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La notizia dell'uccisione del vescovo Padovese è arrivata alla Conferenza ecumenica di Edinburgo proprio mentre si stava riflettendo su che cosa significhi essere missionari in mezzo ai fedeli di altre religioni. Siamo noi di MissiOnLine a raccontare che cosa è successo in Turchia al pastore norvegese Olav Fykse Tveit, il segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (l'organismo che raggruppo oltre 300 Chiese cristiane di tutto il mondo), Tveit ci risponde esprimendo la sua vicinanza alla Chiesa cattolica in questo momento
"Esprimo tutta la mia partecipazione al dolore della Chiesa cattolica, colpita in questo momento da questa notizia così shockante - commenta-. Non conosco bene le circostanze di questa morte, ma ogni essere umano ucciso è una ferita che rinnova la Passione di Cristo. E voglio qui rinnovare la mia stima e la mia ammirazione per chiunque lavora per la Chiesa anche in situazioni difficili che possono comportare dei rischi". Ma questa morte - gli chiediamo - che cosa dice rispetto alla sfida di una presenza cristiana in un Paese musulmano come la Turchia?
"Penso che in questo momento - risponde il pastore Tveit - sia importante per tutti riflettere su come vivere insieme da fratelli, indipendentemente dal fatto che siamo cristiani o musulmani. Siamo chiamati a vivere in pace e a rendere testimonianza del fatto che è possibile. Non so se questa morte sia da attribuire a qualche tensione specifica. Ma come Consiglio siamo fermamente convinti che i cristiani sono chiamati a dare testimonianza della propria fede là dove sono. E siamo sicuri che questo è anche lo stile della Chiesa cattolica".
Oggi a Edinburgo è stato il giorno dell'intervento della professoressa Dana Robert, dell'Università di Boston, una delle maggiori esperte mondiali della storia della missione. Anche a lei chiediamo che cosa rappresenti questo ritorno del tema del martirio nell'oggi della missione. E questa laica metodista che conosce molto bene l'Africa ci sorprende citando l'esempio e la spiritualità di Annalena Tonelli, la missionaria italiana morta in Somalia qualche anno fa, a cui lei ha dedicato un capitolo nel suo ultimo libro Christian Mission. How christianity became a world religion.
"La tragedia di oggi - spiega la professoressa Robeert - è che il martirio sembra proprio ritornare a crescere, perché molti posti dove sono presenti i missionari e i leader cristiani oggi hanno una popolazione mista: vi abitano genti che professano fedi e visioni del mondo differenti. E poi con i moderni mezzi di comunicazione qualcosa che succede in un determinato posto rimbalza immediatamente dall'altra parte del mondo. A volte capita che il martirio non accada nemmeno per fatti o situazioni legate a una situazione locale, ma perché qualcuno si lascia influenzare da qualcosa che ha letto o ascolto, ma che in realtà è accaduto molto lontano. Penso all'esperienza di Annalena Tonelli. La sua morte in Somalia fu
proprio un simbolo di come queste tensioni globali possono portare ad
alzare la mano della violenza anche in mezzo alla gente che serviva. E
questo nonostante il fatto che fosse amata da tante persone in Somalia. Il martirio - aggiunge - sta diventando una caratteristica della missione dell'era della globalizzazione. Ma anche per questo l'unità dei cristiani in missione è così importante: dobbiamo assolutamente imparare a testimoniare insieme Gesù Cristo in questo XXI secolo".
In che modo questo può aiutare? - le chiediamo. "Dobbiamo aiutarci a vicenda - risponde - a vivere anche questa esperienza nel modo in cui ci ha insegnato Gesù, che nonostante fosse vittima dell'ingiustizia non ha opposto resistenza ai suoi persecutori. Il martirio ci chiede anche una spiritualità: siamo davvero disposti ad accettare questo volto della missione? Lungo la storia il martirio ha sempre ispirato i cristiani ad approfondire la propria fede, a rafforzarla. Il pericolo oggi è che possa trasformarsi in un'occasione di odio. Per questo dobbiamo concentrarci sulla formazione spirituale, aiutare a cogliere il cuore del messaggio cristiano e non coltivare noi stessi il rancore"
Chiude con un pensiero sulla Turchia, il luogo di questa nuova pagina di sangue per la missione. "La Turchia - ricorda - è stata la culla di tante nostre comunità cristiane e per questo la tenacia con cui questi fratelli cercano di tener viva là la nostra fede non può lasciarci indifferenti. Ma anche dentro la stessa Turchia è in corsa una lotta tra modi diversi di vedere l'islam. E poi c'è tutta la questione dell'adesione all'Europa. E' uno dei crocevia più importanti oggi per la globalizzazione".