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Condannato a 30 anni di carcere per i crimini commessi durante il genocidio del 1994: è la sentenza che il tribunale internazionale per il Rwanda ha imposto all'ex capo di stato maggiore delle forze armate rwandesi, Augustin Bizimungu. È risultato colpevole di genocidio, crimini contro l'umanità, omicidio, sterminio, stupro e violazione della convenzioni di Ginevra sui prigionieri (omicidio, stupro, trattamento umiliante).
Una sentenza che i rwandesi aspettavano da anni: Bizimungu era stato arrestato in Angola nell'agosto del 2002, mentre combatteva a fianco dei ribelli dell'UNITA. Era a capo delle forze armate rwandesi nel mese di aprile del 1994, proprio mentre si consumava il massacro contro i tusti e gli hutu moderati. A far scoppiare le violenze fu la morte dell'ex-presidente Juvenal Habyarimana, ucciso nell'abbattimento del suo aereo vicino alla capitale Kigali il 6 aprile 1994. Tra quella data e il giugno 1994 sono state uccise almeno 800mila persone (secondo le cifre ufficiali, un milione secondo diverse analisi) nello scontro fratricida tra Hutu e Tutsi, nel quasi totale disinteresse del mondo. 100 giorni che hanno drammaticamente segnato la storia del paese, e che hanno tracciato una pagina nera per la comunità internazionale. Sei anni più tardi, nel 2000, l'allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan arrivò ad ammettere che la tragedia del Rwanda ha rappresentato «uno dei maggiori fallimenti delle Nazioni Unite, per la quale tutti gli Stati dovrebbero provare un grande rimpianto per non aver fatto abbastanza».
Ieri non si è concluso solo il processo contro Bizimungu: altri due ex alti ufficiali rwandesi sono stati condannati a 20 anni di reclusione, mentre Augustin Ndindiliyimana, ex capo di stato maggiore della gendarmeria è stato condannato ad una pena equivalente al tempo passato in prigione dal momento del suo arresto, quindi è tornato in libertà. Il tribunale speciale, che ha sede ad Arusha, in Tanzania, ha stabilito che il suo comando sulla polizia era limitato, e la sua posizione è stata attenuata dal fatto che si era opposto ai massacri.
Le richieste dell'accusa erano più pesanti, ma la sentenza non è stata contestata ufficialmente, in un'ottica di sostegno alla riconciliazione nazionale. Proprio quest'anno si sono celebrati i 15 anni del genocidio, con manifestazioni e iniziative di commemorazione, tutte tese a sottolineare l'importanza per il paese di restare unito. Il genocidio è troppo recente perché ci sia un'analisi storica obiettiva di quanto avvenuto, anche perché la guida del paese dal 1994 ad oggi è sempre rimasta la stessa: il presidente Paul Kagame, tutsi, ha vinto anche le elezioni dell'agosto 2010, riconfermandosi fino al 2017. Un risultato scontato per un voto caratterizzato dalla mancanza di libertà di stampa e dall'assenza dell'opposizione: tutti i candidati facevano parte della coalizione di governo. Eppure il paese rappresenta un modello di sviluppo per tutto il continente africano: negli ultimi 10 anni la stabilità politica ha permesso a Kigali di registrare una crescita economica media del 7,7%. Istruzione, sanità, sviluppo tecnologico, parità tra i sessi sono altri importanti traguardi raggiunti dall'amministrazione. Ma questi ottimi risultati non metteranno Kagame al riparo per sempre da un necessario cambio di potere al vertice.