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«Noi del Becket Fund siamo convinti che la ricerca della verità - e quindi di Dio - sia innata in ogni uomo e attraversi le culture e i confini geografici: difendere il diritto a questa ricerca con gli strumenti legali è la nostra missione». Asma T. Uddin (nella foto), cittadina americana di religione musulmana, è una giovane e brillante avvocatessa, laureatasi all'Università di Chicago e con un curriculum professionale di tutto rispetto, maturato in studi legali tra Philadelphia e Miami.
Particolarmente sensibile al tema dell'identità religiosa già dai tempi del college - quando sperimentò sulla propria pelle lo scontro con interpretazioni controverse della sua religione, ben diverse da quella a cui era stata serenamente abituata fin da bambina - pochi anni fa Asma decise che proprio la fede e la sua libera manifestazione dovevano essere le priorità del suo impegno professionale. Oggi Uddin, che è anche editorialista di blog specialistici sui siti, tra l'altro, di Washington Post/Newsweek e Cnn, lavora al dipartimento internazionale del Becket Fund for Religious Liberty, uno studio legale di interesse pubblico con sede a Washington che si occupa appunto di difendere cittadini o gruppi di qualunque religione che lamentino discriminazioni legate alla propria fede.
In realtà, l'azione del Becket Fund ha un respiro anche culturale e mediatico: «Oltre al lavoro legale - spiega la giovane avvocatessa -, io mi occupo di sensibilizzazione attraverso i media e faccio divulgazione scientifica, tramite pubblicazioni accademiche e conferenze».
Avvocato Uddin, quali sono i casi più rilevanti su cui è stata impegnata recentemente?
A livello internazionale, ho lavorato al tentativo di abrogazione della Legge sulla blasfemia indonesiana, il cosiddetto Blasphemy Act. Uno degli scopi della norma è aiutare il governo a proteggere le sei confessioni riconosciute nel Paese - islam, cattolicesimo, cristianesimo protestante, induismo, buddhismo e confucianesimo - punendo coloro che ne predicano interpretazioni giudicate "devianti" o incoraggiano conversioni ad altre fedi. Io e miei colleghi abbiamo presentato un testo che invitava la Corte ad abrogare la legge, utilizzata in passato per perseguitare i membri di varie religioni.
E negli Stati Uniti su che cosa si è concentrata?
Ho lavorato su vari fronti, tra cui quello della sensibilizzazione attraverso i media sullo Statuto che in Oregon vietava agli insegnanti di scuole pubbliche di indossare simboli o indumenti religiosi. Sono stata inoltre coinvolta in difesa di numerosi casi che invocavano la cosiddetta "eccezione ministeriale", secondo cui le entità religiose possono preferire personale di una determinata fede o richiedere a tutti i candidati e impiegati di conformarsi ai principi religiosi dell'organizzazione. Questa, infatti, costituisce una parte fondamentale del diritto all'associazione religiosa ed espressiva».
Perché la libertà religiosa è un diritto così importante oggi, e quali sono le sfide più urgenti che si trova di fronte?
«La libertà religiosa è una questione di fondamentale importanza in ogni epoca, visto che la ricerca della verità è essenziale per la dignità umana. Oggi, tale diritto è centrale nell'ottica dei problemi di sicurezza globale, che preoccupano tutti noi. Mentre molti osservatori e governi, infatti, hanno paura che l'autorizzazione a professare la propria fede possa portare all'anarchia, essa in realtà favorisce un maggior ordine pubblico: le società infatti prosperano quando ai cittadini è permesso di esprimere liberamente e pacificamente le proprie convinzioni profonde. La repressione del sentimento religioso non lo elimina, ma lo costringe a nascondersi, provocandone in molti casi una deriva verso forme violente ed estremiste.
Come è possibile incoraggiare la libertà religiosa e il pluralismo nelle comunità musulmane più tradizionali?
È molto difficile, soprattutto in quei Paesi dove la soluzione a un discorso problematico è quella di vietarlo. È dura cambiare questo modo di pensare e convincere le persone che i divieti portano inevitabilmente ad altri problemi. Io passo la maggior parte del tempo a cercare i modi di spiegare certi valori in diversi contesti culturali. Alla fine, torno sempre all'idea che una religione è fondamentalmente un processo di ricerca: è un sentiero che seguiamo, e dobbiamo poter porre delle domande ed essere in grado di confrontarci con le minacce esterne e la derisione. Considerare la religione una ricerca spirituale è ben diverso dal vederla come un'identità sociale che deve essere protetta con muri per evitare che si disgreghi. Più vediamo la fede come qualcosa che può affrontare gli ostacoli e uscire rafforzata dal confronto, meno saremo portati ad avere paura.
A quali condizioni le religioni possono contribuire alla pace a livello nazionale e internazionale?
Il controllo dello Stato sulla fede - che si traduca nel vigilare sui sermoni nelle moschee o nella persecuzione di interpretazioni «devianti», col pretesto della sicurezza nazionale - politicizza la fede stessa. E così, per esempio, l'islam finisce per diventare uno strumento che lo Stato manipola per servire al meglio i propri interessi. L'estremismo a cui assistiamo oggi è un risultato di questa politicizzazione della fede. D'altra parte, in quasi tutti i Paesi i leader religiosi giocano un ruolo centrale nella società civile; spesso sono quelli che meglio interpretano i bisogni delle loro comunità, che li percepiscono come autorevoli e affidabili. Per questo se vogliamo portare avanti un cambiamento reale, anche in politica estera, dobbiamo coinvolgere queste figure centrali.
Il Becket Fund si oppone fermamente al concetto di «diffamazione della religione» così come è stato presentato per esempio alle Nazioni Unite: perché?
I fautori del politicamente corretto all'Onu dichiarano di voler proteggere le minoranze attraverso maggiori restrizioni della libertà di parola. Tuttavia, sostenendo la limitazione governativa del discorso, essi in realtà facilitano la persecuzione delle stesse persone che cercano di proteggere. Prendiamo ad esempio l'imponente attacco da parte di militanti islamisti a due moschee di fede ahmadi, lo scorso maggio in Pakistan, che ha causato 94 vittime e più di cento feriti. Per decenni, nel Paese la comunità ahmadi è stata soggetta a discriminazioni, dovute in parte proprio alle leggi contro la blasfemia, che vietano agli ahmadi di definirsi musulmani, di fare proselitismo «o in qualunque maniera oltraggiare i sentimenti religiosi dei musulmani». Se, in alcuni casi, le leggi anti-blasfemia erano state promulgate originariamente per tenere sotto controllo il disordine pubblico, esse, così come vengono applicate, non solo conducono a tale disordine, ma contribuiscono a giustificarlo ed esacerbarlo. Queste norme influenzano le consuetudini - la cosiddetta «legge della strada» - e generano una cultura di impunità in cui i privati cittadini sono spesso lasciati senza la protezione dello Stato di fronte agli estremisti o altri criminali che manipolano le disposizioni normative. La Risoluzione Onu sulla diffamazione della religione rappresenta da molti punti di vista una versione internazionale di queste leggi anti-blasfemia. O almeno, si esprime allo stesso modo, perché intende proteggere le idee o la religione come ideologia, piuttosto che gli individui, e questo capovolge il modo tradizionale di concepire i diritti umani, che ha a che fare con la protezione delle persone e non dei concetti.
Se il controllo dello Stato sulla religione genera conflitto, che opinione ha del modello francese di laicità?
Il problema, riguardo la laïcité, è doppio. In primo luogo essa rappresenta un'infrazione dei diritti fondamentali delle persone. In secondo luogo, la sua efficacia è soltanto percepita: questo modello, in realtà, ha fallito da ogni punto di vista, e ha acuito i problemi che tentava di risolvere. Non abbiamo bisogno di osservare tutto il corso della storia per averne prova, visto che il secolo passato fornisce abbondanza di esempi in questo senso. Quando alla fede e ai fedeli è negata una piena partecipazione alla vita civile, essi non scompaiono dalla società: invece, cercano mezzi alternativi per influenzarne le dinamiche. Nella migliore delle ipotesi, attraverso una protesta pacifica ispirata alla fede. Nella peggiore, nella forma del terrorismo religioso. 

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