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Nel suo cercare una via di senso alla vita e alla storia, l’autore del Qoelet considera anche la gioia. In una sorta di sfida, dice al suo interlocutore: «Vieni, ti voglio mettere alla prova con la gioia! Gusta il piacere! Ma ecco: anche questo è vanità!» (Qo 2,1). L’esito della prova è immediato: neppure la gioia, secondo la visione di Qoelet, merita considerazione. È anch’essa inganno e illusione, come tutto il resto. O forse dovremmo dire: ha anch’essa un valore relativo; vale solo in relazione. Vale in quanto è espressione di altro e rimanda ad altro. Ma proprio a motivo di questa sua natura, essa può costituire per noi un banco di prova. Possiamo così riprendere la prima espressione di Qoelet e partire da qui per il nostro itinerario: «Vieni, ti voglio mettere alla prova con la gioia!». Lasciarsi provare dalla gioia, lasciarsi misurare dalla gioia, come se si trattasse di uno scandaglio delle nostre profondità, di uno schermo attraverso il quale vedere qualcosa del cuore... Se c’è in noi gioia e di che gioia si tratta.
Per percorrere questo cammino verso la radice della gioia, interrogheremo, oltre alla Scrittura, in particolare un padre della Chiesa, Isacco di Ninive, che ha in merito alcuni spunti di riflessioni alquanto interessanti, in particolare in riferimento alla stretta (e reciproca) relazione che egli vede tra gioia e umiltà.
Quello che cercherò di presentare può essere così sintetizzato: la gioia come effetto-segno e insieme causa dell’umiltà, secondo un doppio movimento, dunque, che va dall’umiltà alla gioia e poi dalla gioia all’umiltà.
Se prendiamo le Scritture, soprattutto l’Antico Testamento, ci accorgeremo che la gioia è descritta innanzitutto come un moto di esultanza. La gioia è esplosione, che si esprime anche attraverso segni molto concreti, materiali, come vesti, canti, musiche, profumi, vino... C’è tutta una coreografia della gioia che sembra tutt’altro che umile e umiliante.
Nella letteratura spirituale, non solo cristiana (pensiamo alla letteratura araba dei sufi), la metafora più ricorrente della gioia è l’ebbrezza. Lo stesso Isacco, descrive così la gioia di colui che ama: «Il cuore che ha sperimentato [l’amore] non può contenerlo né resistere. (…) Subito il suo volto arrossisce ed esulta; il suo corpo brucia; egli allontana da sé il timore e il pudore; [diventa] come sfrenato; la forza della stabilità lo abbandona; violenza e turbamento dominano in lui. Da quel momento, la sua vita è nulla ai suoi occhi in confronto all’amato; perché anche la morte, che è l’occasione massima di timore, la considera un piacere».
Tutto questo potrebbe far pensare che la gioia sia effervescenza, estemporaneità, moto spontaneo e incontrollabile, godimento di cui non siamo soggetti ma solo ricettacoli. E in qualche misura questo è anche vero. Eppure la Scrittura, e Paolo in particolare, comandano di essere nella gioia: «Gioite nel Signore sempre! Ve lo ripeto ancora: Gioite!» (Fil 4,4).
La gioia cristiana non è dunque né spontanea né casuale, ragione per cui ci dev’essere un itinerario, percorrendo il quale è in qualche modo possibile camminare verso la gioia.
Una prima tappa è quella della consapevolezza. Guardando ancora alla Scrittura, ci renderemo conto che all’origine della gioia ci sono varie ragioni: si gioisce per i figli, per i beni, per Gerusalemme e per il tempio. Ma c’è una causa della gioia che si impone tra tutte: la gioia che viene dalla conoscenza della Legge, della Torah (si veda soprattutto il salmo 119). Si gioisce perché si inizia a comprendere. Isacco parla molto spesso della gioia di colui che, leggendo la Scrittura, è catturato dalla comprensione di un versetto o di una parola che, come una noce, gli si apre tra le mani e lo fa gioire.
Capire il senso delle parole della Scrittura; e accanto ad essa capire il senso dei passi della propria esistenza, dirà altrove Isacco: ecco il primo passo verso la gioia. La gioia, dunque, come un itinerario di conoscenza o meglio di consapevolezza. Dice Isacco: «Prega il Signore nostro perché procuri occhi al tuo camminare: di qui, infatti, comincia a sgorgare per te la gioia. Allora le tribolazioni saranno per te dolci come il miele».
Per gioire è innanzitutto necessario imparare a capire: è fatica di ricerca di senso, che sia il senso delle Scritture o il senso della propria vita (i propri passi). La gioia autentica non è dunque oblio, distrazione, ma esattamente il contrario: è presa di coscienza, in profondità.
Ma conoscere per ascoltare, per aderire, per fare proprio ciò che si è ascoltato. La gioia si presenta allora come un cammino di obbedienza, di sottomissione, e, per questo, un cammino di umiltà. Per umiltà Isacco non intende disprezzo di sé, non svendita di sé, ma adesione pacificata al proprio essere, alla propria storia, ai propri limiti e alle proprie ferite.
Il cammino dell’umiltà non è nient’altro, per Isacco, che un cammino di accettazione di se stessi, alla luce dello sguardo che Dio ha posato su ciascuno: umiliarsi a se stessi; umiliarsi al pensiero di Dio su se stessi. Accettare di rivestire con gioia il proprio abito, abbandonando l’illusione di essere fatti per un altro abito.
È la grande fatica del rappacificare il proprio cuore, dell’accogliersi (il vero problema non è mai quello che gli altri ci accolgano, ma che ciascuno di noi arrivi - e ci vuole tutta una vita - ad accogliere se stesso). Qui è la radice della pace, come ricorda ancora Isacco: «Sii in pace con te stesso e il cielo e la terra saranno in pace con te».
È questa la dimensione più dura della lotta della vita che la gioia ci chiede di combattere: disarmare se stessi, per trovare pace. A questo dovrebbero servire i nostri silenzi e le nostre solitudini, la nostra vita interiore: a deporre le armi che ci portiamo dentro e a decidere, finalmente, di rinunciare a continuare ad affilarle. Amo ricordare a questo proposito un testo del patriarca Athenagoras che, verso la fine dei suoi giorni, diceva: «La guerra, la faccio a me stesso, per di¬sarmarmi. Per lottare efficacemente contro la guerra, contro il male, bisogna volgere la guerra all’interno, vincere il male in noi stessi... Bisogna riuscire a disarmarsi! Io questa guerra l’ho fatta. Per anni e anni. È stata terribile. Ma ora sono disarmato. Non ho più paura di niente, perché “l’amore scaccia la paura”» (O. Clément, Dialoghi con Atenagora, Gribaudi, Torino 1972).
Disarmare se stessi non significa svuotarsi, perdere slancio, ideali, prospettive, desideri e passione, ma significa sottomettesi a se stessi, alla propria verità, che è la sottomissione più dura, ma quanto mai necessaria alla vera gioia. Dice Isacco: «Quando l’umiltà regnerà sui tuoi passi, sarai sottomesso a te stesso, e con ciò, tutto [ti] sarà [sottomesso], perché nel tuo cuore nascerà quella pace che viene da Dio. Finché non sarai entrato [in questo luogo], sarai insistentemente perseguitato non solo dalle passioni ma anche dagli eventi».
La gioia nasce dalla pace: «chi manca di pace, manca anche di gioia», dice ancora Isacco all’inizio di uno dei suoi discorsi più belli e appassionati. Conoscersi, accogliersi, riconciliarsi con se stessi (cioè diventare umili), per trovare pace; e nella pace fiorisce la gioia.
Dove il discorso di Isacco si fa più arduo, e anche insolito, è nel rapporto inverso a quello appena accennato. Abbiamo visto come l’umiltà porta alla gioia, è presupposto della gioia. Ma per Isacco è vero anche il contrario, cioè: la gioia, quando è vera, umilia. E uso volutamente il termine «umiliare» a non «rendere umili».
La gioia vera umilia, e umilia a partire dall’intimo: non è euforia né estasi, ma si tratta di un moto di effervescenza, che attira verso il basso, verso l’intimo e il piccolo, persino verso l’insignificante, che per l’umile-gioioso acquista un significato inaudito. La gioia umilia perché permette di vedere e di apprezzare ciò che è umile; perché di ciò che è piccolo e umile essa gioisce, ed è per questo che lo sa anche vedere!
Ascoltiamo ancora una volta Isacco: «Quando talora accade che uno sia reso degno di una preghiera ardente, per il moto della grazia, allora nella preghiera lo colgono moti frequenti e innumerevoli, e preghiere veloci e violente, pure e infuocate, come tizzoni di fuoco; e in questi moti c’è un grido potente che sale dal profondo del cuore, unito all’umiltà che viene dalla potenza della gioia. Ma da dove provengono tali realtà? Colui che [ne fa esperienza], in quei momenti, riceve un aiuto nascosto, nei suoi moti, dalla preghiera; e si agita nell’anima il fuoco dell’ardore, dalla cui gioia l’uomo è umiliato nei suoi pensieri fino agli abissi».
Quello che Isacco sta tentando di descrivere è la gioia che a volte è dato di provare al momento della preghiera. Ma al di là dell’occasione particolare cui egli si riferisce, ciò che ci interessa qui è il modo in cui descrive questa gioia: da una parte, è una potenza che porta all’umiltà; dall’altra, è un qualcosa che umilia l’uomo nei suoi pensieri fino agli abissi.
È una gioia che ridimensiona: ridà, a colui che ne fa esperienza, il giusto senso e valore del suo essere e di tutte le realtà che lo circondano, fino a sprofondarlo negli abissi: alla radice delle cose, degli altri, dell’esistenza.
Potremmo chiederci: perché questo abbassamento cui la gioia conduce? Non si cerchi, ovviamente, qui nessuna visione masochistica. Vi è una sola ragione per cui la vera gioia umilia: perché essa ha a che fare con l’amore. Ed è l’amore, in realtà, che umilia. Umilia (sempre nella doppia valenza) l’amare, nella misura in cui amare un altro significa fare propria un’attitudine di umiltà. Amare è un atto di cedimento, di debolezza, di consegna di sé, e quindi di umiltà. Ma è in quella ferita che fiorisce la gioia.
Dice ancora Isacco:«C’è un’umiltà che viene dal timor di Dio, e ce n’è [una] che viene dall’amore per Dio. C’è chi è stato reso umile dal suo timore, e c’è chi è stato reso umile dalla sua gioia. Al primo si accompagna la compostezza delle membra, l’ordine dei sensi e un cuore sempre contrito; al secondo, invece, una grande dilatazione e un cuore che fiorisce e che non può essere contenuto».
L’umiltà che proviene dalla gioia è un’umiltà di amore e non di timore, e, a sua volta, provoca l’eccesso della gioia: una grande dilatazione e un cuore che fiorisce e non può essere contenuto. Qui i due movimenti, che ho tentato di descrivere, sono uniti insieme: la gioia umilia e l’umiltà fa gioire.
Umile è colui che sa di essere amato e si lascia amare, colui che non conta su se stesso; è da questa consapevolezza che nascerà una gioia non illusoria. Ecco ancora Isacco: «Se uno fa dipendere la propria gioia da ciò che egli fa, per ciò stesso la sua è una gioia illusoria. Di più: la sua è una gioia misera! E non è solo la sua gioia ad essere misera, ma anche la sua conoscenza. Chi infatti si rallegra perché ha compreso che Dio è davvero buono, ne è consolato con una consolazione che non passa, e ne gioisce di una gioia vera». Ecco il punto massimo dell’umiltà: non confidare più nelle proprie opere, ma gioire dell’amore ricevuto. Gioire perché si è capaci di comprendere la bontà di Dio.
Dall’itinerario fin qui percorso, emerge che la gioia vive, si sviluppa, si nutre e si manifesta nell’intimo dell’essere umano. La Scrittura parla molto spesso di «gioia del cuore», lasciando intendere che è lì che si prova la vera gioia. E Isacco ricorda che può gioire solo chi è capace di vita interiore, chi sa di avere e sa abitare il suo uomo interiore, il suo «uomo dello Spirito» come egli lo chiama. Dice: «Quando in te sta per sorgere l’uomo dello Spirito, allora si desta in te la morte a ogni cosa, la tua anima brucia in una gioia che non ha eguali nelle creature, e i tuoi pensieri si raccolgono dentro di te, nella dolcezza del tuo cuore».
Ma dal cuore, la gioia trapela e si manifesta anche nel corpo. Deve manifestarsi anche nel corpo! Nessun intimismo, dunque. Lo ricordano soprattutto il libri sapienziali. Sir 13,25 dice: «Il cuore dell’uomo trasforma il suo volto, in bene o in male»; e Pr 15,13: «Un cuore gioioso rende bello il volto». Ecco allora l’effervescenza della gioia, che non si riduce a pura esteriorità, ma che è l’estrema propaggine di una radice ben profonda; frutto di un cuore coltivato.
Fin qui ho insistito sul cammino dell’uomo verso la gioia, ma il nostro risulterebbe un discorso incompleto se non accennassimo almeno a quanto pure la Scrittura dice con forza: la gioia, nella sua pienezza, è un dono che riceviamo e che, in pienezza, riceveremo.
Paolo mette la gioia tra i doni dello Spirito (Gal 5,22), e il quarto Vangelo ricorda la promessa di Gesù che, solo al suo ritorno, egli farà dono di una gioia che nessuno potrà più togliere. Dice Gesù: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» (Gv 16,22-23).
Riassumendo, potremmo allora dire che la gioia cristiana non è un moto estemporaneo e superficiale, ma è una gioia pensata, è una gioia sofferta (e questo non è un ossimoro!); una gioia che richiede fatica e che risponde a un comando del Signore. La gioia è un atto consapevole ed è frutto di ascesi, e per questo ha poco di romantico.
Ma tutto il nostro sforzo non basterà mai a costringere la gioia. Quello che noi potremo fare è solo apprestare uno spazio, un umile spazio nelle nostre fibre, nelle nostre vite, al dono della gioia, che, appunto, ha bisogno di umiltà, cioè di autenticità, per potersi rivelare.
* Ignazio di Ninive è un padre della Chiesa siro-orientale vissuto durante il VII secolo tra Qatar, sua regione di origine, Mesopotamia e Persia. Fu vescovo, per breve tempo, e poi monaco, e scrisse almeno tre serie di Discorsi ascetici, alcuni dei quali furono da subito tradotti in moltissime lingue ed ebbero un grande influsso sulla spiritualità cristiana d’oriente e d’occidente. Per una presentazione dell’autore e del suo pensiero, si veda: S. Chialà, Dall’ascesi eremitica alla misericordia infinita. Ricerche su Isacco di Ninive e la sua fortuna, Olschki, Firenze 2002. Per un’antologia di testi, si veda: Isacco di Ninive, Un’umile speranza. Antologia, a cura di S. Chialà, Qiqajon, Bose 1999.