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01/06/2011
Quei sindacalisti in nome dell'islam
di Francesco Zannini
Si battono per il rispetto dei diritti. Mostrando quanto certi stereotipi siano vuoti

 

Negli ultimi anni, a partire dal fatidico 11 settembre, si è creato un clima di sospetto nei confronti di una religione al cui interno sono maturati gruppi che vedono l’Occidente come un aggressore e si spingono ad opporsi con tutti i mezzi, non escluso il terrorismo. L’ombra di Osama Bin Laden ha offuscato e reso cupi i cieli di una religione che, incontrandosi con altre culture, compresa quella occidentale, ha dato vita a splendidi esempi di civiltà, come quella andalusa in Spagna, degli Abbasidi in Iraq, dei Turchi in Anatolia, dei Mogol in India. 

D’altra parte, il dibattito tra culture, tradizioni e perfino tra scuole giuridiche - che si sono veementemente opposte eppure hanno sempre convissuto tra loro - fa parte della storia e del presente dell’islam. Spesso la visione di un islam monolitico, che si oppone in toto all’Occidente, sembra essere più frutto della scarsa conoscenza di questo mondo che la realtà dei popoli stessi dell’islam. Chi ha vissuto, come me, in Egitto e in Bangladesh, o ha avuto l’occasione di visitare Paesi come l’Albania, la Tunisia, il Marocco, il Pakistan, la Malaysia o l’Indonesia, non può non rendersi conto di quanto variegato sia questo mondo, più vicino a quei valori universalmente condivisi di quanto si pensi. 

Basti pensare alle tante associazioni di musulmani che si battono per difendere i diritti dell’uomo e ai sindacati dei lavoratori in tutto il mondo islamico che si oppongono a ogni forma di fondamentalismo, e lottano per gli stessi diritti per cui lottano in sindacati in Occidente. C’è gente come il segretario generale della All Pakistan Federation of Labour che - malgrado sia un fervente musulmano - ha patito la prigione e la tortura sotto il regime fondamentalista di Zia ul Haq, per difendere i diritti dei lavoratori. Ancora oggi sindacalisti musulmani rischiano ogni giorno la vita nella lotta per i diritti degli operai e dei bambini sfruttati in zone come Sialkot, dove l’Occidente ha fallito, raggiungendo soluzioni solo di facciata, riempiendosi la bocca di slogan sui diritti umani e lasciando intatte situazioni di sfruttamento che spesso giovano alle sue imprese e al suo benessere. 

Parlando con questi sindacalisti e vedendo dove e come operano, si percepisce che ciò che distrugge questi popoli è l’ingordigia dei potenti e non l’islam, neppure quello fondamentalista, spesso relegato a pochi mullah e ai loro seguaci, la cui potenza peraltro cresce grazie alla cassa di risonanza offerta dai media occidentali. Ci sono milioni di musulmani, tra cui tanti emigrati, che poco sanno o poco si interessano di fondamentalismo o moderazione nell’islam e sono soprattutto preoccupati del pane quotidiano da guadagnare per sopravvivere. 

Vivendo tra i musulmani - malgrado fossi quell’occidentale che sarebbe tanto odiato - ho sempre potuto sedermi alla loro tavola e godere della loro ospitalità. È condividendo il loro pane, infatti, che si capisce come il cuore dei musulmani non batte sempre a quei ritmi che certi intellettuali d’Occidente vorrebbero farci credere e che la ragione dei conflitti non va sempre cercata nella religione. Negli anni passati, l’Occidente e i popoli dell’islam si sono spesso scontrati per una serie di ragioni politiche ed economiche che i movimenti estremisti e fondamentalisti, presenti in ambo le parti, hanno talvolta trasformato in motivi religiosi. Il futuro del mondo, tuttavia, non potrà mai essere riposto in scontri e guerre che hanno sempre distrutto piuttosto che costruire, ma nella conoscenza reciproca e in un serio dialogo che superi ogni fondamentalismo e provincialismo.

 

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