| Chi siamo | il PIME | Mondo e Missione | Link | Contatti

Vedi anche
16/09/2006
«Shutùr didum, na didum»
di Alberto CAiro
12/04/2006
Afghanistan. Quell'apostata che sconcerta
di Alberto Cairo *
18/10/2006 Alberto Cairo
Afgani in viaggio
di Alberto Cairo
02/01/2006 Rubrica / Non dimenticate Kabul
Qui la giustizia resta un sogno
di di Alberto Cairo *
02/06/2012 Asia
Bambini e mattoni, l'altro Afghanistan
di Stefano Vecchia
26/05/2006 Rubrica Kabul today / di Alberto Cairo
A lezione di solidarietà
di Alberto Cairo *
In Afghanistan la famiglia è tutto. Legami forti e inestricabili. Senza non c'è protezione.

In Afghanistan la famiglia è tutto. Legami forti e inestricabili. Senza non c’è  protezione.
Da solo non esistiDice che è così e basta, mentre alza le spalle e sorride. Ruhullàh è da quasi quindici anni uno dei nostri uscieri. Ha uno stipendio modesto (e a Kabul oggi, la famiglia tipo, genitori e cinque figli, con meno di 250-300 dollari al mese, annaspa), ma gli arriva tutti i mesi, con regolarità. Una gran cosa, che ne ha fatto il punto di riferimento per fratelli e parenti, costantemente in ristrettezze. La loro banca. Verso la fine del mese, puntuali, si presentano a casa sua, portandosi appresso figli e mogli. E così lui li invita a restare a pranzo.
Previdente, Ruhullàh non ha mai rivelato a nessuno quanto veramente guadagni, neppure a sua moglie, «sennò i soldi basterebbero qualche giorno soltanto», spiega. Oggi Ruhullàh mi ha chiesto un prestito, è la prima volta. Me li restituirà in tre rate, promette.
Ricevo regolarmente richieste di denaro. Pensano che, straniero, debba averne una illimitata disponibilità, certi che all’estero tutti si navighi nell’oro. Per alcuni è un’abitudine.
Ehsan, il più assiduo, chiede ogni volta cifre esorbitanti per improbabili affari, promettendo rate di restituzione così piccole da costringermi a vivere per almeno cent’anni. Karima ha sempre bagno e tetto da riparare, Chaman lutti a catena. Quando dico loro di no, incassano bene. Io chiederei solo se certo di ottenere e con grande imbarazzo. Qui invece sembra essere la cosa più naturale, e il rifiuto non offende.
Ruhullàh racconta che si tratta di un’emergenza, spese d’ospedale per il figlio di un cugino, caduto dal tetto ieri sera. E poi si lascia un po’ andare: «Quindici anni che lavoro da voi e non ho messo un soldo da parte. Solo due dei miei fratelli hanno un impiego fisso, tocca a me mantenere gli altri e mio padre». Un po’ brutale, gli chiedo perché non dice ai suoi di rivolgersi altrove, che non può. So che ha fatto molto per loro. Durante la guerra civile, per anni li ha ospitati tutti, venti persone in tre stanze. Un mare di bambini, mai pace. Ogni giorno una lite, le cognate e i mariti, le cognate tra loro, i fratelli coi figli, il nonno con le nuore. Lui con tutti, persino coi vicini.
E la notte a consolare sua moglie, accusata dalle cognate di darsi delle arie da padrona di casa. «Come potrei dir loro di arrangiarsi? È famiglia», risponde. Vero, qui famiglia e clan sono tutto. Senza, non hai protezione.
Come sposarsi, trovare lavoro, casa? E i rapporti sociali? Chi mai si fiderebbe di te senza conoscere i tuoi? Solo, non esisti. Ruhullàh deve aiutare, come fratelli e cugini sono tenuti ad aiutare lui quando necessario. Si creano fitte reti di scambi, denaro e altro, figli e figlie in matrimoni, ospitalità.
Rafforzano legami già forti, li rendono inestricabili. Ruhullàh dice che in passato, per trovare il denaro per un cugino in procinto di sposarsi, si è rivolto ad una banca di micro-prestiti, pagando un interesse attorno al 20 per cento. «Un prestito per poter imprestare?», domando incredulo. «Ne aveva bisogno, da anni era fidanzato, avrebbero riso di lui se ancora avesse ritardato le nozze». Aggiunge che in Afghanistan si vive di debiti, piccoli e grandi. «Ci si aiuta. Oggi a te, domani a me». «Il cugino ha restituito?», insisto. «Non ancora. È disoccupato, come potrebbe?». «Che pensi di fare?» «Aspettare», e aggiunge che il cugino ogni venerdì è da lui a pranzo. «Un bravo ragazzo, ma è sfortunato, niente gli va bene». Saranno obblighi sociali, forme di aiuto non sempre spontanee, pena severe critiche, ma è anche solidarietà.
Ruhullàh spartisce quello che ha, anche se poco. Come lui fanno migliaia di afghani. Penso con vergogna al fatto che conosco sì e no la metà dei miei cugini. Se mi chiedessero un prestito li guarderei come se volessero la luna. Se si presentassero poi ogni domenica a pranzo, di certo non mi farei trovare.
Ci si augurano molti cambiamenti in Afghanistan. Spero che almeno la solidarietà resti.

* Responsabile del progetto ortopedico della Croce Rossa Internazionale in Afghanistan

invia ad un amico

visualizza per la stampa

Sostieni i Media Pime

logo Media Pime

Pime giovani Rio

anno della fede

Web Design www.horizondesign.it