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Da Hong Kong una vicenda a lieto fineQUANDO LA TENACIA vince. O, se preferite: quando la lotta per i diritti porta frutto.
Si
potrebbe riassumere così la vicenda che da tempo, a Hong Kong, un
gruppo di attivisti sta conducendo in favore del «diritto di residenza»
(right of abode). Da questo mese, dopo anni di vertenze, entra in
vigore una nuova normativa, che permetterà ai figli naturali di
residenti a Hong Kong, ormai adulti che vivono nella Re¬pubblica
popolare cinese, di ottenere l'autorizzazione a risiedere nell'ex
colonia britannica, divenuta, dal luglio 1997, Regione amministrativa
speciale. Il provvedimento consentirà, perciò, a molte famiglie di
potersi finalmente riunire.
Un successo (ancorché non definitivo)
per il composito movimento in favore del right of abode, che in questi
anni ha ingaggiato una coraggiosa battaglia con il potere locale e,
indirettamente, con Pe¬chino. Un successo che parte da lontano ed è
costato anni di impegno, nel corso dei quali frustrazioni e speranze si
sono alternate.
Breve flash-back. Agosto 1999, sede Caritas di Tsuen
Wan. La giovane Yu Xiaoqing chiede a padre Franco Mella, del Pime: «Kam
Ciai, c'è speranza per il nostro caso?». «Tu cosa ne dici?» «Sono
pronta a lottare». «Allora avanti sino alla fine!».
Kam Ciai è il
nome cantonese di Mella. Di stanza dal 1974 in terra cinese, 62 anni,
padre Franco ha sempre coniugato l'evangelizzazione con l'attività
sociale diretta. Yu Xiaoqing è una dei tanti che stanno aspettando la
positiva conclusione della "lunga marcia" per il diritto di residenza.
Scelte politiche, codificate in norme, hanno impedito, sin qui, di
ottenere questo diritto ai figli nati in Cina da un genitore che aveva
ottenuto la carta d'identità di Hong Kong o a coniugi cinesi sposati con
cittadini hongkonghesi. Ciò ha costretto le famiglie colpite dalle
restrizioni a restare divise, in parte sull'ex colonia britannica, in
parte sulla Cina continentale, oppure a vivere in clandestinità.
Il
29 gennaio scorso gli attivisti hanno festeggiato il cambio di
procedura: è stata infatti sostanzialmente riconosciuta la sentenza
della Suprema Corte d'Appello di Hong Kong, che dava ragione agli
attivisti pro-right of abode. Pochi giorni prima - il 14 gennaio, da
Pechino - il Segretario agli affari interni di Hong Kong, Ambrose Lee
Siu-kwong, aveva annunciato il nuovo corso.
Impossibile citare tutti i
gruppi che hanno contribuito allo sviluppo positivo della vertenza:
Association for Family Reunions, Association for Parents Fighting for
Right of Abode, Society for Community Organisation, New Women
Arrivals League, Mainland-Hong Kong Families Rights Association...
Queste
realtà sono state sostenute da laici e gruppi religiosi. Tra questi
ultimi spicca la diocesi cattolica di Hong Kong, che nel 1999 uscì allo
scoperto con una lettera pastorale critica verso il governo, firmata
dall'allora vescovo Wu e dagli ausiliari Zen (futuro cardinale) e Tong
(attuale pastore). Negli anni, la diocesi ha continuato ad appoggiare i
manifestanti, in particolare attraverso la Commissione Giustizia e Pace.
PUR AVENDO raggiunto un importante risultato, la mobilitazione non si
ferma. Le procedure varate non permetteranno, infatti, di riunire le
famiglie divise in un breve arco di tempo. Le richieste per ottenere il
diritto di residenza potranno essere inoltrate dal 1° aprile solo da
chi, prima del 1° novembre 2001, aveva meno di 14 anni nel momento in
cui uno dei genitori naturali ha ottenuto la carta d'identità di Hong
Kong. Le domande saranno divise in scaglioni: il primo gruppo di
richiedenti sarà composto dai figli di chi aveva ottenuto la carta
d'identità entro il 31 dicembre 1979. A questi limiti si deve aggiungere
il rispetto di un tetto di 80mila permessi.
Al varo della nuova
normativa non tutti hanno esultato. C'è chi teme che questa apertura
possa favorire false richieste di ricongiungimenti familiari, tanto che
il governo cinese si è impegnato a valutare le domande dubbie in
collaborazione con le autorità di Hong Kong, senza escludere il ricorso
all'esame del Dna per valutare paternità e maternità.
Serpeggia una
certa diffidenza verso i potenziali «nuovi arrivi», ma non c'è più,
fortunatamente, la psicosi da invasione che si respirava qualche tempo
fa. In passato i numeri forniti dal governo - un milione e mezzo di
persone - erano tali da alimentare timori di sconvolgimenti
socio-economici. Oggi l'ordine di grandezza è diverso: si va dalle
decine di migliaia di persone, secondo le dichiarazioni del ministro
Lee, ai dati ufficiosi che prevedono non più di mezzo milione di
richieste. Due le cause principali del ridimensionamento: gli anni sono
passati lasciando tracce profonde sia nella vita delle famiglie divise,
sia nei rapporti tra Cina e Hong Kong. I «fratelli minori» di ieri si
sono trasformati nella potenza cinese, leader internazionale del nuovo
millennio.
In ogni caso, la parola fine a tutta la vicenda non è
ancora stata messa (preoccupa, ad esempio, la sorte di donne e figli
nati da cittadini di Hong Kong deceduti in questi anni). Perciò la
mobilitazione continua anche dopo l'annuncio del nuovo corso, come
dimostra l'immagine scattata durante l'anniversario della nascita del
movimento, celebrato il 29 gennaio (lo pubblichiamo in apertura di
questo articolo).
Chi le ha inviate, Chan Choi-wan, è una testimone
«d'eccezione». Nata nella provincia del Guang¬dong, a 19 anni arriva a
Hong Kong con i genitori e suo fratello. Per dare un futuro migliore ai
suoi cari, suo padre lavorava sull'isola, lontano dalla famiglia. Dopo
pochi mesi Choi-wan si ritrova con altri manifestanti per difendere il
diritto a rimanere a Hong Kong. La soddisfazione per la sentenza della
Corte d'appello era svanita, sostituita dalla preoccupazione per un
rimpatrio forzato. Scaduto il suo permesso nel 2000, la ragazza si
ritrova a manifestare in più occasioni accanto a padre Mella, noto per
il suo impegno sociale iniziato con la difesa delle boat brides. Con
questa espressione si definivano le donne che, nate in Cina, si erano
sposate con pescatori di Hong Kong, dopo che nel 1978 il governo cinese
aveva iniziato la politica riformatrice delle "porte aperte". Le boat
brides erano costrette a vivere sulle barche: venire illegalmente a
terra significava correre il rischio di essere arrestate ed espulse; di
qui la battaglia per il riconoscimento dei loro diritti.
MA TORNIAMO a
Chan Choi-wan. L'incontro con il missionario cambia la sua visione: si
accorge che non sta lottando solo per conquistare una vita migliore per
sé, ma per valori universali come uguaglianza e giustizia.
Inizia
così a frequentare la comunità animata da padre Mella e a interessarsi
al cristianesimo. Pur non avendo una conoscenza approfondita di
questioni religiose, è colpita dall'attenzione per i temi sociali
mostrata dai missionari e dalla diocesi di Hong Kong. Questo percorso ha
una tappa importante nel 2002, quando è battezzata con il nome di
Gio¬vanna. Proprio in quei giorni partecipa ai picchetti al Chater
Garden, nel centro di Hong Kong, mentre padre Mella porta avanti lo
sciopero della fame. L'anno seguente, le peripezie di Giovanna si
concludono con l'ottenimento della carta d'identità. Pur essendo tra le
più fortunate, non smette di impegnarsi nel movimento per il right of
abode. I padri del Pime Mella e Gianni Criveller presentano a Giovanna e
a molti altri la figura di don Milani (vedi box nella pagina a lato).
Prendono vita così la Right of Abode University e le scuole per i più piccoli, seguite da Giovanna.
In
tutto questo processo, un ruolo centrale ha avuto (e ha tuttora) padre
Franco Mella, protagonista di molte pagine della storia del movimento
per i diritti a Hong Kong. E pensare che il suo coinvolgimento nel
movimento era cominciato per caso... Il 6 febbraio 1999, infatti, Kam
Ciai perde il battello che lo avrebbe portato a visitare un amico
tossicodipendente in prigione. In attesa del successivo, legge sul
giornale un articolo che descrive la protesta di un gruppo di figli che
reclamano il diritto di cittadinanza davanti agli uffici governativi. Da
quel momento inizia la condivisione delle vicissitudini dei richiedenti
asilo e il progetto dell'Università.
Oggi padre Franco traccia
questo bilancio dell'esperienza: «Per 12 anni abbiamo continuato ad
insistere che non si poteva accettare una legge ingiusta che cancellava
quella precedente, in nostro favore. Tutti ci chiedevano se ce l'avremmo
fatta. La nostra risposta è stata la perseveranza nella protesta non
violenta, combinata con lo studio e l'approfondimento di tutti i diritti
umani. Sapevamo che un giorno avrebbe dato frutto. La vera armonia la
stiamo raggiungendo adesso, dopo 500 manifestazioni, conferenze stampa,
scioperi della fame».
La battaglia sembrerebbe vinta, ma Kam Ciai
promette: «La nostra mobilitazione non si fermerà finché tutti non
avranno ottenuto il diritto alla residenza. È stato un processo lungo,
durante il quale non abbiamo visto risultati per molto tempo. Ma non ci
accontenteremo proprio ora che la meta si avvicina»
Don Milani «trapiantato» in Cina
Il 13 settembre 2002 nasce
la Right of Abode University da un'idea di padre Mella, che si
richiamava all'esperienza di don Milani a Barbiana. Gli allievi di
questo informale ateneo erano innanzitutto coloro che non avevano
possibilità di riavere un'istruzione, essendo privi del diritto di
risiedere a Hong Kong. L'obiettivo era offrire a tutti (bambini
compresi) una formazione ampia e universale. Con tale iniziativa i
promotori si prefiggevano anche di dare stimoli a tante persone
scoraggiate dopo aver portato avanti dure lotte senza ottenere
risultati. Nel 2004 l'Università si è aperta a tutti i cittadini di Hong
Kong interessati a partecipare a questo esperimento educativo.
Con
il sostegno della Commissione Giustizia e pace della diocesi, sono state
organizzate classi in diverse aree. Uno spazio particolare è dedicato
alle lingue, dall'inglese (con il collaudato English Corner), a
spagnolo, francese, italiano, senza dimenticare la scrittura cinese.
L'English Corner è utile per chi vuole migliorare il suo inglese, ma è
anche l'occasione per fermare i passanti parlando del diritto di
residenza o di altre campagne, come quella internazionale contro la pena
capitale. Considerando le finalità della Right of Abode University, non
sorprende l'attenzione per la politica, la storia e il diritto.
Banchetti
in strada e lezioni sono spesso integrati dalla musica, soprattutto
dalle canzoni di contenuto politico-sociale che hanno reso popolare
Mella e la sua chitarra. Nell'arco di otto anni il progetto ha coinvolto
oltre quattrocento studenti, grazie a decine di insegnanti che hanno
offerto gratuitamente il loro tempo per portare avanti l'intuizione di
padre Mella, che attualmente si divide tra Cina e Hong Kong.
Una
curiosità: a padre Franco si ispirava uno dei personaggi al centro di
Ordinary Heroes, un film uscito nel 1999 dedicato ai movimenti per i
diritti civili e sociali che avevano animato Hong Kong negli anni
Settanta e Ottanta. L'opera è stata scelta come miglior film
hongkonghese per la 72ª edizione degli Oscar, pur non ottenendo la
nomination finale. Ebbene, uno degli «eroi comuni» del film è un
sacerdote italiano che parla cantonese, interpretato da Anthony Wong. In
prima linea per difendere i diritti dei più deboli, il prete cita Mao
Zedong, canta e suona la chitarra per incoraggiare chi manifesta insieme
a lui. Un po' come, nella realtà, fa padre Franco Mella. (L. D.)