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Oggi, a quattro anni dalla morte, Tiziano Terzani (nella foto) è riconosciuto come uno dei più importanti giornalisti italiani degli ultimi decenni. I numerosi volumi che raccolgono i suoi reportage, pieni di passione e di umanità, sono stati tradotti in varie lingue e da poco sono entrati nell’Olimpo della letteratura con la pubblicazione nei Meridiani Mondadori. Pochi, però, sanno che Terzani - da sempre affascinato dal mondo religioso - ha nutrito uno speciale interesse per i missionari, verso i quali provava una profonda stima. Ce ne parla padre Angelo Lazzarotto, missionario del Pime e sinologo, amico personale del grande giornalista.
Padre Angelo, come ha conosciuto Terzani?
Ci siamo incontrati a Hong Kong, dove io ero potuto ritornare nel 1979, impegnato nei primi tentativi di dialogo con la grande Cina che cominciava ad aprirsi al mondo. Anche Tiziano, che nel decennio precedente aveva raccontato le rivoluzioni del Vietnam e in Cambogia, si era stabilito ad Hong Kong con la famiglia. La Cina rimaneva il suo grande sogno, a cui si era preparato anche studiando il cinese con la moglie Angela, fin da quando era a New York una dozzina di anni prima. Egli fu uno dei primi corrispondenti accreditati a Pechino (per il giornale tedesco Der Spiegel), dopo la morte di Mao Zedong. Nella capitale cinese, dove rimase un quinquennio, non esitò a portare anche i due giovani figli, Folco e Saskia, iscrivendoli a una scuola cinese.
La vostra è stata una conoscenza più che professionale…
Durante una delle mie frequenti visite a Pechino, mi invitò a rimanere ospite nel suo appartamento. Intanto, nel pied-à-terre che continuava a mantenere a Hong Kong, aveva fatto venire i vecchi genitori dalla nativa Toscana. E quando papà Geraldino (un fiorentino doc con la tessera comunista) si spense a 78 anni, ebbi la sorte di officiare per lui il semplice rito funebre.
Com’è cambiata, nel tempo, la visione di Terzani sulla Cina?
Terzani era arrivato in Cina pieno di entusiasmo e curiosità per la rivoluzione maoista. Ma nella sua sincera ricerca della verità non poteva rimanere indifferente di fronte ai disastri provocati dalla logica del potere e degli interessi economici che prevalevano anche in quel grande Paese. A un certo punto la sua presenza non fu più tollerata e sempre nel 1984 fu arrestato ed espulso dalla Repubblica Popolare «per attività contro-rivoluzionarie». Fu forse la sua più cruda delusione che raccontò in La porta proibita (1985).
Nei venti anni seguenti, Tiziano continuò a girare l’Asia. Fino a che scelse come base l’India. Ed è lì che scopre la figura di Madre Teresa di Calcutta…
Nei suoi scritti Terzani non ha mancato di manifestare la sua ammirazione nel contatto con alcune realtà evangeliche, come la sconvolgente esperienza con Madre Teresa. In occasione della morte di Tiziano, un altro grande giornalista, Ettore Mo, rievocò sul Corriere della Sera l’ultimo incontro che ebbe con l’amico fiorentino proprio a Calcutta, quando Madre Teresa si stava spegnendo: «Le pie sorelle del convento mi raccontarono che, dietro il perentorio invito della santa madre, Tiziano era sceso nel padiglione dei lebbrosi e agonizzanti a lavare i pavimenti».
La simpatia che Terzani aveva per i missionari gli aveva fatto accettare l’invito al convegno per i 125 anni di Mondo e Missione. Purtroppo, proprio in quel periodo si manifestò il male che l’avrebbe ucciso. Vuole ripercorrere quei mesi?
Nella primavera del 1997 raggiunsi Terzani per telefono a New Delhi, per chiedergli di partecipare a una tavola rotonda che si stava programmando a Milano in ottobre, in occasione dei 125 anni della rivista. Il tema sarebbe stato: «Il giornalista mediatore di una realtà spesso scomoda». Nell’accettare l’invito, mi aggiornò al telefono sulla situazione della famiglia, sottolineando che la figlia Saskia stava seguendo un corso di catechismo a Hong Kong con il suo ragazzo, mentre il figlio Folco, già sposato, stava vivendo un periodo di volontariato a Calcutta con Madre Teresa. Folco passò un anno intero con Madre Teresa, riscuotendone la fiducia, e successivamente realizzò un bel film su quell’opera per gli abbandonati di Calcutta. Tiziano mi suggerì di indirizzargli il programma a Orsigna, il suo «rifugio» toscano custodito dalla moglie Angela, dove egli amava tornare ogni anno, d’estate. Il 28 settembre, però, con un drammatico fax da New York Tiziano, mi informava dell’impossibilità di mantenere l’impegno, pregandomi di non rivelare la vera motivazione («una confidenza di cui solo la mia famiglia e un paio di amici strettissimi sono al corrente»). Naturalmente, rispettai il desiderio dell’amico. Ma ora, a distanza di tanti anni, penso giusto condividere quella confidenza, che dimostra al tempo stesso la tempra dell’uomo e il suo animo.
Cosa le disse?
Mi scriveva: «Sono a New York a cercare di curarmi un brutto cancro. Hanno scoperto che il linfoma è mutato, diventando aggressivissimo... Sono già al secondo ciclo di chemioterapia, senza più un capello, un baffo... Quando dovrei essere da te sarò invece a fare il quarto di questi orribili bombardamenti atomici che radono al suolo l’intera foresta del tuo corpo per ammazzare giusto una piccola scimmia». E continuava: «Sono certo che mi scuserai... Davvero mi dispiace. Tu sai che, col passare degli anni, da quando mi sentivo agli antipodi di Gheddo nella faccenda Vietnam, ho avuto per il Pime una crescente ammirazione, ho imparato ad apprezzare l’incredibile lavoro che la vostra gente ha fatto nei Paesi della mia Asia e che l’incontro con le suorine di Kengtung nella casa fondata dai tuoi correligionari all’inizio del secolo è stata una delle esperienze più commoventi della mia recente vita (cfr. box qui sotto). Venire al tuo convegno era un po’ come ripagare un debito...».
Quando vi siete sentiti per l’ultima volta?
Nel 1998 il cardinal Martini di Milano stava per concludere la prima fase del processo di beatificazione di Clemente Vismara; per quell’occasione sarebbe venuta ad Agrate anche una delegazione di cattolici di Kengtung, guidata dal vescovo, e sapevo che Tiziano avrebbe voluto incontrarli. Però, mi scrisse: «Sono stato assalito dall’orrore di cadere nelle routine della sopravvivenza e da una grande nostalgia dell’India... e mi sono prenotato sul primo volo per New Delhi». Era l’8 ottobre 1998.
Dalle sue parole si intuisce grande stima per Terzani. A cosa è dovuta?
L’amicizia che mi ha legato a Tiziano Terzani nasceva da un’ammirazione spontanea per la sua profonda umanità e per la sua ricerca sincera del vero. Egli stesso ricordava che si era iscritto al Partito comunista italiano seguendo il papà, a 18 anni; ma «era il 1956 e i carri armati sovietici (a Budapest) mi convinsero a lasciar perdere». Era rimasto legato all’ideologia di sinistra, convinto che i peggiori disastri nel mondo fossero dovuti all’imperialismo americano. Nei suoi scritti, tuttavia, affiora continuamente la condanna della violenza, che non può mai essere giustificata, perché è sempre motivo di dolore.
Negli ultimi anni Terzani, grande globe-trotter, si ferma per prepararsi a due «appuntamenti importanti»: la vecchiaia e la morte. Una scelta sorprendente per uno che, nel frattempo, era diventato un’icona del pacifismo dopo la pubblicazione delle sue “Lettere contro la guerra” (2002). Negli ultimi mesi, ha trovato la forza di rivisitare con il figlio Folco la sua lunga e avventurosa esperienza, in una serie di conversazioni poi confluite nel volume postumo (2006) La fine è il mio inizio. Come legge il «testamento spirituale» di Terzani?
Questo libro ha avuto sei edizioni in pochi mesi, raggiungendo 800 mila copie in Italia.
Di recente è stato realizzato anche un film con il medesimo titolo. Una specie di testamento di vita, in cui emerge l’anima di Tiziano, mentre parla con il figlio. Io sono convinto che, ad Orsigna, Tiziano ha continuato a parlare anche con Dio, ottenendo in dono di scoprire l’Amore, come senso ultimo delle cose di cui era andato costantemente alla ricerca.