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Nonostante le numerose ombre, gli otto anni di governo di Alvaro Uribe lasciano anche eredità positive.
Nel 2002, anno della prima elezione di Uribe, il Paese era ostaggio dei movimenti guerriglieri (Farc, Eln) e paramilitari, l’economia era in stallo e le strade nazionali erano semideserte per la paura dei sequestri. Oggi, invece, le Farc sono fortemente debilitate, buona parte del paramilitarismo è stata messa sotto controllo, l’economia (almeno per quanto riguarda i dati macroeconomici) è cresciuta a ritmi consistenti e la gente ha ricominciato a muoversi via terra sul territorio nazionale. Anche gli indici di criminalità sono notevolmente migliorati.
Senza dubbio sono stati commessi errori e abusi, ma a Uribe va riconosciuto il merito di aver rimesso il Paese nelle mani dello Stato e di essere riuscito a fare rinascere nella popolazione la fiducia nelle istituzioni. Attraverso una sapiente promozione della «marca-Paese», è riuscito anche a cambiare l’immagine internazionale della Colombia.
Accanto all’ormai logoro cliché della nazione pericolosa, prigioniera del narcotraffico e della violenza politica, si è posizionata anche l’immagine di una Colombia bella, solare, creativa, dinamica. «Il rischio è che tu ci voglia rimanere», dice un celebre slogan del ministero del Turismo. Tutto ciò si è tradotto da un lato in una crescita consistente del turismo e degli investimenti stranieri, e dall’altro in un’impennata del morale dei colombiani.