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«Fratello tra altri fratelli nella fede»
Padre Silvano Zoccarato ricorda l'accoglienza a Giovanni Paolo II durante il primo viaggio in Camerun nel 1985

«Quello bisogna accoglierlo con un cuore puro». È rimasto senza parole, padre Silvano Zoccarato, missionario del Pime in Camerun. Era un folle a dirlo, un matto che stava gridando fuori dalla sala dove si teneva un incontro dei volontari italiani. Padre Silvano era uscito, per chiedergli di smetterla di urlare. «Gli ho detto ci stavamo preparando per una visita importante, quella del Papa. "Secondo te come bisogna accoglierlo?", gli chiesi. Quella è stata la sua risposta: "con un cuore puro"».

Nelle parole di quel folle si era cristallizzato il pensiero di molti cristiani del Camerun, che nell'85 hanno accolto il Papa nel suo primo viaggio in quel Paese. Mistero, rispetto, timore. Sono stati i sentimenti che hanno accompagnato i cattolici camerunesi durante quella storica visita, che li metteva, almeno per un momento, al centro del mondo, nel cuore della cristianità.

«Roma è molto lontana, spesso la gente più semplice non ne sa nulla, fa persino fatica a figurarsela - dice il missionario -. La pensano come un luogo sospeso tra terra e cielo».

Padre Silvano, che ha profondamente studiato la cultura e le tradizioni di questa terra, ha saputo cogliere anche le sfumature e il senso più profondo di un'emozione e di una festa che sono state grandi, piene di gesti simbolici, di entusiasmo ed esuberanza. Ma anche il Papa, aveva saputo intuire dietro quei gesti la fede grande, sincera e semplice di un popolo che in quel momento si sentiva finalmente protagonista della storia e non più ai margini.

Quando poi il Santo Padre, dopo aver consacrato i nuovi sacerdoti, è voluto scendere tra gli handicappati presenti in cattedrale, una donna non smetteva di ripetere: «Ha voluto fare proprio tutto, ha voluto fare proprio tutto...». Non solo il protocollo, le autorità, la forma, i riti, ma un gesto di vicinanza alla gente che non è passato inosservato. «Il Papa - ricorda padre Silvano - è venuto come un fratello tra altri fratelli nella fede e come ospite di tutta la nazione».

Ciò non ha impedito al Giovanni Paolo II di affrontare temi forti e problematici, di fare accenno alla libertà religiosa e al rispetto dei valori tradizionali e della persona nel discorso tenuto a Garoua, nel nord del Paese, in un ambiente largamente musulmano. Oppure di invitare gli intellettuali a superare «il miraggio dei titoli e dei diplomi» per mettersi invece al servizio della gente.

Come ha fatto lui stesso, muovendosi libero e deciso, facendo gesti semplici e spontanei che hanno colpito e commosso, al punto che ancora oggi continuano ad essere ricordati. «Gli era stata offerta una calebasse con dell'acqua - racconta padre Silvano -. Prima di berla, il Santo Padre ne ha versata a terra un poco in ricordo e per rispetto degli antenati, come si usa fare qui. È stato un gesto di grande valore simbolico che ha lasciato un segno profondo».

Era l'85 e ancora non si parlava di inculturazione, almeno non nei termini con cui il tema venne riproposto con forza, e dallo stesso Papa e di nuovo in Camerun, dieci anni dopo, nel 1995, all'indomani del Sinodo dei vescovi africani, che aveva messo al centro il concetto di «Chiesa-famiglia di Dio» e la sfida dell'inculturazione.

Eppure, già alla sua prima visita in Camerun, Giovanni Paolo II aveva saputo toccare alcuni temi particolarmente cari agli africani. Aveva ricordato e celebrato i santi di questo continente, e la gente ha continuano a ricordarlo per anni. Aveva sottolineato il ruolo e l'importanza dei catechisti. «A Guidiguis, nel nord del Camerun - ricorda padre Silvano - abitavo in una capanna, di fianco a quella del catechista. In quei momenti ci sentivamo davvero parte della Chiesa universale e della vita cristiana anche se celebravamo in piccole cappelle o ci incontravamo in semplici capanne o sotto un albero».

Sono passati vent'anni e da allora la Chiesa in Camerun e in Africa ha fatto molta strada. Ma quei viaggi del Papa, quelle visite in numerosi Paesi, e poi i continui richiami, le denunce, gli appelli contro le ingiustizie e le guerre che continuano a segnare e devastare il continente sono rimasti impressi fortemente nel cuore della gente.

«Molte cose sono state fatte, molto resta da fare. Il Papa è stato una guida e un pastore, spesso si è posto davanti a noi e non sempre siamo stati capaci di seguirlo adeguatamente. Anche nell'invitare i vescovi africani a preparare un nuovo Sinodo per l'Africa, si è fatto una volta ancora guida e stimolo, uomo capace di cogliere i segni dei tempi e di spronare la sua Chiesa in tutto il mondo a riflettere e a farsi testimone».

Anche ora, all'indomani della sua morte, «è importante ricordare il Papa come vicario di Cristo, ma anche come vicario ed espressione della Chiesa. Chiesa che è universale, che è in Vaticano come nell'ultima cappella dispersa nella brousse camerunese».

Ma è anche importante, sottolinea padre Silvano, assumersi ciascuno la propria responsabilità proprio in quanto parte di una Chiesa universale, promuovendo a tutti i livelli il dialogo e la concertazione. «Purtroppo, a volte, prevalgono le divisioni invece dell'unità e della comunione. Se non c'è concertazione, ognuno fa quello che può, per non dire quello che vuole. Questo favorisce le tensioni e le incomprensioni. Il Papa ci ha insegnato che è vitale che in Africa si trovino momenti di discussione e condivisione sui temi fondamentali. Per crescere insieme. E per far sentire la nostra voce all'interno della Chiesa».

Così come i pigmei fecero sentire la loro voce durante la Messa celebrata a Doaula. Un piccolo gesto che però ha avuto un significato importante proprio nel segno dell'unità. «Una piccola sorella di Charles de Foucauld che viveva con loro in foresta mi ha raccontato che la gente dei villaggi non voleva che cantassero nella corale che ha ricevuto il Papa. "Loro non sono uomini", dicevano. "Dio non capisce la loro lingua!". Ma a Douala, non solo i pigmei hanno cantato e danzato davanti al Papa, ma tutta la corale ha intonato il loro ritornello. Era come se tutti dicessero: "È vero, il signore capisce anche la lingua dei pigmei!».

 

 

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