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Scenari inquietanti in Centro e Sud AmericaIn America Latina - come in tutto il resto del mondo - la geografia del narcotraffico è in continua evoluzione. Le reti criminali, le coltivazioni illegali, i laboratori di raffinazione clandestina, le rotte e i sistemi utilizzati per trasportare gli stupefacenti negli Usa o in Europa cambiano costantemente, sia a causa delle pressioni da parte delle autorità, sia per una precisa strategia dei trafficanti, che cercano di essere sempre un passo avanti a chi li combatte.
Il narcotraffico è flessibile. La storia degli ultimi decenni insegna che può essere colpito, anche duramente, ma riesce sempre a ristrutturarsi e a tornare sul mercato per soddisfare la sete di droga dell'Occidente e, in modo crescente, anche dalle enclave «occidentali» dei Paesi in via di sviluppo. Quando, da qualche parte, si riesce a sconfiggere un cartello o a smantellare una rete di trafficanti, da qualche altra parte nascono subito nuovi cartelli e nuove reti, così il gioco continua all'infinito.
Prendiamo il caso del Messico. Oggi il Paese è nell'occhio del ciclone per il dilagare della violenza legata al narcotraffico. Ogni giorno è un bollettino di guerra: sparatorie per strada con decine di morti, omicidi selettivi, assalti di commandos, ritrovamenti di corpi decapitati e di file di uomini giustiziati abbandonati lungo la strada con le mani legate dietro la schiena.
SI CALCOLA che solo negli ultimi tre anni i morti per il controllo del mercato della droga in Messico siano stati oltre 15 mila. Solo dieci anni fa nessuno lo avreb¬be immaginato. Com'è potuto accadere? Molto semplice: nel corso degli anni Novanta, dopo lo smantellamento dei grandi cartelli della droga colombiani, i narcos messicani sono subentrati ai colombiani nel controllo del traffico della coca e delle altre droghe dirette negli Usa. Hanno cominciato a fare montagne di quattrini, con cui hanno messo in piedi veri e propri eserciti illegali e comprato poliziotti e politici. E quando il denaro non basta, ricorrono al terrore.
Negli ultimi tempi la tensione è arrivata a livelli insostenibili. Com'è naturale, lo Stato ha cominciato a reagire con forza. Il presidente Felipe Calderón ha dichiarato guerra ai cartelli spedendo 45 mila soldati lungo frontiera con gli Usa, l'area più critica. Il mandatario messicano conta anche sull'appoggio logistico, economico e di intelligence degli Stati Uniti nell'ambito dell'Iniciativa de Merida, ideata nel 2007 da George Bush.
Gli Stati Uniti hanno tutto l'interesse a ridimensionare il narcotraffico a sud del Rio Bravo. Temono il contagio della narcoviolenza e della narcoeconomia messicana. Il recente assassinio di tre cittadini statunitensi a Ciudad Juárez - due dipendenti del consolato americano e un poliziotto - ha fatto salire il livello di allarme negli Usa. La gente comincia ad avere paura e a chiedere la militarizzazione della frontiera col Messico. Anche sul fronte economico, lungo il lato statunitense della frontiera, ci sono già i primi segni inequivocabili della penetrazione delle attività illegali dei narcos messicani.
Con ogni probabilità il governo messicano, appoggiato dagli Usa, riuscirà a vincere la guerra contro i grandi cartelli. Ma a questo punto viene già da chiedersi: dopo il Messico, dove migrerà il narcotraffico? L'ipotesi più probabile - avanzata da molti osservatori e confermata dal Dossier annuale sul narcotraffico, diffuso recentemente dal Dipartimento di Stato Usa - è che il grosso del problema si sposterà in Centro America, dove del resto il fenomeno non è nuovo e ci sono tutte le condizioni politiche e sociali perché attecchisca.
I PRIMI SEGNALI di un cambiamento degli equilibri sono già arrivati. «A mano a mano che il Messico fa progressi contro le organizzazioni criminali che operano nel suo territorio, ci sono sempre più prove che le organizzazioni di trafficanti di droga del Messico stanno stabilendo la loro presenza nelle regioni vicine, particolarmente in alcuni Stati centroamericani», si legge sul dossier.
Lo sa bene il presidente guatemalteco Alvaro Colom, che ha dichiarato: «Quando il presidente Calderón ha successo, io ho problemi». Recentemente Colom ha destituito il capo della Polizia del Guatemala, Baltazar Gómez, assieme al capo dell'unità antidroga, per la loro presunta responsabilità nel furto di 700 chili di coca sequestrati lo scorso anno; anche il predecessore di Gómez, Porfirio Pérez, è stato deposto in settembre, dopo essere stato accusato di avere rubato 300 mila dollari dei narcotrafficanti.
Un altro candidato al contagio del narcotraffico è l'Honduras, dove nel 2009 il capo dell'antidroga, Julián Arístides González, è stato assassinato: aveva denunciato che narcotrafficanti colombiani e venezuelani stavano facendo dell'Honduras uno snodo sempre più importante nelle rotte della droga verso gli Usa.
Anche le isole dei Caraibi sono candidate a surriscaldarsi a causa del narcotraffico nel caso in cui la guerra contro la droga in Messico abbia successo. Le premesse esistono già, come dimostra la guerriglia scatenata a fine maggio per le vie di Kingston, in Giamaica, dalla banda del narcotrafficante Chri¬stopher «Dudus» Coke per impedire la cattura e l'estradizione negli Usa del loro capo. Gli scontri sono stati violentissimi, sono durati giorni e hanno causato la morte di settanta persone e centinaia di arresti, senza tuttavia condurre alla cattura di «Dudus».
Ma facciamo ancora un passo avanti. Ipotizziamo che, come si prevede, il narcotraffico dilaghi in Centro America e Caraibi come oggi in Messico. A quel punto probabilmente l'Iniciativa de Merida o un programma analogo, appoggiato dagli Stati Uniti, sarà varato anche in Centro America e a lungo andare anche qui il narcotraffico verrà sconfitto. Dove migrerà dopo? Ritornerà in Colombia, si sposterà in Venezuela, in Perù, in Bolivia, in qualche regione del Brasile? In fondo poco importa. Il punto è che la lotta alla droga, concepita in termini puramente repressivi, non avrà mai fine. È una battaglia che non si può vincere.
Finché continuerà a esserci un'alta domanda di stupefacenti, specie nel «mondo ricco», limitare la lotta alla droga all'utilizzo esclusivo (o quasi) dei metodi repressivi per colpire il polo dell'offerta (coltivazioni illegali, cartelli, corrieri, spacciatori) non solo non risolverà mai il problema, ma continuerà a peggiorare la situazione, perché estenderà il narcotraffico ad aree sempre nuove.
L'Africa, ad esempio, è l'ultima grande vittima del contagio. A partire dal 2004 si è cominciato a parlare di una «rotta africana» della coca lungo l'antica rotta degli schiavi. Per aggirare i sempre più serrati controlli europei sull'Atlantico, la coca viene mandata dal Sudamerica verso i Paesi del Golfo di Guinea a bordo di navi e aerei «speciali». Qui viene immagazzinata e poi inviata in Europa lungo le vie dei trafficanti marocchini di hashish o dei trafficanti di persone ma in generale è tutta l'area del Sahel a essere interessata, a causa della mancanza di controlli e di governanti facilmente corruttibili (vedi M.M., febbraio 2008, pp. 11-15).
A DISTRIBUIRE la coca in Eu¬ropa, però, non sono i cartelli messicani, ma la ‘ndrangheta italiana, che acquista la cocaina in Colombia per meno di 1.500 euro al chilo e alla fine del percorso la rivende, dopo averla tagliata, a 225 mila euro al chilo, generando così profitti immensi, esentasse, che finiscono a inquinare l'economia e la politica di svariati Paesi.
La coca diretta in Europa parte sempre dalle aree preamazzoniche di Colombia, Perù e Bolivia, dove viene prodotta, ma ancora prima di affrontare il viaggio intercontinentale compie lunghi spostamenti all'interno del Sudamerica, sempre con l'obiettivo di eludere i controlli. «Negli ultimi dieci anni - spiega Nicola Gratteri, magistrato in prima linea contro la ‘ndrangheta nel libro La malapianta - la cocaina non viene più spedita solo dai porti colombiani, ma anche dall'Argentina, dal Brasile, dal Cile, dall'Uruguay».
Nel complesso il quadro è abbastanza semplice: i colombiani controllano la produzione, mentre la distribuzione, che garantisce i maggiori profitti, è nelle mani dei messicani per la merce diretta negli Usa e della ‘ndrangheta per quella diretta in Europa. I «distributori» possono contare su risorse economiche di gran lunga superiori a quelle delle varie agenzie antidroga e sono in grado di adattarsi rapidamente ai cambiamenti di scenario.
Nella lotta alla droga è ormai chiaro che i metodi polizieschi e militari possono andare bene come extrema ratio ma, da soli, non bastano. Gli Stati Uniti sono sempre stati i principali promotori dell'approccio repressivo. Da quando nel 1970 il presidente Nixon ha dichiarato la guerra alla droga, hanno speso da soli oltre mille miliardi di dollari di denaro pubblico, ottenendo però solo vittorie di Pirro. Tant'è che anche gli Usa adesso stanno pensando di cambiare approccio.
Per combattere il narcotraffico si possono percorrere due grandi strade: legalizzare la droga o abbattere la domanda attraverso incisive campagne di prevenzione e, più in generale, promuovendo una rivoluzione culturale in Occidente. L'opzione della legalizzazione, appoggiata su scala mondiale da una potente lobby liberal-radicale, sulle prime può sembrare la più semplice e logica, ma a un esame più attento si rivela inattuabile, sia per questioni di carattere morale che per questioni di diritto internazionale.
NELLA LOTTA CONTRO la droga occorre spostare l'attenzione dall'offerta alla domanda: lavorare sulla prevenzione e promuovere una cultura della vita e della responsabilità che sia capace di guarire quel «male oscuro» che spinge milioni di persone in Occidente (e sempre più anche nel resto del mondo) a sentire la necessità delle droghe per colmare un bisogno di senso inappagato.
Ma come lavorare in modo proficuo sulla prevenzione, senza che gli sforzi risultino vani? Non è certo con i divieti dogmatici, con la retorica moralistica, con qualche trovata di un creativo della pubblicità o con alcune ore di prevenzione nelle scuole che si risolverà il problema.
Nel breve-medio periodo il problema potrebbe essere affrontato in termini di educazione alla salute e - cosa che si fa ancora troppo poco - di educazione alla cittadinanza. Se infatti è vero che la droga rovina il nostro organismo, è anche vero che danneggia pesantemente la comunità. Si può disquisire quanto si vuole sul fatto che gli stupefacenti facciano più o meno male, sulle ragioni per cui si assumono o sul confine fra dose personale e spaccio, ma è certo che essendo la droga una merce illegale, ogni soldo speso per comprarla arricchisce e rafforza le «strutture del male» che la trafficano.
Quando si mette del denaro nelle mani di un pusher si diventa immediatamente corresponsabili di tutto il male che il narcotraffico e i suoi derivati producono nel mondo. Non c'è differenza, su questo piano, tra droghe pesanti e leggere. Esiste un filo diretto che lega il piccolo consumatore alla violenza talebana in Afghanistan, a quella della guerriglia delle Farc e dei paramilitari in Colombia, a quella dei narcos messicani e della malavita nostrana.
È ipocrita manifestare contro la mafia, mitizzare il Saviano di «Gomorra», indignarsi per il dilagare della corruzione e poi andare a comprare droga, sovvenzionando così i principali responsabili dei mali di cui ci lamentiamo.
Acquistare stupefacenti è una «debolezza» che nasconde un profondo egoismo. Implica il disinteresse per le sorti della comunità e, peggio ancora, una collaborazione diretta alla disgregazione del tessuto sociale. Per ogni autentico «cittadino» acquistare droga significa tradire la comunità e il paradosso estremo è quello dei rappresentanti delle istituzioni che fanno uso di droga, alimentando così proprio quell'illegalità che teoricamente dovrebbero combattere.