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Ha vinto i referendum che gli permetteranno più controllo su magistrati e informazione. Sconfitta la Chiesa avevas invitato a votare «no»

Il progetto politico del presidente ecuadoriano Rafael Correa e del suo partito, Alianza País, esce rafforzato dal referendum tenutosi nel Paese lo scorso 7 maggio. Chiamato ad esprimersi su 10 quesiti proposti dal governo, alcuni dei quali molto delicati, il popolo dell'Ecuador ha risposto «sì» in blocco. La vittoria è stata di misura, ma si tratta ugualmente di un segnale importante per il governo.

«Ringrazio tutto il popolo ecuadoriano per avere avuto di nuovo fiducia nel governo della revolución ciudadana», ha commentato Correa all'indomani delle consultazioni, assicurando che non tradirà le speranze della popolazione e lavorerà fortemente tra gli abitanti delle province in cui ha vinto il «no» per dimostrare che «erano stati manipolati» e che la sua amministrazione «lotta per il bene di ogni angolo della patria».

L'imporsi del «sì» implica l'avvio di un processo di revisione di alcuni passaggi della giovanissima Costituzione nazionale, approvata nel 2008 e considerata una delle più avanzate del mondo. Particolarmente significativa, e degna di attenzione, è la vittoria ottenuta da Correa nei due questi più polemici: la proposta di creare commissioni per riformare la Giustizia e quella di regolare i contenuti dei mezzi di informazione. Votando «sì» gli ecuadoriani hanno di fatto scelto democraticamente di ridurre il proprio grado di libertà per aumentare il potere del governo. Con la riforma della Giustizia, il presidente vuole depurare la magistratura e porre fine alle carenze e alla corruzione del sistema giudiziario. «Andremo incontro alle aspirazioni e al clamore del popolo ecuadoriano, che desidera maggiore sicurezza e una Giustizia degna e onesta», ha dichiarato Correa. Ma l'opposizione - un variegato fronte che comprende destra neoliberale, gruppi cattolici, movimenti indigeni e una parte della sinistra parlamentare - ritiene che l'obiettivo reale sia unicamente quello di mettere sotto controllo la magistratura, ponendo fine alla sua indipendenza, e concentrare maggior potere nelle mani del governo.

Quanto alla proposta di regolare i contenuti dei media, il governo sostiene che mira unicamente a migliorare la qualità dell'informazione. Riguarderebbe soprattutto i contenuti di tipo sessuale, violento e discriminatorio. Ma anche su questo punto l'opposizione teme che si tratti di un tranello e che il vero obiettivo del governo sia quello di esercitare una forma di censura sui mezzi di comunicazione privati, con cui il presidente è costantemente in conflitto. Più in generale, chi critica l'ipotesi di un controllo sui media sottolinea il fatto che ciò limita diritti civili fondamentali, come la libertà di espressione e di stampa, e potrebbe condurre ad un aumento incontrollato dei meccanismi di corruzione, che solo un'informazione libera può denunciare e portare alla luce.

La Chiesa ecuadoriana (che Correa considera sua nemica, esattamente come i mezzi di informazione privati) si era pronunciata sul referendum già alla fine di marzo, chiedendo al popolo di votare per difendere la libertà. In un comunicato, la Conferencia Episcopal Ecuatoriana (CEE) aveva messo in guardia i cittadini, avvertendoli che nel referendum erano «in gioco i fondamenti stessi dello stato di diritto: l'indipendenza tra le distinte funzioni dei poteri dello Stato, l'organizzazione del sistema giudiziario e la reale vigenza delle libertà e dei diritti fondamentali».

Questa è la terza prova elettorale importante (ce ne sono state altre, ma di minor peso) a cui il governo dell'Ecuador ha deciso di sottoporsi dopo l'elezione democratica di Correa nel 2006. Prima ci sono stati il referendum nel 2007 per creare un'assemblea costituente (in quell'occasione il «sì» vinse con l'80 per cento dei consensi) e, nel 2008, la consultazione per approvare il testo costituzionale redatto dall'assemblea (in quel caso il «sì» vinse con il 65 per cento). Nel complesso emerge  un dato importante: il margine di vittoria del governo, col passare degli anni, si è pesantemente ridotto.

Tuttavia l'esecutivo non sembra intenzionato sottrarsi alla prova delle urne. Il presidente ecuadoriano starebbe già pensando di indire un nuovo referendum per decidere cosa fare con i giacimenti petroliferi del parco naturale Yasuni. In un primo momento, con l'iniziativa Yasuni-ITT, il governo si era proposto di non sfruttare le risorse petroliferi del parco, chiedendo in cambio alla comunità internazionale la metà delle entrate perse dal Paese rinunciando al greggio. Ma la cifra finora non è stata raggiunta e adesso il governo vuole che sia il popolo a decidere il da farsi.

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