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Ridurre l'impatto della malattia nella regione del Tigrai è l'obiettivo di un'iniziativa innovativa che associa partner pubblici e privati

Nel villaggio di Kunkura non sono in molti a saper leggere e scrivere. Mister Fanta è uno di loro e per questo è sempre stato grandemente rispettato e stimato. Ora lo è ancora di più. Perché da qualche tempo ha cominciato anche a curare la malaria. E lo fa con una sorprendente  professionalità in questo angolo remoto del Tigrai, regione settentrionale dell’Etiopia.
Capannucce di legno, qualche alberoe alcune siepi, custoditi dalla corona di monti che si staglia sullo sfondo. Il villaggio è tutto lì. Luogo incantato e immobile per chi vi passa fuggevolmente, ma che lascia  intuire la durezza di una vita aggrappata a poche cose: l’acqua del pozzo, qualche campo coltivato, un po’ di animali. Le ricorrenti siccità aggravano una precarietà che la presenza endemica della malaria traduce troppo spesso in sofferenza e morte.
Qui, infatti, come in molte parti del mondo, questa malattia continua a colpire e uccidere milioni di persone: ogni anno se ne ammalano circa 500 mila e ne muoiono più di 2 milioni. Il 90 per cento in Africa subsahariana, dove la malaria uccide circa 800 mila bambini e provoca gravi perdite economiche: la malattia, infatti, «costa» al continente più di 12 miliardi di dollari in termini di danni economici, pari all’1,3 per cento circa della sua crescita annua.
Il villaggio di Kunkura non è che un puntino minuscolo nella mappa funesta di una malattia ancora troppo diffusa. Ma è emblematico di tutti quei luoghi in cui ammalarsi di malaria è quasi inevitabile e ogni volta si rischia la vita. Almeno sino ad oggi.
Ora infatti a Kunkura c’è Mister Fanta e nella regione del Tigrai ci sono molti altri come lui, anelli conclusivi  di una lunga catena di cooperazione e solidarietà che sta sperimentando forme nuove e integrate di lotta alla malaria.
L’iniziativa nasce da un accordo siglato nel 2004 dalla multinazionale farmaceutica Novartis Italia e dal ministero della Salute italiano, in collaborazione con il ministero della Salute del Tigrai, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), l’Ospedale dermatologico italiano di Quihà e l’Istituto dermatologico san Gallicano di Roma. Insomma, una partnership tra pubblico e privato che in questi ultimi anni si è rivelata, anche in altri contesti, molto efficace. L’accordo prevede un investimento di 525.000 dollari nell’arco di un biennio - di cui 400.000 messi a disposizione da Novartis Italia e 125.000 dal governo italiano - e comprende la distribuzione gratuita di test diagnostici rapidi e del farmaco antimalarico Coartem, oltre all’implementazione di attività di educazione sanitaria con il coinvolgimento di circa 140 mila persone.
Il progetto, avviato nel 2005, verrà valutato e concluso il prossimo anno. L’obiettivo è quello di ridurre significativamente l’impatto della malaria nel Tigrai, dove la malattia è endemica su tre quarti del territorio e colpisce più di quattro milioni di persone. Oltretutto, in questa zona, è molto diffuso il Plasmodium falciparum, ovvero la forma più aggressiva e pericolosa di malaria, resistente ai trattamenti tradizionali come la clorochina, l’associazione pirimetamina-sulfadoxina (Fan¬sidar) e l’amodiachina. Per ottenere questo ambizioso risultato si è studiato il modo di far arrivare diagnosi, terapia e informazione sanitaria direttamente dove ce n’è più bisogno: ovvero nei villaggi  come Kunkura e attraverso persone opportunamente formate come Mister Fanta.
«Sinora - precisa il professor Aldo Morrone, primario di medicina delle migrazioni e dermatologia tropicale all’ospedale san Gallicano di Roma - abbiamo formato 114 operatori sanitari comunitari, capaci di diagnosticare e curare la malaria con tempestività. Questi community health worker vivono infatti a stretto contatto con le popolazioni del loro villaggio o dei villaggi limitrofi, che in questo modo non sono costrette a percorrere molti chilometri per raggiungere un centro sanitario. Solo con una diagnosi tempestiva e la somministrazione immediata del farmaco antimalarico è possibile curare adeguatamente la malaria e salvare molte vite umane».
Il professor Morrone osserva con attenzione Mister Fanta, mentre sottopone una bambina al test per individuare la malaria. È soddisfatto del lavoro di formazioni svolto dai suoi collaboratori. «Fino a pochi mesi fa una cosa del genere era impensabile - osserva -. Oggi Mister Fanta e molti altri come lui sono in grado di operare con competenza e dedizione anche in un posto tanto remoto come questo villaggio. Questo permette non solo di accorciare i tempi del trattamento, ma anche di favorire la circolazione di informazioni igieniche e sanitarie, affinché la gente diventi capace di  prevenire il contagio, attraverso alcune semplici precauzioni, come un uso corretto della zanzariera».
Anche il ministro della Salute del Tigrai, Gebre Ab Barnabas, che ha seguito da vicino l’implementazione del progetto, è molto soddisfatto. «La gestione comunitaria della malaria - ribadisce, mentre inaugura il nuovo ospedale dermatologico di Makallé, capitale del Tigrai, realizzato dal san Gallicano - è l’elemento più innovativo di questo progetto, perché permette di affrontare la malattia a livello locale, direttamente nei villaggi, riducendo così anche il numero di ricoveri causati dalla malattia».
Già a un anno di distanza i riscontri sono molto positivi. «Sinora - aggiunge il responsabile dell’Ufficio-malaria del ministero della Salute del Tigrai, Asefaw Getachew - abbiamo raggiunto circa 140 mila persone con attività di educazione sanitaria e trattato circa 48 mila pazienti in 33 villaggi con Coartem, una terapia innovativa basata sull’associazione in un’unica compressa di artemetere e lumefantrina. Le indagini condotte mostrano che i tassi di mortalità e quelli di ospedalizzazione sono notevolmente diminuiti».
È molto ottimista anche Angela Bianchi, responsabile comunicazione di Novartis Italia, che coordina il progetto: «La creazione di una rete di partner privati e pubblici - precisa - che hanno trovato modalità comuni e proficue di collaborazione e la distribuzione gratuita del Coartem, oltre a un’intensa attività di educazione sanitaria nelle comunità rurali, stanno dando risultati molto incoraggianti».
Anche a Omogedel, la scena che si ripete è la stessa. Un uomo del villaggio sistema una seggiola sotto un albero e prepara l’occorrente per eseguire i test. Anche lui, fino a pochi mesi fa era un semplice contadino come gli altri uomini del posto. Ora, oltre a dedicarsi ai suoi campi, aiuta la sua gente a prevenire e curare la malaria. Una donna si siede accanto a lui e porge un dito. Basta una goccia di sangue per diagnosticare in pochi minuti la presenza della malaria. E tre-quattro giorni di trattamento con Coartem per curarla.
Ormai, quasi tutti i Paesi dove la malattia è endemica stanno introducendo come trattamento di prima linea questo medicinale prodotto in Cina da Novartis, combinando due farmaci, uno dei quali è un derivato dell’artemisina. Le difficoltà tuttavia non mancano.
L’associazione Medici senza Frontiere, in particolare, denuncia il fatto che le terapie a base di artemisina (Artemisin Combination Therapies, Act) sono troppo care e, anche a prezzo di costo (2,40 dollari per un adulto), il Coartem è ancora almeno dieci volte più costoso dei trattamenti tradizionali. Inoltre, nonostante l’accordo stipulato tra Oms e Novartis per la distribuzione di Coartem a prezzo di costo, verrebbero prodotte dosi insufficienti rispetto al fabbisogno mondiale.
Del resto, il numero delle richieste è aumentato in maniera esponenziale negli ultimi anni: nel 2004, infatti, l’Oms aveva ordinato a Novartis 10 milioni di trattamenti, l’anno successivo ne aveva richiesti 60 milioni, a fronte di un fabbisogno mondiale stimato in 220 milioni di dosi.
Quanto a promesse non mantenute, tuttavia, nel campo della malaria la lista è alquanto lunga e articolata. Il 25 aprile scorso, giornata mondiale di lotta alla malaria, la rivista medica britannica The Lancet accusava la Banca mondiale di non aver mantenuto i suoi impegni e che i fondi stanziati per la lotta contro la malaria sono «molto inferiori all’impegno di 300-500 milioni di dollari solo per l’Africa». Inoltre, uno studio pubblicato dalla stessa rivista giudicava fallimentare la campagna Roll Back Malaria, lanciata nel 1998 da Banca mondiale, Oms, Undp, e Unicef, con l’obiettivo, ormai molto ridimensionato, di dimezzare la mortalità entro il 2010. D’altro canto, anche dei 208 milioni di dollari stanziati nel 2002 per l’acquisto di Act da parte del  Global Fund - il Fondo globale di lotta contro Aids, malaria e Tbc -, solo il 30 per cento circa è stato effettivamente utilizzato.
Complessivamente, dunque, anche se tra il 1998 e il 2002 i contributi internazionali per combattere la malaria sono più che raddoppiati, essi tuttavia restano inadeguati per ottenere risultati soddisfacenti: secondo l’Oms, infatti, la sola Africa subsahariana avrebbe bisogno di almeno il triplo del denaro che riceve attualmente. Non stupisce, dunque, che in questi decenni la malaria invece di arretrare sia diventata, almeno in alcuni contesti, più diffusa o più mortale. Come in Africa australe e orientale, dove, negli anni Novanta, la situazione è peggiorata, essendo il plasmodio diventato più resistente ai farmaci tradizionali e mancando politiche di intervento efficaci a tutti i livelli.
Eppure gli esempi positivi non mancano. Come quello della regione del KwaZulu-Natal, in Sudafrica, dove nel 2000 si registravano 42.000 malati e 340 morti. Qui, l’uso combinato di Coartem e di insetticidi, adoperati  con precauzione, ha permesso di ridurre in tre anni del 96 per cento il tasso di mortalità e di morbidità. Tra le conseguenze positive, anche il risparmio di 200 mila dollari di spese per dispensari e ospedali da parte di uno dei distretti della regione.
Qualcosa di analogo lo si sta sperimentando anche nel Tigrai, dove, come in molte parti dell’Africa, i sistemi sanitari sono precari, non ci sono abbastanza infrastrutture e  personale preparato, e mancano spesso condizioni di vita dignitose, che garantiscano alla popolazione l’accesso all’acqua potabile, al cibo, all’igiene e all’istruzione.
«C’è bisogno di collaborazione - sottolinea il ministro della Salute del governo etiope, Kebede Worku, che segue da Addis Abeba l’avanzamento del progetto -: una partnership tra governi, istituzioni internazionali, aziende farmaceutiche e società civile. Ed è quello che stiamo sperimentando nel Tigrai con la speranza che si possa diffondere anche in altre regioni dell’Etiopia. Solo condividendo sforzi e responsabilità riusciremo a ottenere risultati significativi».

LA STORIA
Ospedale San Gallicano: per gli ultimi, ovunque


Il professore Aldo Morrone si aggira soddisfatto nei nuovi locali dell’ospedale dermatologico di Makallè, la capitale del Tigrai. Sono il risultato di un lungo e paziente lavoro di sistemazione del reparto e di trasferimento delle apparecchiature dall’ospedale di Quihà, a pochi chilometri di distanza, dove l’avventura etiope del san Gallicano ha avuto inizio 13 anni fa.
Nel cuore dell’Etiopia, così come a Roma, nella struttura storica di Trastevere, il professor Morrone mostra la stessa passione per i suoi malati, che qui come in Italia sono tra i più poveri, bistrattati, bisognosi. È una vocazione speciale la sua, medica e umana, che gli ha permesso, con l’aiuto di un’équipe molto affiatata e motivata, di dar vita a esperienze uniche e d’avanguardia. Oggi la struttura di medicina preventiva, delle migrazioni, del turismo e di dermatologia tropicale di Roma, continua una tradizione che risale alla fondazione del san Gallicano, nel 1725 ad opera di Papa Benedetto IV, che aveva voluto un ospedale per i più poveri e reietti innanzitutto tra coloro che si recavano in Vaticano per il Giubileo di allora. Ai giorni nostri, i pazienti della struttura sono soprattutto persone senza fissa dimora, migranti, handicappati, vittime di tortura, provenienti da tutto il mondo.
E, analogamente, a Quihà prima e a Makallé dopo, sono i più poveri tra i poveri i pazienti dell’ospedale dermatologico, quelli che non hanno accesso alle strutture sanitarie e non possono permettersi di acquistare i farmaci: molti sono bambini, e sempre di più malati di Aids, in cui il virus si manifesta spesso attraverso le malattie opportunistiche della pelle.
«L’obiettivo - asserisce il professore - è sempre lo stesso: fare politiche sanitarie “ricche” per i poveri, ovvero garantire il diritto alla salute e il migliore servizio possibile a chi non può permetterselo, restituendo la speranza a persone il cui destino sembra segnato. Partire dagli ultimi, anche in campo medico e della ricerca, è esattamente quello che vogliamo».
Il dottor Luigi Toma, che lo fiancheggia su entrambi i fronti, non sta fermo un momento: si occupa di un paziente e poi racconta un aneddoto, si indigna per un caso scabroso di violenza e intanto raccoglie i dati dell’ultima ricerca su immigrazione e sanità a Roma. A Makallé è lo stesso: dietro la formazione di Mister Fanta e degli altri community health worker c’è molta della sua competenza oltre alla collaborazione di altri medici del san Gallicano, che si alternano nella struttura di Makallé per garantire una presenza medica costante al fianco di uno staff infermieristico locale molto preparato ed efficiente.
«Non è stato sempre facile lavorare in Etiopia - spiega il dottor Toma -; la guerra con l’Eritrea a fine anni Novanta ci ha costretti a venir via per qualche tempo; poi però siamo tornati. Nel frattempo abbiamo creato l’Istituto internazionale di scienze mediche, antropologiche e sociali (Iismas), una onlus, che si propone di svolgere attività clinica, di ricerca e formativa per migliorare le condizioni di salute, educative e sociali della popolazione del Tigrai».
Forte della reputazione della struttura di Quihà, anche l’ospedale di Makallè è diventato in breve tempo un punto di riferimento importante per tutto il territorio. Al punto che arrivano ogni giorno più di cento pazienti, a volte da zone lontanissime, e le richieste sono sempre molto superiori alla disponibilità dei posti letto, una trentina in tutto. L’ospedale dispone anche di un ambulatorio e di un laboratorio, e offre un servizio di counceling. «Quest’ultimo - precisa il dottor Toma - è un’attività fondamentale per fornire un supporto psicologico al paziente e aiutarlo a prendere coscienza dei suoi problemi di salute e ad affrontarli, specialmente quando si tratta di Aids, una malattia che in Africa ha pesanti ripercussioni culturali e sociali». 
L’aspetto del counceling è un punto di forza anche della struttura romana, dove operano una trentina di mediatori culturali, molti dei quali stranieri, che parlano una ventina di lingue e che si occupano dell’ascolto e dell’accoglienza.
«In molti casi - spiega Isa Buonuomini, che ha iniziato quest’esperienza al san Gallicano 36 anni fa, insieme al professor Morrone - dietro a quella che viene esposta come una patologia c’è, in realtà, un disagio esistenziale o un problema psicologico. Per molto tempo, ad esempio, si presentavano diversi bangladesi, tutti col mal di cuore. Che, poi, era essenzialmente nostalgia di casa. Per non parlare dei moltissimi casi di donne cha hanno subìto mutilazioni genitali, che hanno sì grossi problemi fisici, ma che qui da noi vivono anche un grande disagio psicologico. Per questo, insistiamo con tutti i nostri operatori, sia medici che mediatori culturali, affinché garantiscano un approccio meno medicalizzato e più umano. Il fatto che molti dei nostri pazienti non ritirino gli esami clinici a cui sono stati sottoposti dimostra che loro stessi hanno innanzitutto bisogno di ascolto e accoglienza».
Il filo rosso che unisce la struttura di Trastevere a quella di Makallè non si esaurisce in una filosofia di fondo che le accomuna. A volte, arrivano in cerca di aiuto, qui in Italia come nel Tigrai, esattamente le stesse persone. Come le vittime di tortura, alcune delle quali sono proprio dei tigrini, più spesso eritrei che etiopi, fuggiti dalla guerra e dalla dittatura. Attualmente, tuttavia, i più numerosi sono i curdi, ma molti sono gli africani che fuggono dai luoghi in cui sono in corso guerre o ci sono situazioni di grave tensione e violazione dei diritti umani. Per le vittime di tortura, il dottor Toma ha creato un’apposita équipe multidisciplinare, che valuta i casi e interviene a più livelli: medico, psicologico e sociale. «Spesso - racconta - ci arrivano persone fortemente traumatizzate e totalmente annichilite. Hanno difficoltà ad essere se stesse e di conseguenza a integrarsi. Spesso non hanno mezzi di sostentamento e non sanno come affrontare le procedure per essere riconosciuti come rifugiati… Insomma, è una situazione complessa, che richiede inrterventi a più livelli. E che obbliga anche noi a un continuo aggiornamento non solo medico-scientifico, ma più in generale su quanto accade nel mondo. Perché è con una parte di questo mondo, quella più calpestata e offesa, che noi abbiamo a che fare tutti i giorni».   (a.p.)

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