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Il 31 ottobre scorso un commando di Al Qaeda ha fatto irruzione nella cattedrale siro-cattolica di Baghdad, intitolata a Nostra Signora del Perpetuo Soccorso. I terroristi si sono fatti esplodere nella chiesa, provocando la morte di 52 morti e decine di feriti. Un massacro - l’ultimo di una lunga catena di episodi di efferata violenza che sta mettendo a durissima prova la comunità cristiana irachena - che testimoni oculari hanno descritto nei particolari, restituendoci tutta l’angoscia della popolazione. (clicca qui per leggere la testimonianza delle Piccole Sorelle di Gesù raccolta da AsiaNews).
La Giornata di preghiera indetta dalla Chiesa italiana per i cristiani dell’Iraq non che può che avere come primo obiettivo la condivisione della terribile sofferenza che la Chiesa irachena sta vivendo. I cristiani iracheni vivono una vera e propria persecuzione, sono esposti al martirio in quanto bersagli dell’ostilità anti-occidentale che li accomuna ingiustamente ai soldati americani. Lo riconoscono anche le voci libere della stampa araba. (clicca qui per leggere un commento dell’Asharq Al-Awsat, giornale arabo con sede a Londra, tradotto e rilanciato da AsiaNews).
Tenersi informati su quanto accade in quell’area particolarmente tormentata del Medio Oriente - attingendo a mass media che seguono le vicende di quelle terre tormentate anche quando l’attualità politica viene meno - è già un primo passo importante. Ma non basta: occorre pregare, unirsi nella sofferenza davanti al Crocefisso per ritrovare lì le ragioni di una com-passione autentica e di una solidarietà profonda.
Ma la Giornata di preghiera per l’Iraq può e deve avere, a nostro parere, anche un altro significato. Sotto gli occhi del mondo, infatti, la Chiesa irachena sta dando una grandissima testimonianza di fedeltà al suo Signore e al popolo. In alcune città dell’Iraq la vita cristiana è ridotta alla clandestinità, tanto è alto il livello di pericolo. Vescovi, preti, laici vivono con coraggio una fede che per loro è diventata l’unica ragione di speranza. L’arcivescovo caldeo di Mosul, Amil Nona, successore di mons. Paulos Faraj Rahho, ucciso a inizio 2008, spiega a Mondo e Missione: «La mia missione pastorale consiste nel mostrare che non bisogna avere paura della morte. Ma per non avere paura della morte bisogna sapere come vivere». (clicca qui per leggere il reportage da Mosul di Rodolfo Casadei).
Proprio a Mosul, la domenica dopo Pentecoste del 2007, veniva ucciso padre Ragheed Ganni, sacerdote cattolico caldeo, assieme ai tre suddiaconi. Padre Ragheed ha lasciato una testimonianza bellissima che in questa occasione vale la pena di ricordare: la testimonianza di una Chiesa nella prova che non si lascia vincere dalla paura. «I giovani – raccontava – organizzano la sorveglianza dopo i diversi attentati già subiti dalla parrocchia, i rapimenti e le minacce ininterrotte ai religiosi. I sacerdoti celebrano la Messa tra le rovine causate dalle bombe. Le mamme, preoccupate, vedono i figli sfidare i pericoli e andare al catechismo con entusiasmo. I vecchi vengono ad affidare a Dio le famiglie in fuga dall'Iraq». E aggiungeva: «Cristo, con il suo amore senza fine, sfida il male e ci tiene uniti. Attraverso l’Eucaristia ci ridona la vita che i terroristi cercano di toglierci».
Parole come queste sono una lezione di fede che noi, Chiesa italiana, faremmo bene a raccogliere e fare nostra. L’esempio di chi espone la sua vita alla persecuzione per mantenersi fedele al Vangelo ci interpella, ci scuote: è un appello a una testimonianza più coraggiosa e più evangelicamente trasparente.