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Sono cominciati gli interventi dei singoli vescovi al Sinodo: hanno già parlato un quarto dei Padri sinodali. Ciascuno ha cinque minuti di tempo e butta dentro nella discussione ciò che gli sta più a cuore. Spulciando tra le tante sintesi diffuse dalla Sala stampa vaticana c'è un tema che mi sembra interessante rilanciare: quello del ruolo della diaspora dei cristiani del Medio Oriente.

Parliamo sempre dell'emorragia dei cristiani, di come frenare questo esodo. Ma chi il Medio Oriente ormai l'ha già lasciato? Uno dei temi caldi al Sinodo è la giurisdizione sui cattolici di rito orientale  che si trovano in regioni di rito latino. Tra i Padri sinodali ci sono parecchi eparchi che risiedono in Canada, in Australia o negli Stati Uniti, terre d'adozione ormai di centinaia di migliaia di maroniti, greco-melchiti e copti. E diversi di loro sono già intervenuti per chiedere che anche sulle comunità della diaspora valga la giurisdizione dei rispettivi patriarchi che hanno la loro sede in Medio Oriente. La questione è resa seria dal fatto che per alcune Chiese orientali - ormai - i fedeli che vivono fuori dal Medio Oriente sono più di quelli rimasti nei Paesi d'origine. Oggi come oggi queste comunità celebrano con il loro rito, ma il legame eccle siale con i copti o i caldei rimasti in Medio Oriente si ferma qui. Che senso ha – ha sostenuto ad esempio mons. Vartan Wadir Boghossian, esarca apostolico per i fedeli di rito armeno residenti in America Latina e Messico – auspicare che le Chiese d'Oriente mantengano la loro identità, ma nello stesso tempo limitare l'autorità dei loro patriarchi entro i confini di un territorio? In forza di questo ragionamento Boghossian si è spinto ancora più avanti chiedendo anche che tutti i patriarchi delle Chiese d'Oriente partecipino al Conclave, senza necessità di diventare cardinali.

Difficilmente questa ultima proposta avrà un seguito. Ma il problema degli orientali che ormai vivono in Occidente esiste. Lo ha riconosciuto in un intervento molto interessante anche l'arcivescovo uscente di Los Angeles, il cardinale Roger Mahony. Che ha invitato a un'esame di coscienza su quanto si fa “per aiutare questa diaspora a vivere il ministero della communio in modo che rispetti la legittima diversità dei popoli di queste Chiese”. Però Mahony ha presentato anche l'altra faccia della medaglia: quella dei condizionamenti che queste comunità vivono anche a migliaia di chilometri di distanza dai propri Paesi d'origine: “Spesso - ha ricordato il porporato - i cristiani del Medio Oriente vengono in Nord America con atteggiamenti e opinioni nei riguardi sia dei musulmani che degli ebrei che non sono in armonia con il Vangelo o con i progressi che abbiamo fatto nei rapporti della Chiesa con le altre religioni. Sebbene non vogliano sentirolo dire – ha aggiunto Mahony -, i cristiani che vivono nel Medio Oriente e quelli emigrati in Occidente hanno bisogno di essere sfidati a essere segno di riconciliazione e di pace. Ritengo che la sfida maggiore che affrontiamo con i nostri immigrati – siano essi cattolici medio orientali o cattolici vietnamiti fuggiti dal loro Paese per il Sud della California, o cubani fuggiti da Cuba verso le coste di Miami – non è quella di aiutarli a vivere il mistero della communio fra i cristiani e fra le varie Chiese cristiane. La sfida più grande è aiutarli a rispondere alla grazia di dare testimonianza al Vangelo perdonando quei nemici che spesso sono la causa principale dell'aver lasciato la loro patria per trovare pace e giustizia sulle nostre coste”.

Rinsaldare i legami con la propria storia e la propria tradizione? Oppure coltivare la libertà di superarli quando diventano un limite alla testimonianza evangelica? E' molto franco su questo tema il dibattito al Sinodo. Ed è un dibattito interessante rispetto al profilo della Chiesa di domani che si va modellando anche in tante altre regioni del mondo.

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