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02/05/2011
I musulmani dell'Asia nel mondo globale
di Francesco Zannini
In Indonesia il Pancasilla ha anticipato la Dichiarazione dei diritti dell'uomo

 

Se si guarda alla storia dell’islamizzazione dell’Asia, ci si accorge che essa è il risultato di una serie di legami non solo con il mondo arabo ma anche con quello caucasico e persiano. Le varie popolazioni, i predicatori e i mercanti, che sono stati fautori di questa islamizzazione, hanno veicolato in essa una moltitudine di lingue e di culture. Vi è stato poi il periodo coloniale in cui, accanto ai musulmani che si sono chiusi a riccio per salvare le proprie anime e la loro comunità dagli influssi cristiani e occidentali, sono emersi anche pionieri del dialogo interculturale e dell’incontro con l’Occidente. Così, fin dal XIX secolo, si sono visti personaggi che hanno saputo aprirsi all’Occidente non solo per comunicare i loro valori islamici, ma anche per accogliere quella ricchezza culturale e tecnologica che l’Occidente poteva offrire al mondo musulmano. Uno dei primi fu Sayyid Ahmad Khan (1817-1898), che intuì già nell’Ottocento che il pensiero islamico poteva essere rivitalizzato solo attraverso un’apertura alle scienze, alla filosofia e al contributo degli studiosi moderni (arabi, asiatici e occidentali) e per questo promosse gli studi islamici in inglese. 

Sulle sue orme, una schiera di pensatori musulmani hanno affrontato ed ancor oggi affrontano con coraggio in Asia le sfide dell’era contemporanea e della globalità, pur mantenendo saldo il legame con la propria tradizione musulmana. Essi sono stati e sono capaci di confrontarsi non solo con con la tecnologia, ma anche con nuovi concetti etici e sociali provenienti da altre parti del mondo e da altri contesti religiosi. Così Maulana Abu’l-Kalam Azad (1888-1958), accolse la sfida del pluralismo etico e religioso impegnandosi in maniera profonda e scientifica a sviluppare una teologia musulmana comparata delle religioni. Con Maulana Azad, il giurista indiano A.A.A. Fyzee (1899?-1982) condivise la scelta di non migrare in Pakistan ma di rimanere nel proprio Paese per costruire assieme a persone di altre etnie e religioni un unico Stato laico rispettoso di tutte le religioni, fu capace di riportare la legge islamica nel suo ambito spirituale ed etico per purgarla dagli elementi politici ad essa attribuiti, aprendo, così, per i musulmani la via al dialogo con le democrazie occidentali. Uno degli intellettuali musulmani dell’Asia di maggior rilievo, nel secolo scorso, è stato il pakistano Fazlur Rahman (1919-1988). Anche per lui il Corano deve essere avvicinato come un sistema etico piuttosto che un libro di legge, il che permette un’apertura alla situazione multi-religiosa di oggi dove, in molti casi, religioni e comunità diverse sono chiamate a far parte di un’unica «famiglia umana». Tra gli uomini che ancor oggi lottano per questa integrazione e per l’universalità dei valori e dei diritti vi è il musulmano malesiano Chandra Muzaffar, che ha subìto numerosi processi e reclusioni per la sua fedeltà ai propri principi ed è considerato il simbolo dell’impegno intellettuale per i diritti dell’uomo, in Malesia e nel mondo intero. 

Ma non esistono solo individui isolati. Un intero popolo, come quello indonesiano, è stato capace addirittura di anticipare, nel lontano 1945, con Pancasila molti di quelli che saranno i principi-guida della Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, di cui spesso l’Occidente va fiero. Si tratta dunque di riscoprire le valenze universalistiche dell’islam in Asia, che si sono costruite con un cammino faticoso attraverso i secoli, per poter capire come questo mondo sia uno dei nostri migliori interlocutori dell’oggi e del domani.

 

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