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È DIVENTATO missionario perché colpito dalla persistenza della minoranza cristiana in Oriente e dalle storie dei cristiani perseguitati negli anni Settanta dai regimi di Cambogia e Vietnam. Per père Georges Colomb (nella foto), da luglio nuovo superiore delle Missions Étrangères de Paris (Mep, storico istituto ad gentes nato nel Seicento), la questione centrale è chiara: solo il Vangelo è via di liberazione per l'uomo, soprattutto in Asia. E per questo la missione deve tornare ad essere quel che è: «Annunciare Cristo. Altrimenti, perché consacro la mia vita e faccio migliaia di chilometri?».
Padre Colomb, lei è la nuova guida dei Mep. Se dopo 350 anni di vita il suo Istituto resta dedicato al «primo annuncio», significa che la missione non è ancora finita....
Esatto. Oggi, con la Chiesa che si è ingrandita di molto - anche grazie a Istituti come il Pime - il nostro non è più il ruolo di un tempo, ovvero lo ius commissionis, cioè istituire e dirigere una Chiesa locale. Eccetto la Cambogia, negli altri Paesi dove siamo presenti serviamo la Chiesa locale, mantenendo le nostre caratteristiche precipue: ad vitam, cioè facciamo professione per sempre; ad extra, ovvero nessun missionario Mep lavora in patria (eccetto un minimo di personale a Parigi: ma non abbiamo nessuna casa in Francia!); ad gentes: la nostra priorità è andare da chi non conosce Cristo. Siamo una società di preti missionari: attualmente 350, di cui 330 francesi. I seminaristi in formazione - 19 in tutto - sono francesi, tranne uno, slovacco, che ha studiato ingegneria a Parigi. Nel 2011 avremo la gioia di ordinare sette nuovi sacerdoti per la missione.
Una fioritura vocazionale che stupisce. C'è un «segreto» dietro questi numeri?
Su 19 seminaristi, 17 hanno avuto un'esperienza di volontariato con i Mep. Ogni anno inviamo in missione 150 ragazzi e ragazze che trascorrono dai due mesi ai due anni in Paesi asiatici (in tutte le nazioni dove siamo presenti, eccetto il Giappone, ma anche dove non abbiamo preti: Laos, Bangladesh, Sri Lanka e Vietnam). Negli ultimi cinque anni ben 28 volontari sono entrati nel nostro seminario, altri 35 hanno varcato la porte di seminari diocesani o di altre comunità religiose. Il volontariato, come Benedetto XVI ha sottolineato nelle sue encicliche, è una scuola missionaria molto bella per imparare a donare. I giovani scoprono tanti credenti di Chiese dove i cattolici costituiscono una forte minoranza. In altri casi, toccano con mano che la Chiesa è perseguitata. Capiscono così che essere missionari è affrontare difficoltà che in Europa non ci sono: la sfida della persecuzione, il dialogo interreligioso, la povertà strutturale, come nelle grandi
città dell'India.
Cosa spinge questi giovani di Francia a dedicarsi alla missione?
La vocazione missionaria condivide molto di quella sacerdotale: il desiderio di tutta la propria vita consacrata a Dio per annunciare il Vangelo, celebrando i sacramenti. In più, questi giovani scoprono che la Chiesa dà loro fiducia: nei Paesi dove li mandiamo assumono responsabilità che mai avrebbero restando in Francia. Ad esempio, ci sono volontari «missionari» responsabili della contabilità di intere diocesi: impensabile da noi. A Pechino, a Bangkok o a Hong Kong alcuni nostri giovani volontari sono incaricati delle cappellanie francofone, con ruoli significativi nel campo della carità, nella cura dei giovani e della liturgia. Questi ragazzi scoprono che ci sono enormi cose da fare per il Regno di Dio. E vedono che possono far fruttare i propri carismi. Hanno ricevuto molto e possono dare altrettanto. Imparano la lingua locale, ricevono fiducia dalla Chiesa e vedono che la vita missionaria è stupenda perché ricca e variegata: c'è il lavoro pastorale, la carità, l'ambito sociale, l'insegnamento, la promozione umana... I giovani toccano con mano che il Vangelo opera nella prassi e capire che l'annuncio di Gesù per l'uomo d'oggi costituisce una liberazione. La Chiesa in Asia infatti è sinonimo di liberazione: i nostri giovani lo vedono, comprendono che non vale solo l'idea «europea» secondo la quale essere cristiani significa essere retrò.
Perché, dopo secoli di annuncio missionario, in Asia il cristianesimo resta marginale?
Questo è stato l'interrogativo che mi ha spinto, quand'ero un giovane laureato in giurisprudenza, a farmi missionario. Mi chiedevo: perché, se il Vangelo è stato portato da tanti anni in Asia, là vi sono ancora pochi cristiani? La seconda «spinta» a entrare nei Mep è stata la persecuzione dei cristiani in Laos, Cambogia e Vietnam, cioè il desiderio di essere al loro fianco. Ebbene, in Asia i missionari si sono confrontati con grandi tradizioni religiose (pensiamo al buddhismo) che rispondono alle domande della gente. In questi Paesi si è instaurata una sorta di corrispondenza tra l'appartenenza religiosa e quella nazionale: essere khmer in Cambogia significa essere buddhisti; l'identità indiana corrisponde all'induismo; per un giovane thailandese diventare cattolico, è come tradire la patria. In Asia i cristia¬ni appartengono per lo più alle minoranze etniche che professano l'animismo e non sono segnate dalla grandi religioni strutturate.
Quali chance vede per il futuro del cristianesimo in Asia?
Qualche tempo fa ho letto un libro di Claire Ly, una donna buddhista convertita al cristianesimo nella Cambogia dei khmer rossi (Tornata dall'inferno, Paoline 2006 - ndr). Durante il genocidio di Pol Pot, anche la sua famiglia è stata perseguitata. La sua unica risposta al perché di tale condizione era il kharma, cioè del suo destino già scritto. Poi Claire ha scoperto Cristo che l'ha condotta all'incontro con un Padre amorevole, entrando nella grande famiglia della Chiesa. Ha trovato che il Vangelo rappresenta una forza di liberazione grazie a un Dio che ama. Questo avviene spesso tra le minoranze etniche: in Paesi come Taiwan, Cina, India, Vietnam, i gruppi minoritari hanno visto e vedono che i missionari sono gli unici che si interessano a loro, ne imparano la lingua e i costumi. I missionari sono i primi che riconoscono la loro dignità umana e queste tribù vedono che il Vangelo diventa la fonte dei loro diritti. Hanno compreso che il cristianesimo è una religione dalla parte dell'uomo, che porta a Dio attraverso Gesù.
È un fatto che le vocazioni missionarie diminuiscono nei Paesi di tradizione cristiana e aumentano nelle giovani Chiese. Un segno dei tempi oppure un fenomeno che evidenza la crisi di fede delle Chiese occidentali?
Mi sembra normale che ci siano stati missionari partiti dall'Italia, dalla Spagna, dalla Francia verso altre terre e che ora queste giovani Chiese mandino missionari altrove. Basta guardare la Corea del Sud dove esiste una Società missionaria che invia personale religioso in Cina, Cambogia e Papua Nuova Guinea. Anche in una piccola Chiesa come quella della Thailandia troviamo una Società missionaria. Lo stesso in India. Niente di sorprendente: con un certo grado di maturità ogni Chiesa locale diventa naturalmente missionaria, perché o è missionaria o la Chiesa non è Chiesa. Co munque, la vitalità evangelizzatrice delle giovani Chiese non deve diventare una scusa per noi occidentali. Dobbiamo invece chiederci: cosa fanno queste Chiese che noi non facciamo? La società europea è notevolmente cambiata negli ultimi decenni, ora c'è un vivo confronto con altre religioni e ritengo che questo influisca sul nostro essere missionari. Dobbiamo fortificare la nostra fede e rispondere alle sfide. Io rimango scioccato dai dati sulla scarsa pratica religiosa in Francia e sul crollo delle vocazioni. Di solito noi attendiamo che la gente venga nelle nostre chiese e invece dobbiamo andare noi ad annunciare Cristo nelle scuole, negli ospedali, nelle piazze. In Francia abbiamo avuto timore a parlare di Cristo. Quindi penso che il dinamismo delle giovani Chiese del Sud del mondo sia un monito per svegliarci dal nostro torpore.
Padre Gheddo denuncia un'eccessiva «politicizzazione» della figura del missionario e una crisi di identità. A questo addebita il crollo delle vocazioni ad gentes in Italia. È d'accordo?
L'essere missionari di Cristo avviene in diversi modi: in primis l'annuncio esplicito, ovvero la predicazione, i sacramenti, ... Ma vi sono Paesi - penso all'Algeria - dove non si può parlare liberamente di Gesù: lì si può essere solo «presenti» e la missione diventa dialogo, testimonianza e, appunto, presenza. La Chiesa conosce molte vie di missione: l'insegnamento, l'impegno sociale, la preghiera silenziosa, come Charles de Foucauld. Ma l'obiettivo è sempre lo stesso: essere missionari significa annunciare Cristo. Se non credo che Lui sia l'unico mediatore tra Dio e gli uomini, perché consacrare tutta la mia vita alla missione? Se penso che tutte le religioni si equivalgano, come posso percorrere migliaia e migliaia di chilometri per annunciare Cristo? Certo, ci vuole rispetto dell'«altro» e delle sue convinzioni religiose. Io rispetto il buddhismo e i suoi valori, ma la salvezza degli uomini passa solo attraverso Cristo e nessun altro. Se perdiamo questo, perdiamo tutto.
Lei è stato missionario in Cina. Quali prospettive vede per il cristianesimo in quel Paese?
Non è questione di essere pessimista o ottimista, perché io sono cristiano e quindi ho la speranza. I cristiani in Cina continuano ad annunciare Cristo e a vivere la loro fede in condizioni difficili. La situazione è in evoluzione: si riscontra meno violenza rispetto agli anni Settanta, sebbene vi siano comunque preti e vescovi in prigione. Purtroppo c'è troppa divisione nella Chiesa e troppe manovre del potere politico per dividere la comunità cattolica. Ma nessuno può opporsi alla crescita della Chiesa: c'è solo bisogno di tempo. Ho l'impressione che la società cinese viva una grande evoluzione, determinata dal dialogo con l'Unione europea e il suo retaggio cristiano. Anche il premier Wen Jabao ha riconosciuto che il suo Paese ha bisogno di maggior democrazia e questo è frutto del confronto con l'Europa e la sua tradizione cristiana. I cinesi scoprono nel Vangelo uno spazio di libertà: per questo sono pieno di speranza. Ma non sono ingenuo, so che la situazione è molto difficile. Non basta dire che l'80 per cento dei vescovi sono in comunione con il Papa per sostenere che la Chiesa in Cina viva una condizione di libertà: è necessario che i vescovi siano nominati direttamente dal Vaticano. Credo che alla fine sia nell'interesse stesso della Cina avere una Chiesa libera che non ha nulla da nascondere.
Tornasse indietro, risceglierebbe la vocazione missionaria?
Quando vedo la Chiesa in Vietnam, in Cambogia o in Cina sono pieno di speranza. Quando osservo queste Chiese, giovani ma molto intraprendenti sul piano sociale, noto come i non cristiani riconoscano che il comportamento dei loro vicini cristiani sia bello. Se sono missionario è perché voglio donare la mia vita e affrontare la sfida di quei popoli che ancora non conoscono Cristo. Davvero una bella sfida!
La scheda/1. Dalla Cina a Parigi
Nato 57 anni fa a Saint-Anthème, nella zona di Clermont Ferrand, padre Georges Colomb è stato eletto superiore dei Mep il 9 luglio scorso, giorno della festa dei martiri cinesi. Dopo aver studiato diritto ed economia, ed aver lavorato nelle Poste per cinque anni a Lione, entra nel seminario dei Carmelitani per poi laurearsi in teologia all'Istitut Catholique de Paris e quindi entrare nei Mep. Ordinato prete nel 1987, due anni dopo viene inviato a Taiwan e quindi in Cina, dove trascorre dieci anni. Nel 1998 viene richiamato a Parigi come assistente del superiore generale e responsabile del settore vocazionale. A lui si deve l'invenzione del servizio volontariato Mep, fucina di vocazioni tra la gioventù francese. Nel luglio 2004 viene nominato vicario generale.z L. F.
La scheda/2. Una presenza secolare
Nel 2007 sono stati celebrati i 350 anni dalla fondazione delle Missions Étrangères de Paris (M.M., dicembre 2008, pp. 55-57). I Mep nascono quando la Santa Sede cerca una sua autonomia nella missione. Fino ad allora l'annuncio del Vangelo ad extra era stato affidato al patrocinio di Spagna e Portogallo, regni «cattolici» che assicuravano ai missionari supporto logistico e finanziario. Ma ciò comportava anche poteri esorbitanti della politica sui missionari. Nel corso del XVII secolo la Chiesa rivendica maggior libertà. E così la Santa Sede cerca a Parigi persone capaci di assecondare tale slancio missionario. Intorno all'università della Sorbona si trovano numerosi studenti interessati alla propagazione del Vangelo in terre non cristiane: qui vengono individuati i quattro vicari che fonderanno le Missions Étrangères de Paris. La storia dei missionari d'Oltralpe dà i suoi frutti: sono 35 le congregazioni missionarie nate dai Mep; cinquemila i seminaristi che, nel 1939, studiavano nei seminari loro fondati. L'Istituto ha avuto anche 103 missionari martiri, di cui 23 canonizzati. Ad oggi i Mep sono presenti in Myanmar, Cambogia, Cina, Corea del Sud, India, Indonesia, Giappone Malaysia, Singapore, Thailandia, Madagascar, Isole Mauritius. In Vietnam e Laos sono presenti volontari Mep. z L. F.