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Colombia, Santos e Mockus al ballottaggio
Il delfino di Uribe vince il primo round, sconfiggendo il leader dei Verdi. Il 20 giugno si va al ballottaggio.

Si è svolto ieri in Colombia il primo turno delle elezioni presidenziali che segneranno la fine dell’era Uribe. L'ex ministro della Difesa e delfino del presidente uscente Alvaro Uribe, Juan-Manuel Santos, è il grande vincitore del primo turno. Ma il 46,6% delle preferenze ottenuto alle elezioni di ieri non gli è sufficiente per evitare il ballottaggio con il suo principale sfidante, l’esponente dei verdi Antanas Mockus, che ha ricevuto il 21,5% dei consensi.
Il secondo turno è in programma il prossimo 20 giugno. Santos, candidato del Partito sociale di unione nazionale, ha ottenuto 6,7 milioni di preferenze, contro i 3,1 milioni di Antanas Mockus, candidato del Partito Verde. German Vargas Lleras, di Cambio Radicale, membro della coalizione che ha portato Alvaro Uribe al potere, è arrivato in terza posizione con il 10% delle preferenze, seguito da Gustavo Petro, il candidato della sinistra (Polo democratico alternativo) con il 9% dei voti.

Proponiamo l'analisi di Alba Rocio Baez, scritta alla vigilia del voto.

Due - secondo i sondaggi - gli aspiranti più quotati per la vittoria: Juan Manuel Santos (Partido Social de Unidad Nacional), ex ministro della Difesa ed erede diretto di Uribe e Antanas Mockus (Partido Verde), filosofo, già due volte sindaco di Bogotá, molto apprezzato per il suo rigore etico. Ma in corsa per la presidenza ci sono anche Noemí Sanín (Partido conservador), ex ambasciatrice nel Regno Unito e Gustavo Petro (Polo Democrático Alternativo), senatore e figura di spicco dell’opposizione di sinistra.

Al di là di chi uscirà vincitore dalle urne, la domanda è quale eredità lascia dietro di sé Alvaro Uribe.

Il suo secondo mandato presidenziale (2006-2010) si chiude con un’immagine segnata da numerosi scandali. L’ultimo, ancora materia d’indagine, riguarda la preparazione del referendum - poi bloccato dalla Corte Costituzionale - per cambiare la Costituzione e permettere al presidente di essere rieletto per una seconda volta. Alti funzionari del governo sono indagati per falsificazione di firme e frode. Già la prima rielezione era stata macchiata da scandali di compravendita di voti e prebende a parlamentari per ottenerne l’appoggio, come nel caso dell’ex rappresentante alla Camera e ora detenuta Yidis Medina.

Altro fatto deplorevole sono i 107 parlamentari ed ex parlamentari e i 500 dirigenti politici locali, in gran maggioranza appartenenti alla coalizione di governo, messi sotto accusa dalla Corte Suprema di Giustizia e dalla Procura per legami con i paramilitari. Anche un cugino di secondo grado del presidente, il senatore Mario Uribe, è stato detenuto per provate collusioni con queste forze. Con la Ley de Justicia y Paz, creata dal governo per cercare la pacificazione del Paese, i leader dei gruppi paramilitari - spesso ricchi latifondisti e industriali - hanno ottenuto sfacciati sconti di pena dopo aver confessato le atrocità commesse. Alcuni riconoscono al presidente di aver fatto venire a galla il marcio, ma altri, come Human Rights Watch, assicurano che ci sarebbe ancora molto da chiarire e che i paramilitari di basso rango si stanno riarmando.

Sono stati rilevanti, inoltre, gli scontri tra Uribe con la Corte Suprema di Giustizia. Il presidente ha denunciato l’esistenza di una persecuzione contro di lui, i suoi famigliari e i suoi parlamentari. Sono venuti a galla anche scandali come quello delle intercettazioni telefoniche da parte del Das - (Departamento Administrativo de Seguridad), la principale agenzia di intelligence, che secondo la costituzione dipende direttamente dal presidente -, nei confronti di magistrati della Corte Suprema, parlamentari d’opposizione, giornalisti, per scovare legami con gruppi sovversivi - guerriglia - complotti contro di lui o qualsiasi altro delitto utile a incriminare i suoi oppositori.

Un altro fatto increscioso sono i «falsi positivi» - come vengono chiamate le esecuzioni extragiudiziarie - messe in atto da 25 anni dall’esercito e dalle agenzie di intelligence (1708 vittime nel Paese). Nel settembre 2008 un gruppo di militari ha assassinato 12 giovani di umile condizione di Soacha (un sobborgo di Bogotá) dopo averli contattati col pretesto di inserirli nel mondo del lavoro in un’altra città. I loro corpi senza vita sono ricomparsi alcuni giorni dopo, catalogati come guerriglieri delle Farc, le Forze armate rivoluzionarie della Colombia. Secondo l’opposizione, vari analisti e operatori dei diritti umani, questi episodi sono la conseguenza della politica di «sicurezza democratica», principale bandiera del governo Uribe, che gode di molta simpatia in buona parte della popolazione, e la cui funzione è modernizzare l’esercito per porre fine alle guerriglie, al paramilitarismo e alla loro fonte di potere economico, il narcotraffico.

Per sfortuna del Paese questi gruppi hanno anche utilizzato il sequestro per incrementare le loro finanze. Le Farc hanno messo in atto le più raccapriccianti azioni di sequestro ai danni di civili, rappresentanti delle istituzioni e militari con obiettivi politici ed estorsivi, conducendo il Paese a una crisi umanitaria ed economica.
Sono questi precedenti a far sì che la popolazione continui ad avere paura e preferisca governi radicali. La battaglia mediatica del presidente Uribe e di tutto il governo contro il «terrorismo» delle Farc - a cui viene imputata ogni cosa -, finisce per polarizzare l’opinione pubblica: da una parte il fanatismo uribista, dall’altra l’antiuribismo aggressivo.

La conseguenza di tutto questo sono le cattive relazioni diplomatiche con i Paesi vicini - Venezuela ed Ecuador - e in generale col resto del Sud America. L’opposizione ha denunciato anche l’arricchimento dei due figli del presidente, Tomás e Jerónimo, a seguito di speculazioni fondiarie sulla zona franca di Cartagena de Indias. E questo mentre metà della popolazione delle classi medio basse è povera e un quinto vive nell’indigenza. A ciò si sommano un tasso di disoccupazione del 15 per cento, un debito internazionale da 36 miliardi di dollari e uno interno di 105, che obbligano a decretare l’emergenza sociale.

Non è dunque così roseo nemmeno il panorama economico: molti piccoli e medi imprenditori agricoli e industriali sono falliti in questi otto anni. Da qui anche le critiche ai trattati di libero commercio con Stati Uniti, Canada e Unione Europea, su cui Uribe è accusato di aver fatto troppe concessioni.

 

Clicca qui se vuoi leggere un altro approfondimento sull'eredità di Uribe, a firma di Alessandro Armato.

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