loro stessi fratelli. In termini teologici, Mveng si domanda dove fosse il Dio dei cristiani quando l’Occidente riduceva gli africani in uno stato di «non-umanità»; e dove fosse quando in collaborazione con l’Occidente le nuove classi dirigenti opprimevano e schiacciavano le loro popolazioni. In positivo, si trattava di vedere come riabilitare l’uomo africano e dare una speranza di rinascita vera e concreta all’Africa affinché non fosse ridotta a un «oceano di sofferenza», generatore di morte e desolazione.
Questi temi vengono ripresi in termini teologici da un altro sacerdote camerunese, Jean-Marc Ela, che dopo l’uccisione di Mveng, sceglie la via dell’esilio, essendo anch’egli finito sulla lista nera di poteri forse non così occulti e apertamente liberticidi. Anche della libertà di pensiero.
Su un versante più prettamente filosofico, il tema viene ripreso e ampliato dallo stesso Eboussi Boulaga e, in qualche modo, anche da un altro camerunese, Eloi Messi-Motogo.
«L’esperienza religiosa e culturale degli africani - si spinge a dire il prete spiritano nigeriano Bede Ukwuije, rileggendo la preoccupazione missiologica di inculturazione della fede nell’Africa contemporanea - è, non solo una condizione di possibilità all’accesso della rivelazione, ma è anche parte integrante del processo di rivelazione. Un dialogo appassionato si è dunque istaurato con le culture e le tradizioni africane. La teologia partecipa un po’ alla volta a un lavoro di rivalorizzazione delle culture africane, minacciate dall’imperialismo della modernità, perseguito oggi sotto forma di mondializzazione».
Si tratta dunque di collocare il pensiero teologico, ma anche la ricerca filosofica, all’interno del contesto globale in cui l’Africa cerca oggi di affrontare alcune sfide cruciali, da molti punti di vista: sociale, politico, economico, di risoluzione dei conflitti, di lotta alla povertà…
Su questo sfondo si inserisce l’opera di Jean-Marc Ela, che anche nel suo ultimo libro, Le Dieu qui libère («Il Dio che libera»), riprende alcuni temi cari alla teologia della liberazione africana, sia in chiave di proposta culturale che di impegno socio-politico: «Servire il mondo oggi - sostiene il teologo camerunese - significa innanzitutto essere vicini a coloro che sono più distanti, in particolare i poveri. Per questo occorre aiutare gli africani a liberarsi e a lavorare tutti insieme per un mondo di libertà e di verità. A mio parere, non abbiamo che una scelta, quella di radicare il cristianesimo in una prospettiva di inculturazione e di liberazione dell’essere umano».
Dal canto suo, Fabien Eboussi Boulaga - insieme al beninese Paulin Hountondji, al congolese Alphonse Elungu e al mozambicano Ngoenha Lopes, anche se con approcci e sfumature diverse - ha messo a tema la questione del rapporto problematico tra cultura - e filosofia - africana e Occidente. L’obiettivo è quello di connettere il pensiero filosofico alle istanze etiche, suscitate dalle drammatiche condizioni in cui si trova l’Africa oggi. Ma non si limita a questo. Anzi, evita accuratamente una deriva afro-centrista, dando alla riflessione un respiro universale. Si tratta, in sostanza, di spezzare la logica dominatori-dominati anche da un punto di vista culturale. Oggi, sostiene questa corrente di pensiero, la filosofia ha una grande responsabilità storica nel senso della denuncia e un immane compito profetico nel senso della costruzione di un’umanità nuova. «Siamo gli eredi di coloro che sono morti, i compagni di quelli che vivono e la provvidenza di coloro che nasceranno», dice la saggezza africana. Proprio per questo la riflessione filosofica - ma anche quella teologica - deve essere capace di affrontare in modo efficace e autentico i problemi di fondo: quelli della vita e della morte, ma anche quelli della libertà, della pace, della riconciliazione, della giustizia… Solo allora si potrà parlare non più - o non tanto - di «filosofia africana», ma di contributo filosofico di studiosi africani al pensiero universale.
Engelbert Mveng, che si era nutrito di visioni panafricaniste e aveva sognato un ruolo da protagonista dell’Africa nel mondo, avrebbe probabilmente condiviso…