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Già a poche ore dal drammatico assassinio di mons Luigi Padovese, vescovo di Anatolia, gli organi di informazione si sono scatenati. L'informazione moderna deve farsi largo in mezzo a troppa concorrenza per imporsi. E allora talvolta, non si resiste alla tentazione di parlare al «ventre dei lettori», di trovare colpevoli e capri espiatori nell'illusione di alleviare un po' il dolore o ridurre il disorientamento. A questo sport si associano spesso anche gli organi di informazione cristiani, ben spalleggiati da dichiarazioni talvolta sopra le righe.
Avremmo preferito molto più silenzio orante e ascolto reciproco nel dolore e, soprattutto, l'inizio di un vero impegno per la comunione di intenti e per una progettazione pastorale che, in Tur¬chia, non esisteva ancora prima della morte di mons. Luigi e, viste le premesse, temiamo difficilmente sarà una priorità dell'immediato futuro. È questo che condanna le comunità cristiane alla dispersione, perché quest'ultima è, prima di tutto, il risultato di un'insufficiente comunione e non di fattori esterni!
Anche noi, orfani di mons. Luigi, ringraziamo del privilegio di far parte della Chiesa di Turchia; come ha ricordato l'arcivescovo Tettamanzi parlando del suo amico e fratello nell'episcopato, vogliamo essere anche noi ancora «chicco di grano» capace di «incessanti sforzi di costruire spazi di dialogo e di incontro tra culture, tra religioni, tra gli stessi cristiani», contro ogni manipolazione del religioso per fini semplicemente umani e di potere. Solo questo impegno ci rende, fin d'ora e a pieno titolo «martiri»! Sarebbe bello che i cristiani si riappropriassero del vero significato di questo termine fondamentale, evitando di rispolverarlo solo in tragiche circostanze e, così facendo, limitandolo nel suo senso. Di fatto, la definizione di martire ha preso, nel corso della storia, un uso comune ben differente dal suo significato iniziale. C'è soprattutto una mo¬difica di accento, che si può riassumere in una frase: in origine si è uccisi perché martiri; poi si diventa martiri perché uccisi. Ci si dimentica così che il vero significato etimologico e biblico di questa parola è «testimone»! I cristiani, dunque, sono martiri, perché testimoni di Cristo: professano la loro fede in Lui e, per questo motivo, possono anche venir perseguitati e uccisi (e questo, non necessariamente in modo cruento). Questa testimonianza, come ricordava il card. Tettamanzi, esplicita la nostra identità cristiana come progetto di vita di uomini e donne «capaci di offrire, senza alcuna paura, sempre e dappertutto, la testimonianza di una vita autenticamente evangelica: amando Cristo e ogni uomo sino alla fine».
Il Cristo - al quale c'è tanto bisogno di rendere testimonianza in questo momento in Turchia, come in tutto il Medio Oriente - non è tanto il Maestro di dottrina quanto il Giusto innocente il cui dono «disarma Dio», lo libera, cioè, dall'immagine che gli uomini gli attribuiscono: spesso violenta, associata all'odio. Cristo è davvero Dio perché priva l'odio della sua potenza, senza utilizzare contro di esso le armi della potenza, ed è per questo spesso incompreso (in Oriente come in Occidente). Mons. Luigi aveva già iniziato molto prima del tragico 3 giugno a vivere «da martire». Molti aspetti della sua vita ci consentono di affermare che non è morto diversamente da come era vissuto: in un incessante cammino di conversione, in un rinnovato dono di sé e della propria vita, in una quotidiana testimonianza del fatto che solo la ragione che sostiene la nostra vita consente anche di affrontarne l'esito estremo: la morte

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