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Ce l'ha fatta un'altra volta, Matthieu Kérékou, il caméléon, a riconfermarsi presidente del Benin, conquistando, il 22 marzo, una vittoria scontata, contro l'ultimo dei suoi sfidanti. Dopo che Nicéphore Soglo, secondo al primo turno, aveva deciso di boicottare la sfida diretta, e il terzo candidato, Adrien Houngbédji aveva fatto lo stesso, è rimasto solo Bruno Amoussou., che, giunto quarto al primo turno, aveva già chiesto ai suoi elettori di votare per Kérékou.
Una "triste mascherata", l'ha definita l'ex presidente Soglo, che ha denunciato numerose irregolarità.
Con questa nuova tornata elettorale Kérékou guadagna un punto sull'avversario di sempre. Dopo aveva passato il primo turno con il 47,09 per cento dei voti contro il 28,96 di Soglo, ha vinto al secondo, aggiudicandosi l'84,06 delle preferenze. Decisamente calata la percentuale dei votanti che è passata dall'85 al 53,42 per cento.
Giunto al potere con un colpo di Stato nel 1972, Kérékou ha saputo trasformarsi da sostenitore del "materialismo ateo" di stampo marxista-leninista in paladino della bonne gouvernance tanto cara alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale. Una virata ideologica, sottolineata anche da una decisa svolta mistica, che ne ha fatto un fervente cristiano.
Kérékou, che aveva ceduto il potere nel 1991 al suo rivale Soglo - raro esempio, a quell'epoca, di transizione pacifica - è tornato in sella cinque anni dopo, nel '96, grazie a una variegata coalizione di alleati politici e finanziari. E mentre molti lo accusano di essere un uomo del passato, altri riconoscono in lui un uomo cosciente dei propri limiti e capace di ascoltare i consigli.
Da lui i suoi concittadini si attendono grandi riforme che risollevino il Paese da una povertà stagnante e portino a uno sviluppo economico che si rifletta concretamente sulle condizioni di vita della gente.