Da segretario del Pontificio Consiglio per i migranti ha alzato spesso la voce in questi ultimi anni sul tema del rispetto della dignità umana degli immigrati. Poi - al compimento dei 70 anni - nell'agosto scorso si è dimesso dall'incarico. Parla dunque con la libertà del «pensionato» l'arcivescovo Agostino Marchetto nel libro-intervista «Chiesa e migranti. La mia battaglia per una sola famiglia umana», realizzato con Marco Roncalli e in uscita per l'editrice La Scuola. Nella lunga intervista mons. Marchetto affronta tutte le questioni aperte legate al tema delle migrazioni. Ma tracciando alla fine del libro un bilancio della sua esperienza al Pontificio Consiglio esprime in particolare un rammarico: quello per la «mancata pubblicazione, finora, di un documento, in gestazione da ben otto anni, sui migranti forzati, a cominciare dai rifugiati». Non dice di più su questa vicenda specifica, rimandando al «segreto pontificio». Ma molto dice invece prima sul perché il tema dei rifugiati oggi sia una questione così importante. Per questo motivo dal libro-intervista anticipiamo qui sotto l'intero capitolo XVIII, quello in cui mons. Marchetto affronta specificamente il tema del diritto d'asilo per i rifugiati (G.Ber.).
Non ha mai pensato, mi perdoni se glielo chiedo, di essere un ingenuo intransigente?
Ingenuo? Non credo. Intransigente? A me pare di doverlo essere. Non nel senso usato dagli storici della Chiesa. Ma, ad esempio, sul tema dei rifugiati. E su questo punto spero che quanto detto sinora abbia fatto chiarezza. Perché, in ogni caso, le considerazioni relative ai migranti economici non valgono per loro. Ed è necessario che questa distinzione fra i rifugiati e le altre categorie, cui sopra abbiamo fatto cenno, e cioè i migranti forzati, i richiedenti asilo, i profughi, le vittime della tratta di esseri umani, gli apolidi, in relazione con i migranti economici, sia finalmente chiara. La distinzione è fondamentale, e su questo la stampa ha responsabilità ben precise. Perché spesso, quando si parla di rifugiati, si corre il rischio di vedere le proprie parole interpretate come riferite ai migranti in generale. Con conseguenti distorsioni di qualsiasi riflessione seria.
Ne conveniva con me anche Giuseppe De Rita in un incontro romano, promosso dal Centro Astalli (Jesuit Refugee Service). Diceva che in Italia ci dividiamo facilmente fra chi vuole gli immigrati, chi non li vuole affatto, ma che se c’è un elemento che pare unire gli italiani è la scarsa consapevolezza di cosa significhi essere un immigrato che lascia il suo Paese magari per fame, per cercare lavoro, per sopravvivere, e cosa significhi essere un rifugiato, uno che fugge dal suo Paese perché ha subito violenze, torture, oppressioni, e deve godere di una protezione quando la richiede; dunque, deve essere accolto sempre.
Insomma, pur persistendo questa situazione negativa in casa nostra, lei chiede impegni per gli immigrati, azioni di diritto per rifugiati e richiedenti asilo da tirar fuori dal melting pot delle nostre paure. Ma nelle altre parti del mondo, che cosa avviene?
Per quanto riguarda il diritto d’asilo, in alcune aree del mondo qualche progresso c’è. In America Latina, ad esempio, grazie alla Convenzione del 1980, si nota una maggior attenzione nei confronti dei rifugiati, così come negli Stati Uniti, dove si accoglievano sino a poco fa oltre settantamila rifugiati ogni anno, si sta ricominciando con lo stesso ritmo. Anche in Africa si registrano risultati incoraggianti, a partire dalla Convenzione stipulata nel 1969, che tra l’altro amplia la definizione di rifugiato, fino a giungere all’ultimo Convegno dell’Unione Africana, dove sono state gettate le basi per un ulteriore approfondimento sul tema dell’accoglienza. È chiaro che le cifre restano impressionanti. L’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) parla di oltre 67 milioni di persone in fuga da conflitti armati, persecuzioni etniche e religiose, dalla tortura e dagli arresti arbitrari. L’80% di essi peraltro si trova nei Paesi in via di sviluppo.
Qual è il Paese da cui proviene il maggior numero di richiedenti asilo ai Paesi industrializzati?
L’Afghanistan con 26.800 domande nel 2009, il 45% in più rispetto al 2008; poi l’Iraq, con ventiquattromila domande e la Somalia, con circa ventitremila.
E in quali aree europee finiscono?
Sempre, secondo l’Unhcr, soprattutto nel Nord Europa, dove c’è un aumento del 13% delle domande di asilo nel 2009 (51.100), nel Sud Europa c’è invece una diminuzione del 33% (50.100).
Le risposte politiche?
Una visione d’insieme sull’adeguatezza delle risposte politiche presenta diverse ombre, che tra l’altro si sono propagate pericolosamente. Penso a fatti come la temporanea chiusura degli uffici dell’Unhcr in Libia, presenza importante anche dal punto di vista del controllo sui respingimenti. Penso al fatto recente definito “incidente”, quello del motopeschereccio italiano mitragliato dai libici... sì, quello che, stando alle parole riportate, ha fatto dire al nostro ministro dell’Interno «immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave con clandestini...».
Per la realtà europea, nel complesso, un panorama pesante...
Nonostante le cifre notevoli dei rifugiati presenti in alcuni Paesi – seicentomila in Germania, circa trecentomila nel Regno Unito – purtroppo nel nostro continente matura un’interpretazione sempre più restrittiva del rispetto del diritto d’asilo. E il giudizio non può che essere animato da sentimenti contrastanti. Allo sconforto di vedere i confini di un continente o il mare nostrum trasformarsi in linee di respingimento, si contrappone la speranza generata, ad esempio, dalla decisione recente del Parlamento Europeo di istituire un fondo per i rifugiati, benché a questo abbiano aderito solo una dozzina di Stati. Credo sia interessante sottolineare, inoltre, come, secondo tale Parlamento, gli aiuti previsti per l’accoglienza dei rifugiati dovrebbero essere gestiti dagli enti locali e non a livello centralizzato...