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Dieci dei 15 paesi più diseguali nel mondo sono in America Latina e nei Caraibi. Lo afferma il primo rapporto del programma Onu sullo sviluppo (Pnud) dedicato alla regione ("Actuar sobre el futuro: romper con la transmisión intergeneracional de la desigualdad"), pubblicato in luglio di quest'anno. Il verdetto è pesante: questa è l'area dove la disuguaglianza economica e sociale è in media più alta al mondo. Il coefficiente di Gini, l'indicatore per il calcolo della disuguaglianza, rilevato qui è il 65% più alto rispetto ai Paesi occidentali, il 36% in più rispetto a quelli del sud est asiatico, il 18% maggiore rispetto all'Africa subsahariana.
Bolivia, Haiti, Ecuador, Colombia, Honduras e Brasile sono i paesi dove il divario tra ricchi e poveri tocca le punte maggiori, con un indice superiore allo 0,55; Costa Rica, Uruguay, Venezuela e Argentina mediano questo dato registrando una maggior equità, ma sempre con un indice alto, attorno all'0,49.
Nonostante l'intera regione continui a registrare una crescita economica positiva, attorno al 5% l'anno, il vero sviluppo resta bloccato proprio a causa della disuguaglianza. Dati alla mano, in realtà la situazione sta lentamente migliorando: lo squilibrio, a livello di tutto il subcontinente, decresce dell'1% ogni anno. Questo grazie, per esempio, alle politiche sociali in Brasile, dove il governo ha reso davvero l'istruzione elementare un diritto accessibile a tutti, rendendo gratuita la scuola anche per quel 20% di bambini prima escluso dal sistema. Garantire l'istruzione è una delle armi più efficaci contro la disuguaglianza, ma non basta: per molti paesi latinoamericani il sistema contributivo risulta iniquo, perché ancora troppo basato sui consumi e non sul reddito. In proporzione pesa quindi di più sui cittadini più poveri. Uruguay e Cile hanno attuato e proposto modifiche a questo sistema, ma per molti governi la riforma fiscale è ancora lontana.
Sugli ultimi gradini della scala sociale continuano ad essere seduti indios, donne e neri: ricevono un salario più basso, sono impiegati soprattutto nell'economia informale e non hanno accesso ai servizi di base. E c'è anche un problema di qualità: i servizi a cui accedono hanno spesso standard bassi. È così anche per l'alimentazione e l'istruzione.
Secondo il rapporto la disuguaglianza si basa anche su meccanismi sociali consolidati, che si tramandano di generazione in generazione, soprattutto in termini di aspirazioni professionali, autonomia e indipendenza economica. Chi viene dagli strati sociali più bassi rinuncia a realizzare le sue aspirazioni perché non riesce a trovare i mezzi necessari. E questa mancanza di mobilità socioeconomica contribuisce a creare disuguaglianza.
Per rompere questa catena è quindi necessario agire contemporaneamente su più fronti, dalla promozione di riforme sociali al rinforzo i servizi di base, fino alla riforma del sistema contributivo. Il rapporto afferma inoltre che rompere il circolo vizioso e storico della disuguaglianza significa rinforzare e sostenere crescita economica e coesione sociale.
"Non si può aspettare oltre" ha detto Heraldo Muñoz, direttore del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo di America latina e Caraibi, presentando il documento. "La riduzione della disuguaglianza deve essere la priorità politica nella regione".
L'approfondimento del quotidiano spagnolo El Pais: per leggerlo clicca qui