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15/09/2011
La fame e i suoi perché
di Anna Pozzi
Parla l'economista Riccardo Moro

Riccardo Moro, 50 anni, economista e docente universitario, si occupa da anni di questioni internazionali e in particolare del problema della lotta alla povertà.

Professor Moro, perché oggi il mondo continua ad aver fame? 

Da un lato è falso affermare che oggi nel mondo non ci sia cibo per tutti. Ma è necessario aumentare la produzione alimentare in vista dell’aumento della popolazione. Ci sono grandi capacità produttive in alcune parti del pianeta molto ben sfruttate, mentre altrove c’è un problema legato alla vulnerabilità delle aree, ma anche all’incapacità di sfruttarle adeguatamente. Accanto agli squilibri produttivi, tuttavia, persistono anche grosse difficoltà di distribuzione. La scarsa efficienza del sistema di distribuzione - che significa in fondo una scarsa efficienza del mercato - impedisce che ci sia cibo là dove ce n’è bisogno.

Dunque, non è solo una questione ambientale o di cambiamenti climatici? 

Certamente ci sono terre meno produttive di altre, ma una certa vulnerabilità è legata anche ai cambiamenti indotti da noi uomini, come alcuni fenomeni ambientali o il cambiamento climatico, che sta determinando una maggiore frequenza di fenomeni violenti come alluvioni e siccità. Evidentemente questi incidono più pesantemente sui raccolti nelle regioni in cui la terra è meno produttiva. A ciò si aggiunga il fenomeno della desertificazione presente in tutto il pianeta, che con maggiore o minore intensità a seconda delle aree, aumenta evidentemente la vulnerabilità. Infine, c’è una ricerca sempre più spinta di nuove terre per l’agricoltura intensiva. Anziché coltivare la terra avendone cura, si promuovono cicli produttivi intensivi che esauriscono il patrimonio bio-chimico della terra, rendendola sterile. 

Perché una regione come il Corno d’Africa, dove si ripetono ciclicamente carestie devastanti, non riesce a implementare interventi strutturali per garantire la sicurezza alimentare?

Per quanto possa fare un singolo Paese, le conseguenze delle politiche internazionali rendono le azioni locali poco significative. Certamente questo non significa che non si debbano progettare delle politiche agricole. Ma oggi il peso del commercio internazionale è molto più grande e forte di qualsiasi intervento agricolo locale. Ad esempio, nel Sud del mondo non esistono gli stessi sussidi all’agricoltura che ci sono in Europa. Questo è uno dei fattori che fa sì che la capacità produttiva possa migliorare sempre di più nel Nord rispetto al Sud del mondo, dove, oltretutto, i mercati locali sono poveri e dunque si investe maggiormente nell’agricoltura da esportazione. Le campagne non interessano neppure dal punto di vista politico. E dunque sono sostanzialmente abbandonate. 

Non sarebbe il caso di cambiare le politiche agricole?

Negli ultimi quarant’ anni, le politiche agricole e commerciali - benché siano nate per sviluppare l’agricoltura e dare ai contadini la possibilità di vivere dignitosamente del loro lavoro - hanno determinato svantaggi soprattutto nel Sud del mondo. Le politiche commerciali e l’imposizione di dazi hanno ulteriormente impoverito le agricolture di molti Paesi in via di sviluppo e fatto sì che non si investisse in queste aree del pianeta perché non rendevano abbastanza. Dunque, questi Paesi hanno sviluppato capacità produttive molto deboli e fanno fatica a dar da mangiare a tutta la popolazione. E mentre Europa e Stati Uniti irrobustivano i loro mercati, ai Paesi in via di sviluppo venivano imposte politiche di aggiustamento strutturale che invitavano i contadini a non produrre più o a dedicarsi ai prodotti per l’esportazione. I quali, a loro volta, dipendevano dalle politiche e dai prezzi stabiliti nel Nord. Un circolo vizioso difficile da spezzare.

In Etiopia sono state date in gestione enormi estensioni di terra a Paesi e compagnie straniere. Questo fatto può ulteriormente peggiorare il problema della sicurezza alimentare in questo Paese?

Quello del land grabbing, l’accaparramento delle terre, è un fenomeno piuttosto recente. Paesi con poca capacità produttiva come l’Arabia o con un grande fabbisogno interno come la Cina investono nella terra all’estero per soddisfare il proprio fabbisogno. È il caso dell’Etiopia e di altri Paesi africani, i cui governanti vedono in queste concessioni di terra la possibilità di acquisire molto denaro, di cui però non beneficerà necessariamente il Paese. Intanto, il sistema agricolo si indebolisce ulteriormente.

Sempre in Etiopia si sta costruendo un’enorme e controversa diga, Gibe III, che secondo molti esperti provocherà ulteriori carestie e conflitti. Ha ancora senso continuare a costruire grandi dighe o bisognerebbe intervenire su altri fronti?

In molte parti del mondo, ci sono problemi energetici e di approvvigionamento dell’acqua sia per l’uso civile che per l’irrigazione. Le dighe sembrano rappresentare una soluzione. Ecco perché viene perseguita questa politica. Solo che certe dighe gigantesche hanno cambiato il micro clima o addirittura il clima regionale. Per non parlare delle conseguenze sulle popolazioni, costrette ad andarsene o a cambiare radicalmente le proprie abitudini. Forse sarebbe più opportuno fare piccole dighe che hanno un impatto ambientale molto inferiore, ma che evidentemente sono più costose. 

Carestie e guerra. Il caso della Somalia è emblematico. Insomma, non sempre si può dare la colpa solo alla siccità…

Terre come la Somalia sono già molto vulnerabili dal punto di vista ambientale. Ma questa vulnerabilità si inserisce in un contesto di vent’anni di guerra e di caos istituzionale. Dove non c’è più uno Stato, non esiste una politica. La fame ne è una conseguenza. Stupisce, piuttosto, che i Paesi limitrofi, che dovrebbero essere più robusti dal punto di vista istituzionale, abbiano situazioni ripetute di carestia.

E la cooperazione internazionale cosa dovrebbe e potrebbe fare?

Quando ci sono gravi emergenze spesso anche la cooperazione fa danni. Ma è il sistema che è nudo rispetto a queste situazioni. Effettivamente, non esiste un meccanismo di intervento che sia in grado di agire con soluzioni giuste e tempestive. Si potrebbe immaginare un’autorità internazionale, tipo un fondo di solidarietà, che interviene vendendo un prodotto sul mercato quando ci si rende conto del rischio, aumentando così l’offerta e facendone scendere automaticamente il prezzo. Il problema, però, è entrare nel mercato locale.

Nel caso del Corno d’Africa, le società civili locali e le Chiese stanno facendo un grosso lavoro, senza aspettare necessariamente aiuti dall’esterno. Come incentivare l’intervento dal basso?

I processi di cambiamento e miglioramento diventano efficaci e fecondi solo quando c’è un protagonismo locale. Questo è chiaro. Da fuori, si può aiutare fornendo gli strumenti perché i membri stessi di una comunità costruiscano il proprio futuro. Ma ci vuole un’assunzione di responsabilità da parte di tutti. Ed è quanto stiamo vedendo in diversi contesti. Per questo occorre creare una stagione nuova di relazioni internazionali che possa favorire i protagonismi autentici da parte dei membri delle comunità locali. 

La Chiesa, poi, ha una responsabilità particolare, grazie al suo radicamento sia nel Nord che nel Sud del mondo. Dobbiamo, però, evitare il paternalismo, anche non consapevole, e riconoscere nell’altro la sua autenticità e la sua dignità politica e istituzionale. Anche questo potrebbe favorire la capacità di risposta e prevenzione di fronte alle crisi.

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