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Il presidente sta giocando sulle tensioni tra conservatori e progressisti nella prelatura amazzonica di San Miguel de Sucumbíos per consolidare la sue posizione

Da quando Rafael Correa è presidente dell’Ecuador i momenti di tensione con la Chiesa cattolica sono stati tanti. L’ultimo in ordine di tempo (leggibile anche come uno scontro interno alla Chiesa stessa) riguarda la direzione di una remota e socialmente problematicissima prelatura amazzonica a ridosso della Colombia: San Miguel de Sucumbíos.

Nell’ottobre del 2010 il sacerdote argentino Rafael Ibarguren, membro della congregazione conservatrice degli Araldi del Vangelo è stato nominato «amministratore apostolico» di San Miguel de Sucumbíos al posto del vecchio vicario apostolico, il carmelitano scalzo Gonzalo López Marañón, che dopo 41 anni di intensa attività pastorale e sociale nella zona, raggiunta l’età giubilare, aveva presentato la sua rinuncia.

L’arrivo a Sucumbíos degli Araldi del Vangelo è stato percepito da molti fedeli come un’espulsione «politica» dei carmelitani, che per ottant’anni hanno interpretato la loro missione pastorale in modo esemplare. Il quadro è quello classico dello scontro interno alla Chiesa latinoamericana tra una fazione di sinistra (progressista, vicina alla Teologia della liberazione e fortemente impegnata nel sociale) e una di destra (conservatrice, tendenzialmente organica allo status quo e poco attiva sul fronte sociale).

La conseguenza è stata una grave frattura nella Chiesa locale, che rischiava di sfociare in una forma di scissione: gli operatori pastorali legati alla precedente gestione, molti dei quali sono laici, hanno cominciato a ostacolare in ogni cosa gli Araldi del Vangelo, mentre questi cercavano di imporre la loro linea (di rottura rispetto alla precedente) senza ricorrere al dialogo. Ci sono state anche manifestazioni di piazza da una parte e dall’altra.

La tensione è salita al punto da suscitare l’intervento diretto del presidente Rafael Correa, cattolico di sinistra, che ha percepito la nuova nomina come un atto di ostilità politica verso il governo. Nei giorni scorsi il presidente ha minacciato di porre il veto sulla nomina nel caso in cui questa non venga revocata. Lo ha fatto sulla base del Modus vivendi, un trattato sottoscritto tra Ecuador e Vaticano nel 1937, che prevede che la Chiesa comunichi previamente al governo il nome della persona prescelta come arcivescovo, vescovo o coadiutore «allo scopo di procedere di comune accordo a comprovare che non ci sono ragioni di carattere politico generale che ostacolino tale nomina».

«Lì c’è l’attribuzione legale, non è mai stata utilizzata e non la vogliamo utilizzare, ma lo faremo se si pretende di distruggere tutto un lavoro sociale in modo così sfacciato», ha dichiarato Correa, aggiungendo che gli Araldi del Vangelo «sono tipi che si vestono in stile medievale, con la tonaca in piena selva amazzonica, e che vogliono cancellare tutta l’azione pastorale e sociale» fin qui compiuta nell’area.

A Correa ha risposto monsignor Antonio Arregui, presidente della Conferenza episcopale ecuatoriana, secondo cui il Modus vivendi, letto correttamente, non permette il veto presidenziale a una nomina eccesiatica, tanto più perché Rafael Ibarguren non è stato nominato vescovo, ma amministratore apostolico, una figura che serve quando una sede resta vacante e priva di una designazione sostitutiva stabile.

A gettare acqua sul fuoco del contenzioso è stato lo stesso Benedetto XVI, che il 21 marzo ha nominato delgato pontificio della prelatura di San Miguel de Sucumbíos “donec aliter provideatur” Miguel Angel Polibio Sánchez , vescovo di Guaranda e segretario della Conferencia Episcopal Ecuatoriana.

Tuttavia monsignor Arregui ha precisato che questa decisione non comporta una marcia indietro rispetto alla nomina di Ibaraguren: il delegato «non sta sostituendo l’amministratore apostolico già stabilito, pertanto non si tratta propriamente di una marcia indietro… ma un irrobustimento della situazione a favore della Patria», ha dichiarato.

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