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Per il 60 per cento vengono dal Sud del mondo, la metà sono donne e uno su cinque ha meno di trent'anni. E' la fotografia dei delegati che da ieri sera qui a Edinburgo prendono parte alla Conferenza ecumenica “Testimoni di Cristo oggi”, che commemora il centenario di quella storica del 1910, che vide proprio nella missione ad gentes il primo cantiere dell'ecumenismo.
Basta da solo queste colpo d'occhio per cogliere il cammino che - nonostante le ferite e le incomprensioni che tuttora dividono tra loro i cristiani - questi cento anni hanno visto compiere. Il Consiglio ecumenico delle Chiese, che insieme alla Church of Scotland ha promosso questo appuntamento che vede insieme trecento delegati da una sessantina di Paesi in rappresentanza di decine di confessioni cristiane, ha voluto scommettere realmente sui nuovi volti del cristianesimo globale. Nelle liturgie si cantano melodie vietnamite, boliviane o del Malawi, le cornamuse si incontrano con i tamburi africani, si ascolta il teologo luterano ma anche il predicatore di una Chiesa indipendente africana. E ogni tanto dal palco arriva l'invito a scambiare le proprie impressioni o compiere qualche gesto insieme al proprio vicino, in puro stile evangelical.
A differenza di cent'anni fa, quando c'erano solo anglicani protestanti, a Edinburgo questa volta ci sono anche i cattolici: sono una ventina, guidati dal segretario del Pontificio Consiglio per l'unità dei cristiani, il vescovo Brian Farrell. A portare il loro saluto nel saluto di apertura di ieri sera è stato il cardinale Keith O'Brien, l'arcivescovo di Edinburgo, che ha espresso la sua gioia per questo evento. “Nel mio ministero ho avuto il privilegio di visitare tante giovani Chiese e di vedere i frutti che lo Spirito ha suscitato - ha detto -. Ora li ritrovo qui. E mi ricordano le sfide che ci attendono anche nei nostri Paesi, così bisognose oggi di ritrovare quel Vangelo che predica l'amore di Dio e l'amore del prossimo”. Non a caso in queste ore alla Conferenza di Edinburgo si è pregato per la Gran Bretagna, scossa dall'eccidio di Cumbria, costato la vita ieri a dodici persone.
E' un mondo che prega e riflette insieme sulla missione a ogni latitudine quello riunito in queste ore all'Università di Edinburgo. Per elaborare che cosa? E' toccato al segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese, il pastore norvegese Olav Fykse Tveit, delineare alcuni obiettivi. “Nel vangelo di Giovanni l'invito di Gesù a essere una sola cosa - ha spiegato - viene subito prima del racconto della Passione, Morte e Resurrezione. Questo significa che se vogliamo essere testimoni di Cristo dobbiamo prima di tutto essere missionari della sua croce. Significa che se vogliamo essere una cosa sola in Cristo, dobbiamo essere un movimento ecumenico che nasce dalla croce. Nessuno ha bisogno di movimenti trionfalistici. Il mondo ha bisogno di discepoli fedeli a Cristo, che portano sempre la croce con amore e solidarietà verso il mondo per il quale Cristo ha dato la sua vita”.
Unità e missione non significa che non possano esistere sensibilità diverse. “Spero che in questi giorni - sottolineava stamattina Geoff Tunnicliffe, della World Evangelical Alliance – non perderemo di vista il fatto che stiamo celebrando il centenario di una conferenza missionaria. Il tema è Testimoniare Cristo oggi. Non siamo qui a parlare di un'agenda vagamente teistica o umanista, ma stiamo portando testimonianza a Cristo,la seconda persona della Trinità”.
“E' importante mantenere aperta una sana dialettica e una tensione creativa tra le varie dimensioni della nostra chiamata - ha detto invece il pastore Tveit -. Testimoniare Cristo è sia predicare il Vangelo sia essere profetici nel chiedere che si compia la volontà di Cristo per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. La missione cristiana è chiamata a offrire riconciliazione all'umanità - riconciliazione con Dio, con i fratelli e con il creato - in una vita che abbia la qualità della vita eterna. Le Chiese devono essere testimoni di speranza in tempi di ingiustizia, di crisi finanziarie, di violenza e tensioni tra uomini di fede e di minacce ambientali”.
Tveit non ha nemmeno nascosto le difficoltà. “Abbiamo imparato tutti molto - ha spiegato - sui legami tra la missione e il colonialismo, sulle vergognose lotte di potere e sulla necessità di rinnovare la nostra risposta al Vangelo dentro quelle che siamo soliti chiamare culture cristiane. Continuiamo a imparare la dura lezione sulla sensibilità rispetto alla missione dell'altro. Non possiamo fare a meno di riflettere e affrontare queste tensioni che nascono anche quando siamo guidati dalle migliori intenzioni. Come non possiamo ignorare che la missione è una questione calda nei nostri rapporti con la gente che professa altre religioni”.
Sono le sfide aperte che il cantiere di Edinburgo sta provando a enucleare. Con un'idea di fondo che ritorna: ciò che la missione oggi ha bisogno di recuperare è uno sguardo prospettico, una capacità di guardare lontano. “Oggi noi cattolici nel nostro calendario ricordiamo la festa dei martiri ugandesi - ha appena detto nel suo breve intervento mons. Farrell -. Erano cattolici e anglicani e sono morti insieme. In qualche modo ci hanno aperto la strada”.