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Leggendo le parole di elogio che alcuni capi di Stato hanno espresso alla morte di Giovanni Paolo II, ho notato come molti abbiano messo in risalto soprattutto le sue qualità umane. Eccone alcune: «Uomo saggio e responsabile, aperto al dialogo. Uomo di valore, di una dignità e di un coraggio straordinari. Ha mostrato a tutti gli uomini e a tutti i popoli la strada della concordia, della solidarietà e della libertà. Un campione della riconciliazione e della fraternità tra le religioni. Il Papa incarnava ciò che c'è di migliore nell'uomo, l'universalità. Aveva un cuore umano, di un padre di famiglia. Ha lasciato al mondo un messaggio di umanità, di fraternità, di umiltà, di amore e di pietà».
Chiamandosi «il Papa venuto da lontano», Giovanni Paolo II pensava a Pietro, anche lui venuto da lontano. Ma non ha mai pensato di «costruirsi un nido» a Roma, perché sapeva che Roma è simbolo di apertura al mondo, di universalità; è venuto da lontano perché voleva andare ancora più lontano, «fino alle estremità della terra» (At 1,8).
Già abbandonando la sedia gestatoria, ci ha fatto capire che voleva scendere in mezzo agli uomini, condividere direttamente sul terreno le realtà dell'umanità: le sue pene, le sue gioie e le sue speranze. Ci ha mostrato che voleva essere uomo in mezzo agli uomini, «uomo- relazione», secondo la cultura africana.
Uomo in relazione con le cose, un contemplativo della natura e del creato; in relazione con i vivi e con i morti (ha difeso la vita in tutte le sue dimensioni) e in questo molto vicino alla cultura africana, secondo la quale sono i morti che inviano un nuovo uomo sulla terra perché continui la loro missione, sono loro i garanti della vita. Ma anche in relazione con tutti i viventi e non a caso parlava molte lingue, perché voleva entrare nell'intimo dei popoli e degli uomini, nonché vero apostolo e infaticabile avvocato della pace. Ma Giovanni Paolo II è stato soprattutto un uomo in relazione con Dio e la preghiera è stato il fondamento del suo ministero apostolico; un «cercatore» di Dio, dell'Assoluto e dell'Invisibile, con la croce sempre davanti a lui, aggrappato ad essa. Il suo sguardo veniva da lontano, e andava lontano, scrutava i cuori e gli avvenimenti.
Secondo la simbologia e la cultura africane, il «vero uomo» è colui che tesse molte relazioni di amicizia e vive in comunione con tutti gli esseri. È solidale, si sente responsabile della sofferenza degli altri; è rispettoso e difensore della libertà e dei diritti dell'altro. Non schiaccia l'altro, non l'umilia, ma è servizievole e cerca di capire il suo punto di vista prima di parlare e di agire. È uno che sa dialogare.
L'africano ha visto in Giovanni Paolo II il vero uomo, un campione pieno di umanità, rivestito di tutte le qualità di cui l'uomo può essere ornato in quanto creato a immagine di Dio perché gli assomigli. L'africano ha visto in lui un grande uomo, un uomo santo.
La cultura africana dice che il vero uomo è colui che riflette, che cerca la vera scienza che viene da Dio, e la trasmette agli altri. Non parla per far piacere agli altri, ma per aiutare gli altri a saper discernere, a crescere in saggezza. Alcune prese di posizione del Santo Padre su temi «scottanti» non sempre sono state capite, o addirittura sono state rifiutate da molti. Come la sua opposizione radicale all'aborto, al matrimonio dei preti, all'ordinazione delle donne, all'eutanasia, alla contraccezione. Ha preferito «obbedire a Dio piuttosto che agli uomini». Anche se alcuni si aspettavano risposte o soluzioni diverse a questi problemi cruciali, ha predicato la fedeltà, l'astinenza, la castità, la sessualità responsabile. In una parola: la vita.
Il vero uomo non si contenta di belle parole, non si ferma alle apparenze, ma pone gesti concreti. Il 10 maggio 1980, durante il suo primo viaggio in Africa, in Burkina Faso, ha lanciato un appello solenne in favore delle popolazioni gravemente colpite dalla siccità e dalla desertificazione del Sahel. Molti hanno risposto a questo suo appello: ed è nata così la «Fondazione Giovanni Paolo II per il Sahel», la cui gestione è affidata ai rappresentanti degli episcopati dei nove Paesi interessati.
Il vero uomo è coraggioso, ma non temerario: non ha pura dei pericoli, delle difficoltà, della fatica, della malattia, della morte. Giovanni Paolo II sapeva rischiare, incarnava il coraggio, era determinato e tenace.
Il vero uomo non ha paura degli avversari, di chi non condivide o combatte le sue idee. Giovanni Paolo II ha avuto il coraggio di dire ciò che altri non osavano dire. O di fare gesti che nessuna aveva osato fare. Come entrare in una sinagoga a Roma e in una moschea a Damasco.
Il vero uomo è umile. La frase pronunciata la prima sera, appena eletto Papa, ha sorpreso tutti. Rivolgendosi ai cristiani di Roma, ha detto loro: «Vi invito a correggermi se faccio degli sbagli quando parlo la nostra lingua».
Il vero uomo sa perdonare, come ha fatto con Ali Agça, il suo aggressore. E non ha vergogna di chiedere perdono. Come ha fatto durante una solenne liturgia penitenziale in Vaticano per tutti i crimini commessi dai cattolici nella storia della Chiesa; o sull'isola di Gorée in Senegal, dove ha implorato il perdono a nome dei cattolici per i milioni di africani resi in schiavitù.
Il vero uomo cerca la perfezione, l'eccellenza; e di conseguenza aborrisce l'imperfezione, la mediocrità. Per questo il Santo Padre ci invita ad andare sempre più il alto (duc in altum), a contemplare il Cristo, a cercare la santità in tutti i modi e a tutti i costi.
Questo è il Papa che gli africani hanno conosciuto, amato, applaudito, e che ora piangono. Quando un africano incontra un vero uomo come lo concepisce lui nella sua propria cultura, si lascia da lui guidare, ammaestrare, educare, per diventare come lui. E Giovanni Paolo II è riuscito in questa straordinaria ed entusiasmante impresa, perché era «l'atleta di Dio».
Per l'africano, il santo è colui che è «pienamente uomo». E dunque colui che è «pienamente uomo» è santo.
Giovanni Paolo II ha vissuto nelle sue scelte, nelle sue parole, nelle sue azioni la vita stessa di Cristo. Ha scelto l'uomo, l'ha difeso, l'ha amato, l'ha aiutato concretamente. Questo lo può constatare ogni popolo della terra, di qualsiasi ceto sociale, razza o lingua. E in particolare i popoli africani, i più dimenticati di tutti.
L'amore di Giovanni Paolo II per l'Africa risale agli anni del Concilio. Tra il 1962-65, aveva preso numerosi contatti con i vescovi africani che erano venuti a Roma per il Concilio. Era tanto innamorato dell'Africa che a volte componeva, sotto un pseudonimo, dei poemi in polacco, nei quali cantava l'Africa «dove i fiumi seccano all'improvviso e dove il sole ti brucia come gli altiforni di carbone».
Ci fu un legame particolare tra il Papa e l'Africa, tanto che qualcuno l'ha chiamato «Giovanni Paolo II, l'africano».
Infaticabile avvocato dell'Africa, si è distinto nella sua lotta per lo sviluppo. L'Africa è stata al cuore della sua attività apostolica, perché è in questo continente confrontato alla povertà, alle malattie, ai conflitti armati ed etnici che il Papa ha fatto sentire il suo messaggio di pace e di solidarietà della Chiesa. L'appello alla «globalizzazione della solidarietà» di Giovanni Paolo II è stato di una grande pertinenza in questo mondo dove il ripiegamento su se stessi, gli interessi privati degli Stati e l'indifferenza di fronte alla sorte dei poveri sono diventati la regola di vita.
Gli africani lo ricorderanno a lungo come il Papa che si interessa a loro, come colui che è stato il loro migliore avvocato e che li ha difesi in un mondo dove regna l'ingiustizia, l'egoismo, la ragione del più forte. Da Ouagadougou, il 21 maggio 1980, ha gridato ai Paesi occidentali: «Non dimenticate l'Africa, interessatevi seriamente a questo continente».
Un tema fondamentale che ha segnato il pontificato di Giovanni Paolo II riguarda l'inculturazione. Dopo un secolo di evangelizzazione, gli africani non hanno ancora superato il conflitto tra le loro culture e il cristianesimo. Il Papa, all'inizio del suo settimo viaggio in Africa (in tutto ne ha effettuati quattordici, visitando una quarantina di Paesi), aveva condannato la stregoneria, dopo aver attaccato con forza, nei suoi precedenti viaggi, la poligamia, i matrimoni irregolari, e il proselitismo delle sètte nel continente africano.
Era necessaria quindi una «nuova evangelizzazione», un'evangelizzazione in profondità, che penetra l'uomo nella sua stessa cultura, centrata sull'incontro con la persona vivente di Cristo. Questa nuova evangelizzazione dell'Africa si chiama inculturazione, che il Papa ha considerato come una priorità e un'urgenza nella vita delle Chiese particolari, una delle sfide, delle scommesse maggiori per la Chiesa nel continente africano, in modo che il Vangelo penetri e si innesti intimamente e realmente nella vita dell'individuo. Lo scopo principale dell'evangelizzazione è infatti di trasformare l'uomo dal di dentro, rendere nuova la stessa umanità.
Visitando il Malawi, il 6 maggio 1989, Giovanni Paolo II diceva: «Oggi vi lancio una sfida che consiste nel rifiutare uno stile di vita che non corrisponde alle migliori ricchezze delle vostre tradizioni locali e della vostra fede cristiana. Molti in Africa preferiscono guardare fuori dell'Africa, verso la cosiddetta libertà di costumi dei Paesi occidentali. Oggi, vi raccomando vivamente di guardare dentro voi stessi. Guardate le ricchezze delle vostre tradizioni, guardate la fede che noi celebriamo in questa assemblea. Troverete qui la vera libertà, troverete qui il Cristo che vi condurrà alla verità». (Ecclesia in Africa, n. 48)
Tutto questo ci dice la preoccupazione, la sofferenza di Giovanni Paolo II per una vera, autentica evangelizzazione dell'Africa. Ma come è stato recepito dai cristiani qui in Costa d'Avorio questo messaggio pressante del Papa?
È vero che qua e là ci sono tentativi di inculturazione. Ma secondo me, da quanto vedo e so, ci si è fermati ad inculturare alcuni gesti della liturgia, della Messa. Vorrei quasi dire che l'inculturazione in Costa d'Avorio sa alquanto folclore, decoro, vernice esteriore.
Per poter inculturare il Vangelo, bisogna conoscere bene sia il Vangelo (e viverlo), sia la cultura cui il Vangelo è annunziato. Per inculturarlo bisogna impegnarsi seriamente sulla strada della santità, perché lo scopo principale dell'inculturazione è l'incontro e la comunione con Cristo. Scrive Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte (n° 30): «Ogni cammino pastorale deve essere realizzato nella prospettiva della santità».
In secondo luogo, per inculturare il Vangelo, bisogna conoscere bene la cultura del popolo, a cui il Vangelo è annunziato. Ora, molti ivoriani, sacerdoti e laici, non conoscono la loro stessa cultura; alcuni persino la rifiutano.
Quanti preti locali si sono impegnati nella traduzione della Bibbia nella loro lingua locale? Molti non conoscono i proverbi, i racconti, e soprattutto i simboli. Ora, sono soprattutto i simboli che fanno conoscere profondamente quello che c'è nell'uomo, che rivelano l'uomo all'uomo, che gli fanno conoscere i suoi veri, autentici valori.
Svolgendo la mia attività missionaria in Costa d'Avorio, ho fatto una ricerca sui simboli africani: sono veramente un «tesoro» nascosto, uno specchio in cui tu ti rifletti e ti conosci profondamente. Ed è così che arrivi necessariamente alla decisione di convertirti, di mettere del lievito nella tua cultura perché la trasformi, la renda migliore, più completa, più «evangelica». Avrai cioè il desiderio di mettere il tuo cuore e la tua vita in sintonia con quella di Cristo e di andare sempre più in alto. E allora scoprirai il «tesoro» che la tua pigrizia, il tuo orgoglio, il tuo peccato avevano nascosto, e avrai la gioia di sapere che «non sei lontano dal regno di Dio» (Mc 12,34).
È stato scritto che Giovanni Paolo II «ha consacrato l'inculturazione». Che questa consacrazione trasformi, dal di dentro, gli abitanti della Costa d'Avorio e gli africani tutti, perché l'Africa sia veramente «la nuova patria di Cristo».