Fa discutere la «soluzione» negoziata dall'Italia per la drammatica vicenda dei 250 profughi eritrei ammassati in condizioni disumane nel carcere libico di Brak. Per loro il governo di Tripoli si sarebbe impegnato a offrire la possibilità di svolgere «lavori socialmente utili» in alcuni comuni libici. Sui limiti di questa soluzione e sulle responsabilità dell'Italia in questa vicenda ha diffuso oggi un comunicato il Movimento Primo Marzo, il gruppo di sensibilizzazione sui temi legati all'immigrazione che il 1° marzo scorso ha promosso la «Giornata senza immigrati». Pubblichiamo qui di seguito il testo del comunicato:
«L'accordo “di liberazione e residenza in cambio di lavoro” negoziato dal governo italiano in queste ultime ore è inaccettabile e ha il sapore della beffa. I cittadini eritrei detenuti ingiustamente e in condizioni disumane nel carcere libico di Brak non chiedono, infatti, un'occupazione in Libia ma di veder riconosciuto lo status di rifugiati al quale hanno diritto e di essere accolti in un Paese democratico.
Il Movimento Primo Marzo chiede alla diplomazia internazionale di attivarsi affinché:
- venga riconosciuto lo status di rifugiato alle 250 persone deportate nel carcere di Brak e sia trovata per loro una sistemazione degna e sicura in Paesi che abbiano sottoscritto la Convenzione di Ginevra;
- sia rispettato l'anonimato di queste persone, così da non mettere a repentaglio la vita dei loro parenti e amici rimasti in Eritrea;
- cessino immediatamente i respingimenti in mare da parte dell'Italia e il governo italiano risponda del proprio operato al riguardo, avendo agito in totale violazione dei fondamentali diritti umani e delle norme comunitarie in materia di protezione internazionale;
ricorda:
che l'Eritrea è sottoposta una delle più brutali e oppressive dittature contemporanee e che lasciare il Paese rappresenta per molti eritrei l'unica possibilità di salvezza;
che almeno 11 tra le 250 persone deportate a Brak sono state respinte in mare lo scorso 1° luglio da una nave italiana senza che nessun accertamento venisse fatto sulla loro condizione o fosse presa in considerazione la loro richiesta di asilo politico;
esorta
i comitati locali a mobilitarsi per promuovere iniziative di solidarietà e sensibilizzazione e sostenere quelle che si stanno svolgendo in tutta Italia, e invita le associazioni e le singole persone impegnate nella difesa dei diritti umani e nella costruzione della giustizia sociale a fare altrettanto.
Domani, venerdì 9 luglio, ci saranno presidi davanti alle prefetture in diverse città italiane. Queste iniziative coincidono con la Giornata del Silenzio indetta dalla stampa italiana e dalla società civile per protestare contro la legge bavaglio.
Primo Marzo si unisce alla protesta e rileva che oggi più che mai è indispensabile in Italia una stampa libera dalle censure ma, anche, dal conformismo e dall'opportunismo, dalla superficialità e dall'indifferenza. Da questi vizi nasce infatti l'assordante silenzio che, con poche eccezioni, ha finora accompagnato le vicende eritree sui media italiani».