«I miei studenti, alle elezioni universitarie di aprile, hanno votato per Fatah: è un indice chiaro di come cambierà la situazione in Palestina. Le università in tutti i Paesi sono i luoghi dove si creano le tendenze, anche politiche. Hamas è stato votato per protesta contro la corruzione e il fallimento della politica di Fatah, soprattutto nel negoziare una pace equa con Israele. Nessuno si aspettava un governo di Hamas: durerà poco».
Sari Nusseibeh è da tre anni il rettore dell’università araba di Al-Quds, a Gerusalemme Est. È stato il rappresentante diplomatico dell’Olp a Gerusalemme ai tempi di Yasser Arafat e ha lasciato la politica, quando la politica non era più sulla stessa linea dei suoi pensieri, tre anni fa, appunto. Oggi, a 57 anni, è uno dei più noti intellettuali palestinesi con background internazionale, studi ad Oxford e dottorato in Filosofia islamica ad Harvard. Uno che ha cercato, per tutta la vita, una strada possibile per aprire un dialogo fra israeliani e palestinesi.
Un idealista, ad oltranza, forse. Inutile insistere con lui che i suoi studenti sono solo una minoranza della multiforme e variopinta popolazione palestinese, che sembra sempre più sulla strada del fondamentalismo, anche religioso. Più barbe lunghe per le strade di Gerusalemme Est, più veli anche alle bambine piccole; e quei cartelli contro i danesi, a motivo della vignette anti-islamiche che qui, nel melting-pot di culture di una città come Gerusalemme, non ci saremmo mai sognati di leggere. Nusseibeh è irremovibile: «I palestinesi dentro di loro sono razionali», dice.
Un fatto è certo: conosce questo Paese come pochi altri, e se ancora prova a convincere alla tolleranza chi gli sta intorno, dopo tutto quello che ha passato e fatto, bisogna comunque riconoscergli un estremo coraggio e la capacità di mettere insieme proposte ragionevoli di pace.
Ma le sue idee sono troppo avanzate per il mondo in cui si trova a vivere. E non è solo un problema della sua gente, i palestinesi; anche la maggioranza degli israeliani non riesce ad accettare questo strano uomo che - imprigionato per spionaggio e picchiato a sangue dai suoi - insiste nell’auspicare relazioni amichevoli tra due popoli che, a stento, riescono a parlarsi.
Anche adesso che ha lasciato la politica attiva e fa, con piacere, solo lo studioso e il professore, molti palestinesi non smettono di attaccarlo. Per lui, ormai, devono essere sassolini, ma a noi sembra una persecuzione al di là della ragionevole diversità di opinioni.
Un anno fa, il 24 maggio 2005, il sindacato degli insegnanti e dipendenti universitari ha pubblicato sulla prima pagina di Al-Ayyam, quotidiano di Ramallah, una lettera così titolata: «Il sindacato degli insegnanti palestinesi chiede le dimissioni di Sari Nusseibeh». Motivo: «Ha cercato di normalizzare i legami con Israele». L’antefatto? Nusseibeh aveva stretto da poco un accordo di collaborazione e scambio culturale, con l’Università di Tel Aviv, ebraica of course. Lui risponde così: «Questo modo di comportarsi non rappresenta la vera posizione degli insegnanti e impiegati delle università palestinesi». E deve avere ragione lui se lo incontriamo, a un anno di distanza, proprio nel suo studio di rettore dell’università di Al-Quds.
Professore, quanto è forte il rischio di islamizzazione della società palestinese con Hamas?
È un rischio concreto. Hamas - non è un segreto per nessuno - è una costola del grande movimento arabo dei Fratelli musulmani, nel cui programma c’è l’isla¬mizzazione della società. Mariam Saleh, ministro di Hamas per le «pari opportunità», docente universitaria, teneva un corso specifico, proprio all’università di Al-Quds , dal titolo «Concetti arabo-islamici per le ragazze». Non possiamo pretendere che non ci sia questo tentativo di islamizzare la società palestinese. Credo anche che i palestinesi si opporranno e, quando lo capiranno, chiederanno nuove elezioni.
Lei vede già dei segnali di questo nuovo corso politico, a due mesi dalla vittoria di Hamas, a poche settimane dall’insediamento del suo governo?
No, sinceramente, ancora non saprei fare degli esempi. Sarà un processo lento, inizierà con piccolissimi irrigidimenti, sui diritti delle donne, sulla libertà religiosa…
Crede che esista un pericolo per i cristiani sottoposti alla giurisdizione dell’autorità palestinese?
Credo che alle Chiese cristiane servirà e converrà mantenere un dialogo costante con il nuovo governo. La nuova Anp ha molti problemi imminenti da risolvere, pena la sua sopravvivenza, anche nel brevissimo periodo. Il dialogo con le Chiese sarà un modo per Hamas per tenere contatti con l’Europa e sperare nei suoi aiuti finanziari.
Allora lei non crede che i Paesi arabi aiuteranno l’Anp, come hanno dichiarato di fare al recente summit di Karthoum?
I Paesi della Lega araba da sempre fanno affermazioni del genere, ma poi non hanno mai rispettato i patti convenuti. Perché i soldi arrivino ai palestinesi è necessario, poi, farli transitare dal circuito bancario israeliano e gli israeliani non lo permetteranno in queste condizioni.
I palestinesi hanno votato Hamas soprattutto in risposta all’enorme corruzione dell’Anp, retta da Fatah. Quanto ha rubato Fatah dei soldi arrivati dall’estero?
Molto, certo. Ma non tutto, perché molti soldi sono arrivati con progetti ben chiari e definiti e quelli nessuno li ha potuti prendere, come ad esempio i soldi per progetti universitari. I fondi scomparsi sono quelli dati per pagare gli stipendi dei dipendenti dell’Anp; ma anche quelli non sono andati tutti dispersi, ma hanno permesso l’esistenza di un’economia, quella palestinese, un po’ anomala, in quanto non ha possibilità di scambi con altri mercati. Ora, senza quei soldi, questa economia non esisterà più nel giro di pochi mesi.
Secondo lei, Unione Europea e Paesi stranieri non devono rompere il dialogo con Hamas?
Devono mediare perché Hamas non conduca questo Paese alla guerra civile. Devono far sì che i palestinesi abbiano il tempo di capire qual è stato l’errore di votare Hamas e fare marcia indietro con nuove elezioni.
Professore, qual è il suo giudizio su Yasser Arafat?
Arafat ha avuto il grande merito di dare ai palestinesi la speranza, l’ideale di una nazione palestinese, ma ha compiuti grandi errori, ad esempio gli accordo di Oslo, e soprattutto l’aver impedito il consolidamento di un processo di democratizzazione della vita politica e sociale palestinese. Gli accordi di Oslo, che egli ha sottoscritto, si sono dimostrati inefficaci a bloccare la colonizzazione israeliana dei territori palestinesi e la decisione di militarizzare l’Intifada, per recuperare quegli errori, ha segnato la fine del processo di democratizzazione della società palestinese. Non si può imputare solo alla classe politica israeliana il fallimento della modernizzazione della nostra società.
Estremista del dialogo
«Noblesse oblige»: così Haaretz, il quotidiano più internazionale di Israele, titolava anni fa un articolo dedicato a Nusseibeh. Come dire: è un uomo che viene da un altro pianeta. Suo padre, Anwar Nusseibeh, uomo politico e illustre diplomatico, faceva parte di una delle più importanti famiglie della storia di Gerusalemme, la famiglia che dal XIV secolo, da quando il feroce Saladino riconquistò Gerusalemme contro i crociati, custodisce le chiavi del Santo Sepolcro. La tolleranza i Nusseibeh ce l’hanno nel sangue, da sempre. Ma tale connotazione dell’animo, qui, è spesso stata scambiata per tradimento, un tentativo di scendere a patti con il nemico di sempre.
Al professor Nusseibeh si contesta, per esempio, di aver combattuto l’irrealistica pretesa palestinese, ad ogni tentativo di trattato di pace con Israele, relativa al diritto di ritorno in Israele di circa sette milioni di persone, figli e nipoti di quei settemila palestinesi, emigrati all’estero durante la guerra israeliana di indipendenza del 1948 . «I palestinesi non possono pretendere uno Stato indipendente e il diritto al ritorno dei palestinesi rifugiati in Israele - ci spiega -. Io credo che i palestinesi devono riconoscere questo diritto solo nello Stato palestinese, e devono pensare a costruire una nuova vita. Bisogna scambiare l’antico sogno palestinese di un unico Stato con uno nuovo, per un futuro migliore».
Questo argomento è alla base dell’accordo che Nusseibeh propose, nel 2003, insieme all’ex capo dello Shin Bet (i servizi segreti israeliani) Ayalon. Tale accordo prevedeva il totale ritiro di Israele dai territori occupati (eccetto dalla grande Gerusalemme, che costituisce circa un terzo della Gisgiordania) in cambio della rinuncia dei palestinesi al diritto di ritorno dei profughi in Israele.
Ci aveva già provato, Nusseibeh, a mettere gli israeliani con le spalle al muro, durante la prima Intifada: allora suggerì l’annessione, de jure, dei territori occupati da Israele, in modo da dimostrare agli israeliani, che con la Gisgiordania e Gaza dentro i loro confini, non potevano avere uno Stato ebraico e democratico. Non capirono il «trucco» alcuni esponenti di Fatah, il suo stesso partito: lo aspettarono all’uscita dell’università e lo picchiarono a sangue fino al ricovero in ospedale. Mentre Arafat, nel 2003, lo depose da capo dell’Olp a Gerusalemme, dopo la proposta Ayalon-Nusseibeh. (e.gal.)