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«Dato che rifiutiamo di emarginare le donne in tutti i ruoli della società che sono conformi alla Sharî‘a, abbiamo deciso, dopo consultazioni con i nostri consiglieri religiosi, di inserire le donne nella Shûrâ come membri a partire dalla prossima sessione». Questa dichiarazione del re dell’Arabia Saudita sembra un’eco della ventata di novità portata dalla cosiddetta “primavera araba” in una società che fino ad ora sembrava chiusa per quel che riguarda i diritti della donna. Si tratta certamente un passo significativo nel lungo cammino di promozione del ruolo femminile che partì in Egitto all’inizio dello scorso secolo quando, nel 1956, le donne ottennero il diritto di voto. Si apriva così una nuova era per il Nord Africa e il Medio Oriente, con un cammino ancora tutto in salita e molto più difficile di quello delle donne musulmane dell’Asia, dove le varie costituzioni nazionali hanno dato loro, fin dall’inizio, maggior spazio nell’arena politica e nella gestione del potere. È il caso del Pakistan, del Bangladesh e prima ancora dell’Indonesia, dove le donne musulmane non solo hanno avuto la possibilità di partecipare alla vita pubblica del Paese ma addirittura sono riuscite ad accedere alle massime cariche dello Stato, come è avvenuto Sheikh Hasina Wajed e Khaleda Zia in Bangladesh, Benazir Butto in Pakistan e Megawati Sukarnoputri in Indonesia.
Nel mondo arabo le donne musulmane si sono spesso attivate con successo per la riforma di codici giuridici e delle istituzioni che perpetuavano la disuguaglianza fra i sessi. Così a partire dalla promulgazione dello statuto familiare in Tunisia (1957) fino alla recente riforma della “Mudawana”, in Marocco, che rivede l’intero il codice di famiglia, i vari Stati arabi hanno sempre più permesso una evoluzione dello status sociale della donna. D’altra parte anche in Arabia Saudita, le donne, pur non avendo potuto esercitare i loro diritti in occasione delle prime elezioni municipali del 2005, hanno avuto il diritto, nello stesso anno, di presentare le loro candidate e votare nelle elezioni della Camera di commercio.
Negli ultimi anni, dal Marocco all’Iraq, il voto alle donne non è stato mai messo in discussione, anche se più rari sono i casi in cui esse assumono ruoli pubblici. Tale difficoltà è recentemente emersa nel Kuwait, che vanta il Parlamento più vecchio del Golfo e dove le donne hanno votato per la prima volta nel 2006, e dove, tuttavia, a causa dell’opposizione del parlamento, si continua ad impedire loro l’accesso al mondo politico e a limitarne i diritti civili. Tali diritti sembrano più ampiamente elargiti in altri Paesi della regione, quali il Bahrein, l’Oman e il Qatar, dove è permesso alle donne di votare a livello nazionale e dove talvolta le donne hanno anche posizioni ministeriali, malgrado nessuna di esse sia stata eletta a suffragio universale.
La presenza di un numero, sia pur limitato di donne nella Camera bassa della Giordania fa ben sperare per il futuro ed esprime, assieme agli altri segnali sopra indicati, una tendenza che vede le donne arabe sempre più presenti nella pubblica arena. D’altra parte, il cambiamento del ruolo della donna nella società e nella gestione della cosa pubblica, non incontra solo difficoltà legate al diritto musulmano e alla tradizionale interpretazione della sharî‘a, ma anche a quelle dovute a numerosi fattori sociali e culturali che coinvolgono la storia e le tradizioni di questi Paesi. D’altro canto non bisogna dimenticare che i pieni diritti della donna hanno tardato ad essere riconosciuti anche in Occidente e solo nel secolo scorso molti Paesi hanno riconosciuto alle donne il diritto di eleggere e di essere elette.