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Un ufficiale dai baffi neri e gli occhiali scuri, il tipico macho messicano, sale a bordo e comincia a controllare i passaporti e le carte d’identità di tutti i passeggeri. Man mano che ci si avvicina agli Stati Uniti i controlli divengono minuziosi per evitare che qualche centroamericano senza documenti raggiunga la frontiera comodamente seduto su un pullman (per i messicani il problema non si pone perché coi loro documenti possono andare dritti fino al confine). Quando arriva il mio turno consegno il passaporto, ma c’è qualcosa che non va. L’ufficiale lo osserva un attimo e poi comincia a sfogliarlo ripetutamente da cima a fondo. A un certo punto domanda aggressivo: «Dov’è il permesso di permanenza in Messico?». Si riferisce a un tagliando che si compila in aereo prima di arrivare a destinazione e che, non so come, ho perso. «Vieni con me!», mi intima quando capisce che non ce l’ho. Fa cenno all’autista di accompagnarmi a prendere lo zaino nel portabagagli e poi mi conduce in una garitta squallida e sporca con un piccolo televisore accesso a tutto volume su un talk show spazzatura. Le voci che escono dalla tv si mescolano al rombo dei tir che passano dal posto di controllo.
All’interno c’è un altro ufficiale, assorto davanti al televisore. È un uomo grasso, dalla carnagione olivastra e lo sguardo a metà tra il truce e il beffardo. Mi guarda di striscio, senza togliere gli occhi dallo schermo, e mi fa segno di sedermi su uno sgabello. «Cosa vorranno?», mi chiedo. Prima di partire per il Messico ho letto un sacco di storie sulla frontiera e so che da queste parti non c’è da fidarsi della polizia. Fuori inizia a fare buio. Il bus se n’è andato. Comincio a inquietarmi.
Dopo qualche minuto i due ufficiali si parano davanti a me. Cominciano svogliatamente a chiedermi chi sono, dove vado e da dove vengo. Redigono un verbale, ma ho l’impressione che non gli importi niente delle mie risposte. È come se recitassero un copione che conoscono a memoria. L’unico sussulto l’hanno quando dico che vado alla Casa del migrante per un lavoro giornalistico. Nei loro occhi si accende una luce sinistra: «Alla Casa del migrante...», ripete uno di loro. E aggiunge: «Dove ci sono i centroamericani che noi catturiamo». A quel punto iniziano a dire che senza tagliando sono illegale - «esattamente come quei centroamericani» - e che devono farmi portare via da qualcuno della centrale.
Come possa essere illegale, se ho il passaporto regolarmente timbrato, non riesco a capirlo. Ma in realtà non c’è niente da capire. Sono diventato involontariamente il protagonista di una farsa, con una regia molto abile nel dilatare i tempi e nel creare in me un senso di incertezza e di angoscia. Lo scopo, evidentemente, è quello di farmi innervosire e di predispormi a esaudire ogni eventuale richiesta.
Attendo che qualcuno della centrale venga a prendermi. Lunghi e snervanti silenzi sono interrotti solo dalle battute dei poliziotti sull’Italia campione del mondo. Finché si mettono a riscaldare un piatto di carne e fagioli rifritti e mi ordinano di andarmi a sedere fuori, dove passano tir, bus e auto. Ironia della sorte, i conducenti chiedono a me se possono passare e io faccio loro segno di sì. Quando rientro, è rimasto solo l’ufficiale dai baffi neri. Guarda in tv un combattimento dell’Ultimate Fighting Championship, uno scontro corpo a corpo estremamente violento, per poi finire sui canali pornografici.
Il tempo passa e non si vede ancora nessuno. Inizio a pensare di dover passare la notte nella garitta, ma verso le undici arriva un furgoncino bianco con due agenti in borghese che mi caricano in tutta fretta e ripartono alla volta di Nuevo Laredo. D’un tratto, nel mezzo del nulla, il furgoncino svolta in una strada sterrata avvolta nell’oscurità. Alla radio suona una canzone dei Tigres del norte che non è di buon auspicio: «Dispárame una vez directo al corazón, sparami una volta dritto al cuore», dice. Fortunatamente i due vanno solo a dire qualcosa a un tizio seduto in un’auto parcheggiata lì.
Poi tirano dritto fino al Puente internacional di Nuevo Laredo, il ponte che attraversa il Rio Bravo e unisce il Messico agli Usa, dove c’è la centrale dell’Istituto nazionale della migrazione. Mi fanno scendere e mi dicono che purtroppo il delegado local - il capo - è già andato via e che devo passare la notte al fresco.
Sono finito nel posto dove portano tutti i centroamericani sorpresi senza documenti nel tentativo di attraversare la frontiera. Ad attendermi, nell’anticamera della cella, c’è un secondino di una certa età, con due spalle enormi e un’espressione stranamente compassionevole. «Perché t’hanno preso?», mi chiede. E poi inizia a rifarmi, dalla prima all’ultima, tutte le domande che mi sono già state rivolte prima. Mentre rispondo, anche lui stila diligentemente un verbale. Alla fine mi dice di togliere i lacci delle scarpe e la cintura, mi dà un paio di coperte sporche e mi indica la porta di uno dei due locali di detenzione. Mi manda nella cella riservata alle donne, che è vuota, tenendomi separato da alcuni ragazzi centroamericani che si trovano nella cella accanto. Nonostante i modi bruschi e un certo astio, alla fine mi riserva un trattamento di favore…
La grossa porta di acciaio si richiude dietro di me e viene sprangata dall’esterno. Il luogo è surreale: uno stanzone giallo dal soffitto altissimo, con tavolo e letti a castello di cemento, sempre illuminato, giorno e notte, da potenti luci al neon. In alto, irraggiungibile, un televisore avvolto in una gabbia di ferro. Adiacente, senza porta d’ingresso, il bagno con del sapone per i piatti.
C’è l’aria condizionata e fa freddo. Sono obbligato ad avvolgermi nelle coperte sporche, le stesse in cui si sono avvolti prima di me tanti centroamericani che vengono presi e rispediti a casa lungo un itinerario tortuoso che inizia qui, passa per Città del Messico e finisce in Chiapas, alla frontiera con il Guatemala.
Alle otto del mattino la guardia mi porta la colazione: uova al prosciutto con i soliti fagioli rifritti e succo d’arancia. Le ore passano, ma il delegado che deve darmi la multa e farmi uscire non si vede ancora. Nel frattempo è arrivata una ragazza centroamericana con in braccio una bimba di pochi anni e, per fare posto a loro, mi spostano nella cella degli uomini. Ce ne sono tre: Kevin, Elí e Beto. Tutti honduregni (come la maggior parte dei migranti centroamericani in quest’ultimo periodo). I primi due sono già lì da un paio di giorni, Beto l’hanno appena preso mentre si aggirava per Nuevo Laredo in cerca del pollero, il «passatore», che doveva aiutarlo a valicare il confine.
Nonostante tutto, sono di buon umore. Si godono il cibo, le coperte, la televisione. «Qui si sta bene - dice Kevin - . A Città del Messico, il centro di detenzione per gli immigrati fa schifo. E in Chiapas è ancora peggio. Qui ti trattano bene ed è tutto pulito perché siamo vicini agli Stati Uniti e i messicani ci tengono a fare bella figura. Vogliono fare vedere che rispettano i diritti umani. Ma altrove ti picchiano senza pietà. Adesso aspettano che si riempia e poi ci mandano a Città del Messico tutti in una volta sola».
Li ascolto raccontare del loro viaggio e di come li hanno catturati: treni presi al volo, attraversamenti di pantani e fogne, notti al freddo sulle montagne senza cibo e senza acqua, assalti di ladroni per derubarli delle loro poche cose, la carità della popolazione locale, le persecuzioni della polizia e la ferocia dei garroteros (le guardie private dei treni), che li picchiano senza pietà, a volte fino ad ammazzarli. Mentre li ascolto mi rendo conto che dietro il fenomeno dell’emigrazione c’è tutta un’epica di viaggio che sta nascendo e dalla quale prenderà corpo una nuova cultura.
Questi pensieri vengono interrotti dall’arrivo di un nuovo secondino, meno amabile del precedente, che ci obbliga tutti a spogliarci e a fare la doccia. È una questione di igiene. Lo prescrive il regolamento. Kevin, Elí e Beto mi guardano e non riescono a capire come mai sono lì con loro in quella situazione. «Tu vali di più di noi - provano a spiegare sotto l’acqua della doccia -. Per ognuno di noi i poliziotti prendono cento dollari; per te devono prenderne molti di più perché vieni da un Paese europeo». Mi sembra che il loro ragionamento non stia in piedi, ma una cosa è certa: la polizia messicana è corrotta fino al midollo e agisce in funzione del proprio tornaconto.
Dopo la doccia riprendono i racconti. Il verbo agarrar, afferrare, è quello che ricorre più insistentemente: saltare per «afferrare» un treno merci in corsa, oppure tuffarsi da un vagone per «afferrare» quello successivo e sfuggire così alle percosse dei garroteros; o ancora «essere afferrati» e successivamente pestati a sangue da qualche guardia. In fin dei conti, dal verbo agarrar dipende buona parte del successo o del fallimento del viaggio di un migrante centroamericano. Gli errori nell’agarrar si pagano con la morte, la menomazione o, se va bene, con la deportazione. Ne sento, in quella cella, di storie di gente caduta o fatta cadere a furia di bastonate da treni lanciati a tutta velocità, ricordi di persone risucchiate e triturate sotto i vagoni o picchiate a sangue.
L’orologio segna le due del pomeriggio. Ormai comincio a chiedermi se dovrò passare un’altra notte in cella. Ma nel giro di qualche minuto, finalmente, arriva il delegado. Sorride. Mi dice che uscirò presto e che la multa è di 4.800 pesos (circa 450 dollari, pari a cento giornate di salario minimo messicano), poi si dilegua nuovamente.
Un paio d’ore dopo posso uscire. Auguro buona fortuna ai tre honduregni e me ne vado. Ma manca ancora l’ultimo atto della farsa. L’ufficiale-capo dell’immigrazione mi aspetta nel suo studio, seduto dietro una grande scrivania assediata dalle scartoffie. È un ometto basso e tarchiato, coi capelli neri leccati indietro, gli occhi marroni molto vispi, la pelle morena e i tratti vagamente indigeni. Deve redigere l’ultimo, assurdo, verbale di questa storia. Quando entro mi riceve in modo gioviale, scusandosi per quello che è accaduto. «Ma lei sa bene - chiarisce beffardo - che la legge è dura e implacabile».
Il delegado mi fa rispiegare per filo e per segno chi sono, da dove vengo, dove vado e perché. Scrive tutto al computer e poi, senza che gli abbia rivolto alcuna domanda, comincia a parlare. «Così vai alla Casa del migrante, eh... - dice sorridendo -. Il fondatore era un prete che si ispirava alla teologia della liberazione…». Mi lancia un’occhiata indagatrice al momento di pronunciare questo termine; dev’essere convinto che sia un seguace di questa corrente di pensiero. «Prestava aiuto indistintamente a tutti quelli che arrivavano qui, anche ai mareros, quelli delle bande, e ai peggiori delinquenti. Era uno che andava nelle carceri a soccorrere gente irrecuperabile. Noi siamo consapevoli della fragilità e della debolezza dei migranti e qui, l’hai visto, li trattiamo bene. Però i mareros non ci piacciono e non li vogliamo». «Forse non lo sai - continua - ma Nuevo Laredo oggi è il posto più pericoloso della frontiera. È un inferno. Ci sono morti tutti i giorni, specialmente tra i narcotrafficanti che si ammazzano tra di loro. Comunque, se cercavi i centroamericani - sdrammatizza - sei finito proprio nel posto giusto!».
A questo punto, mi allunga un plico di carte che, se voglio uscire, sono obbligato a firmare. Per caso mi cade l’occhio su una parte in cui c’è scritto che sono stato trovato senza nessun tipo di documenti. È falso. Il passaporto, che prova la mia identità, l’ha in mano lui. Quello che non ho è un tagliando per il cui smarrimento le leggi federali prevedono una multa di circa 50 dollari, senza alcuna detenzione.
Una volta fuori, vado a passare la notte in un hotel con tutti i comfort. Me lo sono meritato, penso. Dalla finestra, in lontananza, vedo la frontiera. Il tricolore messicano e la bandiera a stelle e strisce sventolano debolmente nella sera. Tra i due pennoni riconosco il solco scavato dal Rio Bravo. E penso a tutti quelli che per questa frontiera sono morti, a quelli che sono stati percossi e derubati, a quelli che sono stati incarcerati e deportati e a tutti quelli che adesso sono nascosti sulle alture desertiche qui intorno, pronti a gettarsi in acqua e a trasformarsi in mojados, «bagnati», come li chiamano, per inseguire un futuro migliore.