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01/12/2010 Il professor Elikia M’Bokolo sul futuro del Continente
«Africa tra zavorre e nuovi orizzonti»
di Anna Pozzi
A cinquant'anni dalle indipendenze, un bilancio della decolonizzazione, con lo sguardo al domani. A partire dalla più grande richhezza che questa terra possiede oggi: la sua gioventù

DUEMILADIECI, l'anno dell'Africa. O almeno così avrebbe dovuto essere. Duemiladieci, ovvero il cinquantesimo dell'indipendenza di diciassette Paesi africani, che nel 1960 si sono emancipati dalle loro potenze coloniali. Eppure le celebrazioni sono passate sottotono, accompagnate da sostanziale disinteresse da parte delle popolazioni africane e da qualche vibrante protesta. Come quella per l'infelice decisione di 14 Paesi francofoni (ad eccezione della Costa d'Avorio) di far sfilare i propri eserciti il 14 luglio, in occasione della festa nazionale dell'ex potenza coloniale, la Francia. O come quella dei congolesi che hanno criticato duramente il comitato organizzatore del cinquantenario per aver commissionato 800 mila pagne (i tipici tessuti africani) a imprese cinesi, alla faccia di quelle locali. Come a dire che da una dominazione si è passati direttamente a un'altra.
«Vecchia e nuova colonizzazione sono ancora molto presenti in Africa, dalle frontiere al sistema economico. Ma l'Africa è un continente giovane che cresce. Con difficoltà. Ma cresce. E acquista sempre più fiducia in se stesso». Elikia M'Bokolo (nella foto) è moderatamente ottimista. Professore di storia e direttore di studi presso la prestigiosa École des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi, ha appena realizzato una serie televisiva proprio sulle indipendenze africane, passata in prima serata in Francia, lo scorso novembre.
Professor M'Bokolo, cinquant'anni dopo che cosa resta dei retaggi coloniali?
Quello delle indipendenze è stato un processo storicamente importante, in cui gli africani hanno avuto un ruolo spesso sottovalutato, che ha cambiato i rapporti di dominazione tra Europa e Africa. Per molti versi, però, la colonizzazione è ancora molto presente. Gli Stati africani attuali, nelle loro frontiere e culture amministrative, sono un'eredità coloniale. Con tutti i problemi che ne derivano. Cito solo la Costa d'Avorio, come uno dei tanti esempi. Ma anche la logica economica è per molti versi ancora quella della colonizzazione: esportazione di materie prime, monocolture, poca trasformazione sul posto... Una logica perseguita anche dalle nuove potenze emergenti, come India e Cina, e dagli stessi africani. Il potere politico in Africa continua a reiterare modelli economici di stampo coloniale, che rappresentano una fonte di arricchimento per un'oligarchia corrotta, senza ricadute positive sulla società.
Quali sono gli esiti più positivi di questi cinquant'anni di indipendenza?
Innanzitutto il fatto che gli africani hanno ripreso fiducia in loro stessi. Complice anche il boom demografico. L'Africa è il continente più giovane. Segno che c'è fiducia nel futuro. Anche se restano tracce di colonialismo nella testa degli africani, vediamo che c'è una nuova creatività, non solo in ambito musicale e artistico - settori in cui tutto ciò che è africano viene immediatamente mondializzato - ma anche in altri contesti. L'Africa fa e dà delle cose al mondo, non solo riceve. Un altro segnale interessante viene dalle donne.
In che senso?
Finalmente stanno diventando attori sociali a pieno titolo. E non lo ha deciso il potere politico, anzi! Le donne oggi sono più dinamiche, hanno conquistato un grande ruolo nella produzione e nel commercio, sono le protagoniste del settore informale, che fa vivere tre quarti della popolazione africana. Ma crescono anche le élite femminili, che giocano un ruolo importante non solo sul piano economico-sociale, ma anche politico. Un esempio per tutti è la presidente della Liberia. Ma non solo. Ci sono tanti segnali interessanti. Come il fatto che nelle scuole, dalle elementari all'università, la percentuale delle ragazze e i loro risultati sono superiori a quelli dei maschi. Questo provocherà importanti cambiamenti anche nella coscienza sociale e nella concezione del potere e del vivere insieme.
Eppure ancora oggi la politica africana non sembra offrire molti esempi edificanti. Si è passati dagli ideali panafricanisti alle nuove dinastie familiari...
Effettivamente si sono perse molte occasioni. Se guardiamo a cinquant'anni fa, c'era una sorta di ottimismo panafricano. Si pensava che si sarebbe andati verso federazioni più grandi. Oggi, a volte, contatti e scambi sono più difficili che in passato. Persino la circolazione delle persone è ostacolata e si assiste a episodi gravi di xenofobia e addirittura di razzismo nei confronti di immigrati di altri Paesi africani. Oggi siamo di fronte a nuovi fenomeni di chiusure territoriali e di nuove dinastie. Non penso, tuttavia, che si vada verso formule monarchiche. Si rischia piuttosto di inventare modelli di regimi formalmente repubblicani, con elezioni libere, ma dove il peso dei candidati è talmente squilibrato, che il potere finisce nelle mani dei figli di coloro che sono stati per tanti anni al potere. Esempi come il Gabon o la Repubblica Democratica del Congo sono lì a dimostrarlo. In Senegal, invece, dove l'opinione pubblica è più attenta e informata, il tentativo del presidente Abdoulaye Wade di candidare il figlio è molto contrastato ed è emblematico che il partito al potere abbia perso le elezioni municipali a Dakar. Vuol dire che il popolo è attento e potrebbe mettere un freno a questo scivolamento del potere di tipo ereditario.
Questo vale anche per gli altissimi livelli di corruzione, rispetto ai quali, tuttavia, esiste una scarsissima coscienza critica?
Questa è un'autentica tragedia per l'Africa. Ormai la corruzione è talmente banalizzata che è considerata come del tutto normale, addirittura naturale. A tutti i livelli, piccola o grande che sia. Tutto è negoziabile e la gente è convinta che è così che funzionano le cose. I soldi rappresentano l'inizio e la fine di tutto. Per averli si è disposti a tutto. Nel meccanismo, ovviamente, sono comprese anche molte personalità straniere che partecipano a questa rete di corruzione.
In questo scenario fatto di luci e ombre che ruolo ha o potrebbe giocare l'Unione Africana?
L'UA è come un malato grave che riceve una trasfusione; di tanto in tanto si risveglia, ma è molto debole. Certo, il passaggio dall'Oua all'Ua è stato importante e ha introdotto nuove dinamiche. L'UA oggi deve molto al presidente Gheddafi, che tuttavia rappresenta anche la sua debolezza. Restano, infatti, aperti molti problemi tra Nordafrica e Africa subsahariana. A cominciare dal grande dibattito su colonialismo e schiavitù. C'è stato con l'Europa, ma non è neppure cominciato con i Paesi arabi. Se non ci si chiarisce, questo rappresenta un grande handicap. La stessa idea di Unione della grande Africa è giocata al ribasso. Attualmente non esiste davvero un luogo dove prendere decisioni condivise sulle grandi questioni africane: pace, sviluppo, Aids, sfruttamento delle materie prime... Il Parlamento africano ha solo un potere consultivo; il presidente Jean Ping non ha il prestigio di un ex capo di Stato. L'UA è in un certo senso "ostaggio" di Gheddafi e ho l'impressione che non si vada da nessuna parte.
Eppure anche in Africa subsahariana non mancano Paesi che potrebbero avere il ruolo di locomotiva...
È proprio quello che serve; delle locomotive per tirare avanti l'intera macchina. Ma non ne abbiamo. Avrebbe potuto essere il Sudafrica, dove l'economia cresce, ma ha gravi problemi interni e il modello sociale non è esportabile altrove. Il Congo, dal canto suo, è in uno stato di decomposizione e ristrutturazione. La Nigeria ha problemi di governance e forti fratture interne...
Forse anche per questo l'Africa continua a guardare all'estero e si sta buttando letteralmente nelle braccia della Cina?
Ma la Cina ha esattamente la stessa logica di sfruttamento delle ex potenze coloniali: ha bisogno di materie prime e viene a cercarle in Africa, senza preoccuparsi di sviluppare la lavorazione in loco. Gli africani, dal canto loro, hanno uno sguardo ambiguo sulla Cina. La vedono come un'alternativa all'Europa, ma i benefici sono limitati. Le imprese cinesi, anche quando lavorano sul posto, pagano pochissimo; alcune, addirittura, in ambito artigianale e commerciale, fanno concorrenza alle poche imprese africane esistenti. E tuttavia questi nuovi rapporti mostrano che si può uscire finalmente dalle logiche un po' malsane Europa-Africa. Oggi non si può più ragionare solo in termini di Nord-Sud: c'è la Cina, ma anche l'India, il Brasile, sempre più Dubai o la Turchia... Questo può aiutare a decomplessare i Paesi africani, ad aprire i loro orizzonti, a mostrare che ci sono alternative... Affinché gli africani stessi possano finalmente "inventare" il loro proprio sviluppo.
Che cosa intende?
C'è un malinteso sullo sviluppo. Molti credono che l'unica via sia l'economia industriale sul modello europeo. Non è possibile né auspicabile. Bisogna ritornare alla base, dove c'è l'essenziale del¬l'Africa, ovvero all'agricoltura e all'intelligenza delle persone. L'agricoltura è stata abbandonata ma bisogna tornarci, per ricostruire il tessuto di produzione di base. Ma per fare questo occorre investire anche nelle infrastrutture, a cominciare dalle strade per permettere la circolazione dei prodotti. È scandaloso che ancora oggi sia più facile importare le merci in Africa piuttosto che produrle localmente.
Tutti questi processi, però, richiedono innanzitutto un importante investimento nella formazione. È d'accordo?
Credo che nell'ambito dell'istruzione e della formazione sia stato fatto un progresso quantitativo molto significativo. Il numero di scuole e quello di studenti oggi è straordinario. Ma questo ha un costo. Tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, gli Stati africani hanno investito molto. Dopo, molto meno. Non solo in termini di soldi, ma anche di idee. Se vogliamo formare quadri ed élite occorre definire contenuti e obiettivi. Riproduciamo i modelli di insegnamento dell'Europa occidentale, mentre andrebbero formate competenze in contesti precisi. Allargando, ad esempio, la base della formazione tecnica, per rendere le persone capaci di creare impresa.
Non crede che la diffusione di Internet e soprattutto dei cellulari abbia creato nuove dinamiche e nuovo slancio nel continente?
Internet e i cellulari rappresentano una vera rivoluzione in Africa. Avvicinano le persone in maniera fantastica. Riducono la separazione città-villaggi. Hanno giocato un ruolo importante nella prevenzione delle frodi elettorali. Consentono l'accesso a fonti di informazione libera, anche là dove la libertà di stampa è sotto il controllo dello Stato. Sono uno strumento per la democratizzazione della politica, dell'educazione e della società. Detto questo, noi africani siamo ancora oggi più consumatori di Internet che produttori. E c'è ancora una certa passività rispetto alle informazioni che consumiamo. Questo squilibrio va riaggiustato. L'Africa riceve più di quello che dà. Anche se alcuni Paesi come la Nigeria o il Sudafrica stanno facendo una parte sempre più importante.
Che prospettive vede per il futuro?
Dal mio punto di vista, ritengo che ci voglia più Stato, ma uno Stato vero, non quello post coloniale, con regole precise e rispettate, una giustizia uguale per tutti, trasparenza e ordine. Questo è necessario anche per consolidare la democrazia. Una democrazia in cui i cittadini sentano di avere dei diritti, ma anche dei doveri.

 

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