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Fu riconosciuto come il peggior disastro della storia umana in ambito industriale: il 3 dicembre 1984 40 tonnellate di prodotti chimici manomessi causarono la morte di 20 mila persone a Bhopal, capitale dello Stato indiano del Madhya Pradesh.
Sono circa 550 mila cittadini sono coinvolti in un’azione legale contro la Union Carbide, l’azienda Usa proprietaria dello stabilimento di morte.
E oggi il tribunale di Bhopal ha emesso il suo verdetto per questa lunga battaglia in aula. Sono stati condannate 8 persone – tutti indiani e dipendente della Union Carbide - ritenute responsabili di tale disastro, ma le loro pene – 2 anni di carcere, già «scaduti» con la condizione, e 100 mila rupie (2.200 dollari) - hanno fatto infuriare le vittime e gli attivisti per i diritti di quanti soffrirono questo fatto tragico.
«Siamo molto scontenti perché il governo ha manipolato le agenzia investigative per arrivare ad una punizione blanda per chi è stato accusato della più grande tragedia dell’umanità in campo industriale» ha commentato Sadana Pradhan, uno degli attivisti indiani. «Continueremo la nostra lotta fino alla fine della nostra vita, fino a quando ogni vittima avrà giustizia».
«Faremo appello contro questo verdetto» ha spiegato Balkrishan Namdev, uno dei sopravvissuti, parlando all’agenzia Ucan. «Comunque, abbiamo ricevuto conforto dal fatto che il tribunale ha riconosciuto colpevoli qualcuno per quanto successo 25 anni fa».
Le vittime di Bhopal hanno inscenato un sit in di protesta davanti al tribunale cittadino.
Di Bhopal si è occupato un celebre scrittore e giornalista francese, Dominique Lapierre, autore di «Mezzanotte e cinque a Bhopal» (Mondadori)
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