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Il 15 maggio i ribelli e le milizie filogovernative hanno firmato un accordo per porre fine alle ostilità. Intanto i caschi blu dell'Onu si stanno dispiegando in diverse zone del Paese. Accanto ai segnali di speranza, restano i problemi. A partire dal controllo del mercato dei diamanti.

Qualche segnale, poche certezze. Quanto basta per riaprire uno scorcio di speranza in un Paese, come la Sierra Leone, che negli ultimi dieci anni ha avuto un unico punto fermo: la guerra. Un conflitto tra i più brutali e feroci d'Africa, con i suoi 40 mila morti, due milioni di sfollati e profughi, le migliaia di persone mutilate, le donne stuprate, gli oltre 5 mila bambini-soldato.
Oggi si riparla di pace, con grande cautela e senza troppa enfasi. Perché gli accordi siglati a metà maggio tra il governo e i leader del Revolutionary United Front (Fronte rivoluzionario unito, Ruf) non sono i primi e forse neppure gli ultimi. Vengono dopo la firma degli accordi di Lomé (Togo), del luglio '99, dopo gli accordi di Abuja (Nigeria), del novembre 2000, dopo altri tre agreement puntualmente sconfessati. E dopo un ennesimo meeting, a inizio maggio ad Abuja, in cui entrambe le parti si sono dette disponibili a incontrarsi per ribadire il cessate-il-fuoco firmato in novembre e il dispiegamento delle truppe Onu nelle aree controllate dai ribelli.
Governo, Ruf e Nazioni Unite hanno fatto mostra di una certa fiducia e buona volontà. Era dal maggio del 2000, da quando cioè il Ruf aveva attaccato Freetown e rapito circa 500 caschi blu, ma soprattutto da quando la sua guida storica, Foday Sankoh, era stato arrestato, che i ribelli non mettevano più piede nella capitale. Lo hanno fatto lunedì 14 maggio, con una delegazione guidata da Omrie Golley. Hanno incontrato il procuratore generale e ministro della Giustizia, Solomon Berewa, a capo della delegazione governativa, e il rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Oluyemi Adeniji. Il 15, la firma di un accordo tra il Ruf e la Civil Defence Force (Forza civile di difesa), una compagine che rappresenta le milizie pro-governative. Entrambi si sono detti disponibili a lavorare per assicurare "la cessazione delle ostilità e, per ottenere questo obiettivo, a ordinare a tutti i combattenti di desistere da ogni attività ostile".
"War is over" (La guerra è finita), ha affermato Golley, che però ha denunciato i continui attacchi alle posizioni del Ruf nell'Est del Paese, in particolare da parte dei Kamajor, combattenti tradizionali alleati al presidente Ahmad Tejan Kabbah. "Ci auguriamo di trovare una soluzione finale - ha detto Golley - al fine di poter procedere al disarmo e impegnarci nello sviluppo del Paese".
In base agli accordi, le forze governative verranno dispiegate nelle città settentrionali di Kambia e Port Loko, dove sia i ribelli che le milizie fedeli al presidente sono state invitate a deporre le armi. Il disarmo dovrebbe completarsi entro la fine di maggio. Ma il condizionale è d'obbligo. Come le perplessità sulle cordiali dichiarazioni del ministro della Giustizia che ha invitato i ribelli a far ritorno a Freetown "ogni volta che lo desiderano".
In realtà la partita è molto più complessa e ostica di quanto non emerga dalle pacate dichiarazioni dei leader coinvolti nei colloqui. "È essenziale - ha affermato Oluyemi Adeniji -, nell'interesse della pace della Sierra Leone e nell'interesse della pace e della sicurezza di ogni individuo, che questo processo possa giungere a buon fine".

Appetiti e interessi

La missione dell'Onu in Sierra Leone (Minusil), che aveva dimostrato tutta la sua inadeguatezza lo scorso anno, sembra ora poter gestire più efficacemente una situazione estremamente delicata e instabile. Grazie anche a un sostanziale incremento dei caschi blu, che sono oggi 12 mila - attualmente il contingente più imponente al mondo - ai quali dovrebbero aggiungersi altri 4 mila pakistani.
Ma i rappresentanti delle Nazioni Unite sanno bene che il dispiegamento delle forze della Minusil nelle aree controllate dai ribelli va a toccare il nervo principale di questa guerra: il controllo sulle miniere di diamanti. Perché dietro questo conflitto, come ribadito da un rapporto Onu del dicembre 2000, continuano ad esserci gli appetiti di molti trafficanti, gli interessi di Paesi vicini, a cominciare dalla Liberia, e quelli di network internazionali che vanno dall'Europa al Sudafrica passando per il Medio Oriente.
A nulla sono servite sino ad ora le sanzioni imposte dall'Onu alla Liberia, principale sponsor del Ruf e snodo per lo smercio di gran parte dei diamanti sierralionesi. Il sodalizio tra il presidente liberiano Charles Taylor e il leader del Ruf Foday Sankoh ha radici lontane, risale al 1989, quando l'allora ribelle liberiano comincia la lotta contro il regime di Samuel Doe e incoraggia l'amico sierralionese, ex caporale dell'armata, formatosi a Cuba, a prendere le armi contro il governo di Freetown. I due si alleano; il Ruf affianca le truppe di Taylor, che nel '95 vince il conflitto, per poi sostenere Sankoh e i suoi che ritornano massicciamente in Sierra Leone, dove la guerra civile dura ormai dal 1991.
L'appoggio di Taylor continua anche dopo che, nel '97, viene eletto presidente della Repubblica. Un appoggio niente affatto disinteressato. Insieme agli sforzi militari, infatti, il Ruf intensifica lo sfruttamento delle miniere di diamanti, che si trovano nell'Est della Sierra Leone, nelle regioni al confine con la Liberia. Ed è proprio a partire da questo Paese, che i ribelli continuano a gestire un redditizio traffico di diamanti. Secondo il centro di acquisti di Anversa, la Liberia avrebbe venduto due milioni e mezzo di carati al Belgio nel 1998 contro i 150 mila dell'anno precedente.
Nel rapporto Onu del dicembre 2000 si afferma, inoltre, che "il presidente Charles Taylor è attivamente coinvolto nel fomentare la violenza in Sierra Leone" e che il valore dei diamanti smerciati in Liberia si aggira attorno ai 125 milioni di dollari l'anno.
Il ricavato sarebbe stato usato per l'acquisto di armi, ma anche per ingaggiare mercenari, soprattutto ucraini e sudafricani, che volentieri barattano le proprie competenze militari per una fortuna in diamanti.
Dopo l'imposizione di sanzioni, lo scorso marzo, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dato tempo al governo liberiano sino al 7 maggio per dimostrare di aver cessato di appoggiare i gruppi ribelli in Sierra Leone. Il che, puntualmente non è avvenuto, provocando un inasprimento delle sanzioni: l'embargo di 12 mesi sulle esportazioni di diamanti e una restrizione sui viaggi di responsabili civili e militari del Paese e rispettive mogli, compreso il presidente Taylor.
L'importante ruolo giocato dalla Liberia - che starebbe attendendo un carico d'armi da Taiwan, forse da "girare" al Ruf - potrebbe pesantemente condizionare il processo di pace che sembra avviarsi in Sierra Leone. Anche se, oltre alla firma dell'accordo del 15 maggio, altri segnali incoraggianti lasciano per ora ben sperare. Come la visita, a fine aprile, del comandante ad interim della Minusil, il generale Martin Luther Agwai, nel distretto di Kono, nell'Est, la prima dall'inizio della missione. In precedenza, le forze Onu erano state dispiegate a Makeni e Magburaka, nella provincia del Nord, e a Kailahun, nella provincia dell'Est. Mentre in queste settimane la polizia civile della Minusil dovrebbe dispiegarsi anche nella località di Lunsar a circa 85 chilometri a nord-est di Freetown.
Prima ancora, il 30 marzo, l'alto comando del Ruf ha approvato la nomina dei sei membri del Political and Peace Council, il Consiglio incaricato di avviare un dialogo formale con il governo e la comunità internazionale. Il Ruf si è detto disponibile a trasformarsi in una pacifica formazione politica e a presentarsi alle elezioni, previste originariamente a febbraio e rinviate almeno di sei mesi proprio per la presenza del Ruf in diverse zone del Paese che non avrebbe consentito un corretto svolgimento delle votazioni. I leader ribelli chiedono tuttavia delle garanzie. Innanzitutto che tutte le milizie, anche quelle governative, vengano disarmate: è il punto chiave della trattativa. Inoltre che vengano garantite condizioni di equità e la supervisione internazionale delle operazioni di voto. "Osservatori locali - riferisce l'agenzia Fides - sostengono che i soldati del Ruf vogliono la pace, ma temono, da un lato, l'oltranzismo dei propri capi e, dall'altro, di essere processati per i crimini commessi". A complicare i negoziati anche la posizione di Foday Sankoh, imprigionato nel maggio dello scorso anno, insieme ad altri 120 ribelli.
Intanto, la popolazione continua a vivere in una grave situazione di miseria e di insicurezza. È di fine aprile l'ennesima risoluzione della Commissione per i diritti dell'uomo delle Nazioni Unite nella quale si esprime "profonda inquietudine" per i continui abusi commessi in Sierra Leone; in particolare, si fa riferimento alle atrocità subite dai civili da parte dei guerriglieri del Ruf e di altri gruppi armati, che si sono resi responsabili di esecuzioni sommarie, mutilazioni, detenzioni arbitrarie, saccheggi, reclutamenti forzati e sequestri. "Di fronte al desolante scenario di milioni di persone che invocano la pace - ha dichiarato mons. Giorgio Biguzzi, vescovo saveriano di Makeni - ci sforziamo di essere solidali, mettendo a disposizione le nostre strutture e il nostro personale".
La Caritas diocesana ha accolto a metà maggio 86 ragazzi e due ragazze, la maggior parte tra gli 8 e i 14 anni, rapiti dal Ruf e liberati dopo che molti di loro sono stati usati come soldati.
"È iniziato il rilascio dei bambini-soldato nella provincia del nord - ha dichiarato a Misna mons. Biguzzi -. Questo è un segnale di speranza per il Paese. Mi auguro ora che presto segua anche il disarmo delle numerose bande armate disseminate in Sierra Leone. Solo quando ciò avverrà sarà possibile parlare davvero di pace".
I capi del Ruf hanno annunciato che entro fine maggio avrebbero rilasciato complessivamente 400 bambini. L'Unicef, nel frattempo, ha ripreso le proprie operazioni di assistenza nel settore dell'educazione e della salute nella regione di Makeni, resa più sicura dopo il dispiegamento delle forze dell'Onu.
Anche la Commissione europea si è mobilitata sul fronte dell'aiuto umanitario alla Sierra Leone, stanziando 11 milioni di euro (22 miliardi di lire), in particolare per l'assistenza agli sfollati, alle donne, ai bambini e ai mutilati, oltre che per gli interventi d'urgenza nelle zone isolate.
Tra le priorità umanitarie cui dovrà far fronte il Paese c'è quella del rientro dei profughi che, specialmente dalla Guinea, stanno facendo ritorno nelle loro regioni d'origine. Molti hanno lasciato la cosiddetta "lingua di Guéckédou", al confine tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, dove negli ultimi sei mesi si sono ripetuti numerosi attacchi. Questo rientro preoccupa molto le organizzazioni umanitarie presenti in Sierra Leone, che temono sia per la situazione di instabilità in cui si trova il Paese, sia per la mancanza di campi e di strutture d'accoglienza. Secondo l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Acnur), a partire da febbraio circa 25.500 persone sono rientrate a piedi nel villaggio di Daru dopo essere fuggite dalla Guinea e dalla Liberia. Altri 50 mila rifugiati sierralionesi e liberiani sono stati invece trasportati nel mese di maggio in zone della Guinea centrale, per sottrarli agli aspri combattimenti in corso nel Sud-Est del Paese. Più di 30 mila sono già stati trasferiti altrove. Le autorità guineane hanno accettato di aprire sei nuovi siti, che possono accogliere sino a 100 mila rifugiati. Complessivamente sono mezzo milione i profughi presenti in Guinea.
Quelli che rientrano nei villaggi trovano una situazione disastrosa: non c'è acqua potabile, accesso alle cure, non ci sono terre coltivabili per tutti. Il settore dell'agricoltura, sostiene la Fao, è completamente devastato e la produzione di cereali per quest'anno è stimata almeno del 30 per cento inferiore rispetto al fabbisogno nazionale. Il che metterebbe in serie difficoltà circa un milione di persone, oltre un quinto della popolazione. Come se non bastasse la guerra, anche la povertà, la miseria, la disperazione rischiano oggi di trasformarsi in pericolose micce pronte a innescare ulteriori tensioni e conflitti in un Paese che negli ultimi dieci anni non ha mai conosciuto il significato vero della pace

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