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La riconciliazione è un cammino che coinvolge tutta la persona. E il perdono è un metodo che va imparato e sperimentato nella vita di tutti i giorni. Parola di padre Leonel, fondatore di Espere, dove s'insegna a non darla vinta all'odio.

Mondo e missione - novembre 2004

Barrio Usme, periferia Sud di Bogotà: strade slabbrate, case dimesse, bambini e cani che giocano ovunque. È un pomeriggio come tanti. Ma in casa di Angela si respira aria di festa: si conclude un itinerario di educazione alla pace che ha visto protagoniste una dozzina di donne. Donne povere, che però, per l’occasione, non hanno rinunciato a indossare il vestito della festa e a cucinare una torta.
Prende la parola Esmeralda. «Il corso mi ha insegnato a gestire le mie emozioni e, soprattutto, a estirpare l’odio dal mio cuore. Vedete – aggiunge e la voce comincia a incrinarsi – tempo fa mio marito mi ha lasciata, ma per un po’ di tempo abbiamo continuato a vivere sotto lo stesso tetto. Ho vissuto mesi di grande tensione. Varie notti mi sono alzata e in cucina ho afferrato il mano il coltello, decisa a fare una follia. “L’ammazzo o non l’ammazzo?”. Me lo sono ripetuto tante volte. Ma poi ho deciso di non dar sfogo alla mia sete di vendetta». Un sospiro per prendere fiato e coraggio. «Ora mio marito se n’è andato e ho cominciato una nuova fase della vita. Dopo questo corso proverò a perdonarlo». Le ultime parole le escono a fatica. Poi Esmeralda scoppia a piangere. Finché il volto rigato di lacrime non finisce sotto un nugolo di braccia tese per consolare.
Benvenuti all’Espere (Escuela de perdon y reconciliacion), una delle più rivoluzionarie iniziative di pace che la Colombia sta sperimentando. L’ideatore è un prete minuto, padre Leonel Narvaez Gomez, della Consolata. Ama girare con una felpa grigia griffata Harvard, ricordo dei suoi studi negli States, ma la cordialità istintiva di padre Leonel dissipa in pochi istanti qualsiasi impressione di cattedratico inavvicinabile. Da buon missionario ha vissuto in prima persona il dramma della guerra. Finendo per capire che «non è possibile dare un futuro a questo Paese se non si insegna a perdonare nel profondo, se non si spengono i focolai di rancore, odio e vendetta che ciascuno porta nel cuore».
«Dall’irrazionalità della violenza all’irrazionalità del perdono»: questo il motto dell’Espere. Padre Leonel sogna che un giorno il suo metodo possa contribuire a risolvere il conflitto armato che travaglia la Colombia. E tuttavia sa che sta già portando frutti a livelli interpersonali, in famiglia, nelle comunità locali.
Ne parliamo nella sede della Fondazione, ospitata nella casa provinciale dei missionari della Consolata. «Il metodo che proponiamo – spiega - è molto semplice e si basa sull’utilizzo di simboli e gesti di forte potere evocativo». All’inizio dell’itinerario-Espere, ad esempio, un gruppo di persone dedica alcuni pomeriggi a decorare con grande precisione e passione un vaso da giardino. D’improvviso, un animatore dei gruppi lo lascia cadere, «inavvertitamente». Il significato è evidente e di grande impatto emotivo: «Certe rotture nell’esistenza di una persona (il dolore per una separazione, un lutto, l’uccisione di un parente…) assomigliano a un vaso, curato nei minimi particolari che, di punto in bianco va in frantumi. Proprio come un progetto, una relazione, un vincolo d’affetto. Ecco allora che il cammino di perdono e riconciliazione – come nel caso del vaso di coccio - riparte dalla pazienza di chi lo riassembla pezzo per pezzo, con infinita precisione». Commenta padre Leonel: «Puntiamo a toccare le persone nel profondo, laddove nascono le emozioni. Un ambito spesso trascurato dalla Chiesa; catechesi e omelie spesso parlano al cervello, poco al cuore».
Sentimentalismi in salsa new age? Nulla del genere. «Del conflitto colombiano e delle modalità di risoluzione mi sono occupato dal punto di vista scientifico durante i miei studi in America. È lì che ho capito che non bastavano analisi culturali e tecniche sofisticate per sradicare l’odio. Occorreva scendere in profondità, alle radici del rancore. Per questo mi sono concentrato sui temi del perdono e della riconciliazione. Scoprendo che a lungo erano stati quasi ignorati dalle scienze sociali, almeno fino ai tempi dell’istituzione della Commissione per la verità e la riconciliazione in Sudafrica, presieduta dal vescovo Tutu. Ho trovato un appoggio convinto nell’ambiente accademico. Per alcuni mesi ho lavorato con un personaggio del calibro di Harvey Cox e una decina di professori di varia estrazione: un confronto serrato volto a inventare una metodologia popolare. L’Espere nasce lì».
Concepito in università, perfezionato grazie all’apporto di un team di psicologi volontari, il metodo è «sceso in strada» da subito. I corsi dell’Espere coinvolgono una ventina di persone (di ogni strato sociale), che poi vengono invitate a ripetere l’itinerario formativo nel loro ambiente, con piccolissimi gruppetti di 4-5 persone. «Qui a Bogotà – aggiunge padre Leonel - sono circa mille gli animatori che hanno fatto i corsi e li stanno replicando a livello locale. Nei gruppi piccoli le persone si aprono agli altri, raccontando vicende anche molto personali. Il gruppo diventa molto affiatato e ogni componente si fa carico dell’altrui disagio».
«Il cammino che proponiamo ha un effetto sulle persone che non esito a definire catartico – spiega padre Leonel – perché le aiuta a liberarsi di rabbia e rancore che, accumulandosi, si trasformano in veleno e rovinano, talvolta definitivamente, l’esistenza di una persona. Aggiungo che il nostro, oltre che a essere un percorso di pace per un futuro migliore, è un aiuto per il presente, specie per una società, come quella colombiana, molto machista».
Anche per queste ragioni, la proposta dell’Espere  si va diffondendo per cerchi concentrici, coinvolgendo vari segmenti della popolazione, con un occhio privilegiato per gli opinion leader del territorio, siano essi insegnanti, educatori, sacerdoti... «Siamo consapevoli di andare controcorrente. Nell’ambiente colombiano è molto radicata la cultura della vendetta. E la mentalità dominante ritiene che il ricorso alle armi sia più efficace del dialogo. Ma noi crediamo nel futuro e andiamo avanti».
Uno dei propellenti delle Escuelas è la sua semplicità. E il basso costo. «Il grosso del lavoro lo fanno le persone coinvolte, per il resto abbiamo una struttura estremamente leggera: un piccolo ufficio, alcuni che dirigono i corsi, ma il resto dell’attività si svolge sul territorio grazie all’impegno di volontari. Certo, avessimo qualche disponibilità economica in più si potrebbe strutturare meglio…».
Per padre Leonel, da qualche anno l’Espere è diventata molto più che un’attività, pur impegnativa. Oggi è il suo modo di vivere la vocazione missionaria. Spiega l’interessato: «Una delle motivazioni che mi spingono è cercare di rendere il tema della riconciliazione e del perdono da “monopolio dei preti” (com’è ora) patrimonio della gente, non solo gesto liturgico. Se il cristiano, ricevuta l’assoluzione, si riconcilia con Dio ma non sa come riannodare il filo dei suoi rapporti frantumati con la moglie o col vicino, come può il sacramento lasciare un segno credibile nella sua vita? E’ necessario creare le condizioni di una riconciliazione interpersonale autentica. Io alla gente spesso ricordo l’impegnativo versetto evangelico “se quando vai all’altare ti ricordi che un tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia la tua offerta e prima riconciliati con lui”».
Se tutto ciò è vero ovunque, in Colombia assume un sapore particolare. «Non v’è dubbio che una delle cause principali del conflitto è la sete di vendetta – afferma padre Leonel -. Quando una famiglia viene colpita da un lutto, i componenti che fin lì non simpatizzavano con nessuna delle parti in gioco si trovano “costretti” a schierarsi. Questo è uno dei frutti più amari del conflitto, che avvelena i rapporti. Il messaggio che proponiamo, in controtendenza, è un altro: che non si è mai grandi – come persone – come quando si sa vincere l’odio e si diventa capaci di perdonare».
Non è facile. Resistenze da vincere non mancano. «Da noi domina una religiosità tradizionale, che va evangelizzata. L’urgenza della riconciliazione è ancora poco sentita qui in Colombia. Anche dentro la Chiesa. Io stesso – si lascia scappare il missionario - non mi sento abbastanza appoggiato. Ho bussato a tante porte, ma non sempre ho riscontrato l’attenzione che merita il nostro progetto».
Beninteso: quello di Espere è un cantiere ancora aperto. «La nostra metodologia è in fieri – ammette padre Leonel -. con l’appoggio di due università stiamo sistematizzando l’esperienza. Abbiamo raccolto in un voluminoso dossier 600 interviste che descrivono le offese ricevute: si va dalla violenza domestica, all’abuso sessuale, all’omicidio…».
Un fatto che causa enorme dolore è lo stupro. «Proprio la violenza sessuale subita prova che ci può essere perdono senza riconciliazione, ma non riconciliazione senza perdono. Il perdono è un’azione del singolo, personale, che procura catarsi, mentre la riconciliazione presuppone che chi ha commesso violenza faccia un passo per riannodare il filo dei rapporti. A una ragazza violentata posso chiedere di perdonarmi, ma non di riconciliarsi con me. Troppo grande è il trauma; solo lei può deciderlo».
Appunto. Bastano dei corsi, pur ben organizzati, per cambiare mentalità e abitudini sedimentate? «Il muscolo del perdono va costantemente tenuto in esercizio. A tal fine prevediamo dei corsi ad hoc per “rinfrescare” gli operatori e qualificarne i messaggi». Oggi è proprio questo uno dei problemi più delicati: l’Espere può contare su un migliaio di volontari a Bogotà e alcune centinaia in altre città (Barranquilla e Medellin), ma il difficile è accompagnarle nel tempo. La struttura è ancora fragile: impegnate a tempo piano sono solo 4-5 persone, pagate dalla Fondazione, un’Ong regolarmente registrata.
Interessante è il rapporto con il mondo accademico: una quindicina di studenti prestano servizio come volontari per un anno e c’è chi (come nel caso di una studentessa della Los Andes, una delle università più prestigiose) ha fatto dell’Espere l’argomento della tesi di laurea. Ed è proprio nell’ambiente dell’università che l’Espere ha aperto una breccia in Brasile. Mica male per un metodo nato soltanto tre anni fa.
………

CHI E’
Padre Leonel Narvaez, colombiano, missionario della Consolata, ha studiato sociologia a Cambridge e teologia a Harvard. Dopo aver lavorato in Kenya, per dieci anni è stato impegnato nella roccaforte delle Farc, il Caguan, dove è stato coinvolto nelle trattative per la pacificazione. Dal 2002 ha ideato l’Espere, un metodo di educazione popolare al perdono e alla riconciliazione che si sta diffondendo a Bogotà e in diverse città della Colombia. In autunno padre Leonel è stato invitato a presentare la sua innovativa esperienza in Irlanda e in Sudafrica.

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