Dal 2006 in Cina non è più stato ordinato alcun vescovo illegittimo. Nel 2010 sono stati ordinati dieci vescovi legittimi, nominati e approvati sia dalla Cina che dalla Santa Sede. Negli ultimi 60 anni, le relazioni tra Roma e Pechino non sono mai state così distese. La comunità internazionale ha concesso grande credito alla Cina per questo suo atteggiamento e anche i cattolici cinesi lo hanno considerato un segno di speranza per il futuro.
Purtroppo, questa situazione si è capovolta all’improvviso. Pechino ha inaspettatamente interrotto il dialogo. Ha costretto otto vescovi a ordinare p. Giuseppe Guo vescovo illegittimo di Chengde. Quindi ha dato ordine a oltre 300 rappresentanti cattolici di convocare la loro Ottava Assemblea. È stato chiesto loro di approvare ed “eleggere” un vescovo illegittimo come presidente della “Conferenza episcopale” (essa stessa illegittima) e un vescovo legittimo come presidente dell’Associazione patriottica cattolica cinese. Questa mossa congela ogni forma di dialogo con Roma sulla nomina di vescovi legittimi in Cina. Costringendo i vescovi a partecipare a queste attività illegittime, la Cina ha sconvolto/scioccato non soltanto la Chiesa cinese, ma tutta la Chiesa universale e perfino osservatori neutrali.
Queste azioni sono l’esatto opposto della “costruzione della società armoniosa”, la dottrina predicata dal governo. Rivelano piuttosto che la Cina non è disposta a permettere ai cattolici cinesi di restare uniti nella fede con il Papa e con la Chiesa universale, una libertà di cui godono i cattolici in ogni Paese del mondo. In questi giorni i fedeli e i sacerdoti cattolici sono molto turbati, e hanno ben ragione d’esserlo! Gli oppositori del governo comunista cinese, sia all’interno che all’esterno del Paese, sono ora più convinti che mai che l’unico atteggiamento possibile con i comunisti non sia il dialogo, ma lo scontro diretto. Al contrario, coloro che si mostravano propensi a seguire la via del dialogo, in linea con la lettera di Papa Benedetto XVI, si sentono offesi e delusi. Si chiedono se la Cina voglia affatto avere degli amici: e che pensare di un Paese grande come la Cina, che si comporta come se non avesse bisogno di amici e impone la propria legge come più le aggrada?
La vera vittima di questi sviluppi è la comunità della Chiesa cattolica in Cina: i fedeli, i religiosi, i sacerdoti e i vescovi. Molti cattolici, compresi alcuni che fino a poco tempo fa mantenevano un atteggiamento positivo nei confronti del governo, sono ora inclini a passare dalla parte di chi è favorevole allo scontro. Ammirano quei vescovi e quei sacerdoti che hanno protestato pubblicamente per essere stati costretti a partecipare a simili iniziative illegittime, e criticano fortemente altri vescovi che non hanno protestato e si sono perfino mostrati felici di prendervi parte. I fedeli e sacerdoti di questi ultimi presuli sono scandalizzati da tale comportamento e chiedono una spiegazione. La Santa Sede ha evitato, in anni recenti, di applicare le sanzioni specifiche esplicitamente previste dal Codice di Diritto canonico per questo tipo di condotta. Ma alcuni vescovi hanno abusato dell’atteggiamento clemente di Roma accettando favori dal governo in cambio dell’assoggettamento a richieste illegittime. La Santa Sede non può e non deve continuare a chiudere gli occhi. I fedeli cinesi non tollerano ciò a cui assistono e protestano a ragion veduta. Un cattolico mi ha riferito: “Il nostro vescovo e alcuni preti sono contaminati dal cancro della corruzione diffusa dai funzionari; hanno perso la loro identità cattolica. Non li rispettiamo più!”. Il caso di Chengde e l’Ottava Assemblea suscitano il caos e rischiano di aggravare ulteriormente la scissione nella Chiesa. Sono visti come due attacchi violenti contro la Chiesa cattolica in Cina.
Da 28 anni promuoviamo dall’estero l’unità tra le due comunità dei cattolici in Cina e con il Papa. Gli esponenti del governo che non hanno gradito questo atteggiamento, mi hanno etichettato come “persona non grata” (1995-98) e hanno respinto per cinque volte la mia richiesta del visto d’ingresso nel Paese. Ma continuiamo ancora oggi a sostenere la Chiesa cattolica in Cina in tutti i suoi sforzi a favore del dialogo e dell’amicizia con il governo, perché riteniamo che ciò sia fondamentale in ogni Paese. Tuttavia, dopo quanto è appena successo, possiamo solo esortare i cattolici a tutelarsi da questi attacchi violenti evitando di creare ulteriori divisioni al loro interno. Li incoraggiamo a trarre forza dalla propria unità interna e a non permettere a quanti in Cina ricorrono alla violenza di impedire loro di vivere la vera fede cattolica. Lo scontro non ha mai portato frutti positivi per la Chiesa. Ma ora il governo perseguita anche chi è favorevole al dialogo. Come durante la Rivoluzione culturale, i cattolici cinesi di oggi sono consapevoli che le autorità civili, nonostante tutta la violenza a cui possono far ricorso, non riusciranno mai a cambiare la fede di un cristiano credente, perché la fede è nel cuore. Nemmeno la Rivoluzione culturale è riuscita a sradicarla. Tutto ciò che ai cattolici cinesi resta da fare è mantenersi uniti nell’unica fede nei propri cuori e perseverare nel chiedere alle autorità civili la libertà di religione di cui i fedeli cattolici godono in ogni Paese del mondo. Questo è in linea con la spiritualità del dialogo raccomandata da Papa Benedetto XVI, che chiede ai cattolici cinesi di cercare l’unità e la riconciliazione! La forza dello Spirito che ispira tale atteggiamento è più forte e più efficace di qualunque forza usata dalle autorità civili.
Continuiamo a sostenere questa Chiesa, uniti nella fede, nella preghiera e nell’amicizia. Nel primo articolo che scrissi dopo aver visitato la Chiesa in Cina (1982) affermavo che dovremmo imparare da Gesù a non condannare le persone e, proprio come Lui, a scrivere piuttosto i loro nomi nella sabbia. Tutto quello che ho scritto in seguito si è sempre ispirato a questo atteggiamento. Ho seguito la linea del dialogo, cercando di comprendere tutti i vescovi e i sacerdoti, e quando qualcuno sembrava imboccare la via sbagliata, l’ho ammonito fraternamente, supportando sempre coloro che cercavano onestamente di istituire in Cina una comunità di persone che credono in Gesù e lo seguono. Che cosa c’è da condannare o criticare in questo atteggiamento? Non è forse la stessa linea di condotta espressa dalla lettera del Papa? L’aspetto triste della nostra Chiesa in questi ultimi anni è che alcuni continuano a condannare e criticare altri senza edificare nulla. Ovviamente, quando ci si trova di fronte al brutale rifiuto da parte del governo di ogni principio fondamentale del dialogo, allora si può essere facilmente tentati di dire che il dialogo non è la via giusta da seguire. Ma la mancanza di dialogo da parte del governo non deve tentarci di abbandonare quella che è la linea del Vangelo di Gesù. Al contrario, dovrebbe renderci più decisi a restare uniti e più caparbi nel cercare di ottenere il giusto che la Chiesa merita. Dialogo non significa debolezza, perché si basa sulla forza spirituale del Vangelo.
Ciò detto, restiamo profondamente delusi dall’atteggiamento del governo cinese e ci chiediamo: la Cina cerca amici o no? La risposta è: “a quanto pare, no”. Ma un Paese grande come la Cina che si comporta come se non avesse bisogno di amici, spaventa il mondo.
traduzione a cura di Isabella Mastroleo