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L’evento dell’11 settembre ha provocato una riflessione in seno all’islam

Il fatto che, sui media internazionali, nei giorni successivi agli eventi dell’11 settembre, siano apparse espressioni di giubilo di gruppi di musulmani che inneggiavano ad una sorta di vittoria nei confronti di un Occidente considerato ostile alla tradizione islamica, ha insinuato nella mente di molti forme subdole di odio e di disprezzo nei confronti dell’islam. Radicalismo, fondamentalismo e violenza sono divenuti termini con cui nei nostri Paesi si è letto il grande fenomeno della cultura e della religione islamica. Gli scritti della Fallaci e la teoria dello «scontro di civiltà», di Huntington, di cui pochissimi hanno letto le opere, sono divenuti oggetto di dibattito. Il sospetto nei confronti degli immigrati di origine islamica ha creato atteggiamenti di diffidenza che poi si sono trasformati in forme di rigetto e ghettizzazione, rendendo così i musulmani le prime vittime del gesto efferato dei terroristi. 

In Occidente, infatti, pochi si sono accorti che quanto era accaduto era opera di un gruppo limitato di musulmani che, politicizzando la propria religione, avevano compiuto gesti, come gli attacchi suicidi, contrari alla morale stessa del Corano. Così, intellettuali e leader politici e religiosi musulmani, furono, in quell’occasione, pressoché unanimi nell’esprimere solidarietà alle vittime e a condannare l’azione di al-Qaeda. Dopo appena tre giorni, il 14 settembre 2001, con un comunicato sul quotidiano arabo al-Quds persino personalità del mondo fondamentalista quali Mustafa Mashhur, dei Fratelli Musulmani, Husein Ahmad, della Jammaat-i-Islami del Pakistan, lo Shaikh Ahmed Yassin, Rashid al-Ghannushi e Yusuf al-Qaradawi, dichiaravano: «Noi sottoscritti, responsabili delle comunità islamiche, condanniamo con forza e determinazione questi eventi che contrastano ogni precetto umano e islamico (...) che vieta di colpire gli innocenti». Lo stesso al-Qaradawi emise poi la seguente fatwa: «Tutti i musulmani dovrebbero unirsi contro coloro che terrorizzano le persone e che spargono il sangue di coloro che non sono in guerra senza un motivo previsto dalla legge islamica». 

Anche alcuni rappresentanti dell’islam italiano, nel terzo anniversario del crollo delle due torri, si dichiaravano «schierati in modo totale, assoluto e compatto contro il terrorismo di quanti strumentalizzano l’interpretazione estremistica e deviata dell’islam». Sulla stessa linea furono anche la dichiarazioni e interviste di intellettuali musulmani che vivono in Europa e negli Usa, quali Tahar Ben Jelloun, Muhammad Arkoun e Seyyed Hossein Nasr. Il rettore dell’Università di Al-Azhar, Muhammad Sayyid Tantawy, dichiarando «invalido» il jihâd di Osama bin Laden affermò che «uccidere civili innocenti è un atto orrendo che nessuna religione può approvare» e che «il Corano vieta in maniera specifica il tipo di azioni di cui sono colpevoli i Talebani e al-Qaeda». 

Nel mondo sciita, il leader iraniano Khatami offrì le condoglianze al popolo americano e persino l’imam Sayyid Muhammad Rizvi, che non ha mai risparmiato accuse agli Stati Uniti, prenderà le sue distanze dagli atti terroristici perpetrati da al Qaeda, richiamando al vero senso del jihâd islamico.

Non c’è dubbio che gli eventi dell’11 settembre abbiano scosso il mondo islamico e che molti giovani, leader politici e uomini di pensiero abbiano cominciato a riflettere sulla situazione del mondo musulmano e del suo rapporto con quello occidentale, nel quale molti di essi vivono. Proprio da allora, curiosamente, si sono aperte nuove vie di dialogo che stanno producendo frutti nuovi e inaspettati oggi.

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