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01/06/2011
Kizito: «la missione, più vicina alla gente»
di Chiara Zappa
«Troppo spesso i progetti sono stati pensati senza tenere conto del contesto. La Chiesa, invece, nel campo sociale ha dimostrato flessibilità e si è messa in gioco»

 

Il problema che Duflo denuncia esiste davvero, e da tempo. Purtroppo, non sono altrettanto convinto che possa essere risolto con una formula semplice». Padre Renato Kizito Sesana (foto), comboniano veterano della missione in Africa e impegnato soprattutto a fianco dei bambini di strada in Kenya, conosce bene certe dinamiche. «Già durante il mio primo viaggio in Congo Brazzaville, nel ’71, mi imbattei in un progetto Fao per la produzione di latte, basato sull’importazione di mucche», racconta il missionario. «Il programma sembrava funzionare, senonché, quando fu il momento di passare la gestione ai locali, l’iniziativa fallì perché per la cultura autoctona era estremamente degradante che l’uomo dovesse tagliare l’erba e portarla alle mucche. Un caso tra i mille in cui non si è tenuto conto del contesto culturale locale nella programmazione di un intervento». 

Padre Kizito, perché è così difficile azzeccare il progetto giusto?

«Perché un progetto si scontra con così tante variabili di tipo culturale che non so se sia possibile verificarle preventivamente tutte. È vero, si può analizzare più seriamente uno degli aspetti in gioco. Il rischio, però, è che quando poi si mette in pratica l’intervento emerga un’altra variabile imprevista che ne ostacola il successo. Si tratta di un problema tipico non solo delle scienze sociali, ma anche dell’economia che, come la cronaca ha dimostrato, non è una scienza esatta».

A suo avviso quali sono state le carenze principali delle politiche di lotta alla povertà?

«Probabilmente ciò che più è mancato è una contestualizzazione delle strategie, spesso studiate a livello generale e poi imposte. L’esempio più evidente riguarda l’istruzione: a 50 anni dalle indipendenze, in Africa abbiamo ancora sistemi educativi quasi completamente svincolati dalla realtà locale. In Kenya, ad esempio, mentre sarebbe fondamentale insegnare educazione civica, sanitaria, ecologica, i ragazzi devono studiare la storia dell’Inghilterra. Dopo 12 anni di scolarizzazione, in Kenya uno studente è fortunato se sa leggere e scrivere in inglese e sa fare di conto. Lo stesso metodo didattico è probabilmente sbagliato, perché dà priorità alla memorizzazione più che alla formazione delle persone: tutto, comprese le scienze, è imparato in funzione delle risposte a dei test. E ci si domanda se un allievo con risultati eccellenti abbia in realtà capito ciò che ha studiato».

Perché, allora, cambiare è così difficile?

«Ci sono tanti motivi. Nel caso dell’istruzione, ad esempio, entra in gioco il prestigio di seguire il curriculum inglese, oltre ad alcuni vantaggi pratici per l’accesso all’università. Senz’altro, un ruolo rilevante lo gioca ciò che Duflo chiama l’inerzia: è evidente a chiunque che il sistema formativo keniano avrebbe bisogno di un radicale miglioramento, ma nessuno si mette a cercare di cambiarlo. Forse c’è anche una carenza di risorse intese come competenze, manca una visione».

Si può affermare che l’approccio missionario sia meno «ideologico» e più attento a leggere i segnali della realtà?

«Io credo che la Chiesa abbia le sue rigidità e incapacità di cambiare, eppure nel campo del sociale siamo più elastici perché siamo in genere molto più vicini alla gente: più capaci di sperimentare, andare incontro a fallimenti, capirne le ragioni e cercare di cambiare. Anche se, magari, non lo facciamo in modo scientifico. Un esempio classico è il grande movimento del microcredito, che anche in Africa è stato sponsorizzato in molte parrocchie e missioni sulla scia dei successi in India o Bangladesh: di fronte ad alcuni insuccessi, si è riaggiustato il tiro, cercando di adeguarsi alla realtà locale. Abbiamo capito che è inutile fare microcredito se non c’è educazione al risparmio, e abbiamo agito di conseguenza».

Qual è la sua opinione sulla questione scottante degli aiuti allo sviluppo? 

«Mi sento vicino alla teoria dell’economista Dambisa Moyo: penso che i grandi aiuti allo sviluppo si siano rivelati dei fallimenti, che hanno causato ulteriori fallimenti. Sono ormai vent’anni che mi sembra di averlo verificato».

Che cosa intende?

«I fallimenti dei primi grandi progetti di sviluppo in Africa hanno creato la mentalità per cui le comunità locali sono sicure che tutti i progetti crolleranno quando se ne andranno gli europei o le istituzioni finanziarie internazionali. Si tratta di un’idea radicatissima, che innesca un circolo vizioso, perché la persona che va a lavorare per un certo progetto internazionale ci va con la prospettiva di cercare di trarne il maggiore vantaggio possibile, visto che sicuramente i benefici non dureranno. La stessa Kibera, lo slum più grande di Nairobi, è un enorme “cimitero di buone intenzioni”, punteggiato di ex sedi di ong poi scomparse e progetti falliti. E la gente non può che crescere con questa mentalità scettica e fatalista».

Come si possono cambiare le cose, allora?

«Gli unici progetti che hanno dimostrato di funzionare sono quelli che coinvolgono di più le comunità, realizzati da ong piccole, spesso da parrocchie e missioni. Solo questi interventi che provocano un cambiamento a livello di mentalità della gente e che aiutano le persone a crescere possono dare buoni frutti. Solo così sarà possibile ottenere delle trasformazioni sostanziali e durature, e non le trasformazioni effimere che vengono dalle grandi infrastrutture».

 

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