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L'emergere della parte violenta del fondamentalismo islamico ha portato recentemente sofferenza e morte in numerose comunità cristiane. Ci troviamo di fronte a eventi che non toccano soltanto la sfera religiosa ma coin¬volgono componenti culturali, sociali, etniche, nonché elementi di politica, geopolitica e strategie di potere. Di conseguenza, ridurli a mera questione di guerra di religione significa rischiare di non comprenderli affatto e non rendere giustizia alla verità.
L'essere cristiani copti in Egitto non significa, infatti, semplicemente appartenere ad una religione, come non bisogna dimenticare l'apparentamento in Iraq dei cristiani con il partito Baath o la lunga storia di conflitti tra cristiani e musulmani nell'isola filippina di Mindanao. Anche la discriminazione dei cristiani in Pakistan, che ha portato persino a un suicidio di protesta da parte di un vescovo, va vista nell'ambito delle contraddizioni di uno Stato nato per i musulmani, ma non islamico, e che ha subito, negli anni recenti, un processo di islamizzazione e l'introduzione di norme cosiddette «religiose» (come la Blasphemy Law) spesso usate a scopo di potere o di vendetta. Nella stessa Nigeria gli scontri e gli attacchi contro i cristiani spesso mascherano scopi politici che vanno ben oltre la guerra di religione.
Malgrado i fondamentalisti musulmani vedano nelle minoranze cristiane che vivono nei Paesi a maggioranza musulmana, la zizzania da estirpare o la longa manus dei poteri occidentali da combattere, non mancano, tuttavia, musulmani che hanno il coraggio di schierarsi a favore delle minoranze.
È il caso del governatore del Punjab (Pakistan), Salman Taseer, ucciso per aver avuto il coraggio di opporsi alla Blasphemy Law.
Nelle Filippine, i membri della Conferenza nazionale degli ulema, dopo l'attacco avvenuto durante la Messa di Natale a una chiesa cattolica, non hanno avuto timore di dichiarare: «I continui rapimenti e gli attacchi nelle diverse parti di Mindanao sono atti barbari e mostrano crudeltà e mancanza di rispetto e devono essere condannati». Ancora: uno dei membri di una delegazione araba in visita a Kirkuk ha sottolineato con fermezza che «un Iraq senza cristiani non è Iraq».
Dopo l'attentato di Alessandria si sono moltiplicate, in Egitto, le iniziative di solidarietà per i cristiani, come quella di alcuni docenti e studenti universitari musulmani che hanno marciato al grido di: «Muhammad rimarrà l'amico di Gesù e la moschea rimarrà accanto alla chiesa». Sul giornale egiziano Al-Ahram, che ha riportato molte espressioni di solidarietà nei confronti dei cristiani da parte di musulmani di diversa estrazione culturale e sociale, Mohamed Fayek, del Consiglio nazionale per i diritti umani, afferma: «Siamo tutti rimasti stupiti dallo spettacolo di sincera solidarietà tra musulmani e copti». Tra i musulmani egiziani vi è stato perfino un tentativo, nato su Internet, di organizzare veri e propri scudi umani attorno alle chiese durante la Messa del Natale copto e nei numerosi blog islamici, che condannano gli attacchi di Alessandria, si legge perfino: «Vergogna su ogni musulmano che ha preso parte ad essi».
Forse, ancora una volta - come era già accaduto dopo le dure reazioni al discorso del Papa a Ratisbona - la violenza sembra ottenere i risultati opposti e spingere musulmani e cristiani di buona volontà a rafforzare il cammino di dialogo interreligioso che, malgrado momenti di stallo, non si è mai fermato in ambo le parti. 

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