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Erano passati dieci anni dalla mia precedente visita nel sud-est della Turchia, in quella regione unica che si chiama Tur Abdin: ritornarvi è stata un‘esperienza significativa e un'emozione forte. Il Tur Abdin è una regione lunga 80 km a cavallo della frontiera turco-siriana. A sud di questo lembo di terra si trova la mitica Nusaybin (Nisiba), centro cristiano già celebre nel IV secolo d.C. per la sua Università (luogo di formazione, non solo teologica, per migliaia di studenti) e i suoi mille giardini. Nella cripta della chiesa di Mar Yacoub (San Giacomo) riposano le spoglie dell'omonimo rappresentante della Chiesa d'Oriente al Concilio di Nicea (325), fondatore dell'università di Nisiba e maestro di sant'Efrem, diacono, teologo e mistico di straordinaria levatura. Ma Nisiba non era un faro isolato, perché tutta la regione del Tur Abdin - «la montagna dei servitori di Dio» - era un brulicare di monasteri (300 nella sola montagna di Edessa, a est di Nisiba, con più di 90 mila monaci).
Alcuni di questi straordinari monasteri sono ancora in funzione, in particolare Mor Gabriel, Mor Mattai e Deir el-Zaafaran, di recente restaurati ma ormai cattedrali in un deserto prima di tutto geografico (la regione rigogliosa di un tempo, sopravvive solo a spizzichi, grazie agli invasi d'acqua voluti da Mustafa Kemal, padre della Turchia moderna) e poi umano: un vescovo metropolita e un monaco a Deir el-Zaafaran, un «contingente» poco più nutrito a Mar Gabriel, grazie anche a una piccola comunità di monache. Tutt'intorno, nella pianura dominata da questi «monasteri fortezze», una lunga litania di villaggi - un tempo quasi interamente abitati da popolazione assiro-cal¬dea che, in seguito all'invasione dei mongoli di Ta¬mer¬lano del 1380 trovarono rifugio sui monti del Kurdi¬stan - sono stati progressivamente abbandonati. Prima per¬seguitati dai curdi, poi (a partire dagli anni '80) costretti ad evacuare dall'esercito turco in piena guerra contro il Pkk. Un mondo, dunque, che sembra far naufragio, tra l'indifferenza generale, anche perché rappresenta un'identità orgogliosamente refrattaria a ogni integrazione: «Noi eravamo qui - sibilano i più anziani che si sono rifiutati di emigrare - prima dei bizantini, prima dei cattolici e prima dei protestanti». La loro ap¬partenenza, più che un retaggio teologico, è un «orgoglio etnico»: né turchi, né curdi, sono fondamentalmente perseguitati da entrambi e neppure protetti dallo statuto riconosciuto ad armeni e greci dal Trattato di Losanna (1923).
Yusuf, il più giovane dei tre monaci rimasti a Mor Gabriel, non sembra curarsi molto dei propositi piuttosto pessimisti e venati di diffidenza verso qualsiasi presenza estranea (benché cristiana) del suo vescovo Samuel Aktas. Quest'ultimo ha tentato di riportare la vita spirituale nel monastero dopo che, ancora agli inizi degli anni '80, fazioni curde lo avevano saccheggiato. Con i finanziamenti della comunità assira della diaspora, ha rifatto splendere i muri che raccontano una storia gloriosa, ma gli ambienti sono drammaticamente troppo grandi per le poche ani¬me che li abitano. Yosuf ammira il coraggio del metropolita e, quasi pudicamente, mi sussurra i suoi meriti, ma il suo sguardo vivace, che tradisce la ancora giovane età, sembra guardare più lontano, aggrappato al senso di una fedeltà spirituale a quel Dio, che non ha dimenticato la montagna dei suoi servitori fedeli. Quando gli chiedo se ci sono giovani aspiranti alla vita monastica, con un sorriso mi risponde: «Passa molta gente» ma, mi lascia intendere, che è troppo di fretta per afferrare il messaggio del silenzio