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Molti Paesi celebrano nel 2010 il bicentenario dell’indipendenza dalla Spagna. Al di là delle tentazioni scioviniste o di rivisitazioni strumentali, un’occasione importante per riflettere sulla storia e guardare al futuro

Diversi Paesi dell'America Latina festeggiano quest'anno il bicentenario dell'inizio del processo di indipendenza dalla Spagna. Per l'occasione i rispettivi governi (in Venezuela, Argentina, Messico, Colombia, Cile) hanno creato appositi comitati, per programmare una fitta serie di iniziative. Per l'America Latina il bicentenario è senza dubbio un'opportunità preziosa per affrontare i nodi irrisolti della propria storia - primi fra tutti democratizzazione, sviluppo e integrazione - e porre le basi per costruire un futuro più giusto e solidale. Ma dietro l'angolo c'è il rischio di ridurre la commemorazione a un semplice esercizio di retorica o, peggio ancora, a un pretesto per celebrare ideologie del presente, come il socialismo bolivariano, o per rispolverare vecchi miti ormai sfatati dalla storiografia, come la leggenda nera anticattolica e antispagnola.
Le celebrazioni ufficiali sono cominciate il 19 aprile scorso in Venezuela con una grande parata civico-militare tenutasi sul Paseo de los Proceres di Caracas. Per quattro ore sono sfilati 12 mila tra membri di movimenti sociali venezuelani, gruppi folcloristici, indigeni, operai di Pdvsa (la compagnia petrolifera nazionale), milizie contadine e soprattutto soldati dell'esercito venezuelano. Erano presenti delegazioni di Paesi come Bielorussia, Libia, Algeria, Argentina, Bolivia, Ecuador e Nicaragua e non è mancato lo sfoggio dell'arsenale bellico che il Venezuela ha accumulato negli ultimi anni: carri armati russi, aerei cinesi K-8, batterie antimissile... Sul palco d'onore, assieme a Hugo Chávez, c'erano i suoi principali alleati politici: il presidente cubano Raúl Castro, la presidentessa argentina Cristina Fernández de Kirchner, il boliviano Evo Morales e quello ecuadoriano Rafael Correa.
La manifestazione ha dimostrato quanto il rischio di una strumentalizzazione politica del bicentenario sia concreto. Ancora una volta Chávez si è proposto come il nuovo Bolívar e ha individuato nel Venezuela - terra di nascita sua e del Libertador - la culla di una rivoluzione socialista e bolivariana da diffondere in tutta l'America Latina, in antitesi al modello neoliberale e all'imperialismo statunitense. Tuttavia tra il progetto chavista e quello del Libertador esistono differenze sostanziali (vedi MM novembre 2008, pp. 42-44) che rendono l'appropriazione del bicentenario da parte del presidente venezuelano una forzatura storica.

C'È POI il fatto che, come ha sottolineato la Conferenza episcopale venezuelana (Cev) in una lettera pastorale diffusa lo scorso gennaio, il «progetto del socialismo del XXI secolo dista molto da ciò che il popolo venezuelano desidera e reclama». Nessuna autentica democratizzazione può venire da un processo politico che per «includere» un settore della popolazione finisce per escluderne un altro. Uno sviluppo solido non può fondarsi sullo spreco, la corruzione, l'inefficienza e l'insicurezza che dilagano oggi in Venezuela. Nessuna integrazione politica seria e duratura può nascere da una politica estera fondata sulla demonizzazione di quei governi che rappresentano modelli economici e culturali differenti. La rivoluzione bolivariana ha finalità indiscutibilmente nobili - la giustizia sociale, la rivalutazione dell'elemento autoctono, l'integrazione politica dell'America Latina - ma è palese che il metodo utilizzato per perseguirle non è adeguato.
Anche il rischio della retorica fine a se stessa è molto concreto nelle celebrazioni del bicentenario. Secondo Guzmán Carriquiry Le¬cour, uruguayano, sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici della Santa Sede, nonché autore di numerosi saggi e pubblicazioni sulla storia e la realtà dell'America Latina, «le celebrazioni del bicentenario sono di grande attualità nei Paesi latinoamericani, ma rischiano di essere motivo di distrazione per le corporazioni politiche e accademiche, con i popoli messi da parte o nel ruolo di mere comparse».
Per contrastare questo rischio -sottolinea - è «importante recuperare la verità storica su quel periodo cruciale, superando le difformità ideologiche, le mitologie convenzionali e protocollari e il revival della leggenda nera. Serve una ricapitolazione e un giudizio sintetico per affrontare tutte le questioni e le sfide che l'indipendenza non ha saputo né potuto affrontare e che si trascinano sino al nostro presente».
Sul piano storico, Carri¬quiry si ritrova nel giudizio complessivo sul movimento indipendentista dato da Simón Bolívar nel gennaio del 1830: «Mi vergogno a dirlo: l'indipendenza è l'unico bene che abbiamo ottenuto, a spese di tutto il resto». Para¬frasando ciò che ripeteva spesso un grande storico e teologo uruguayano da poco scomparso, Alberto Methol Ferré, a ben vedere l'indipendenza è stata un fallimento dei libertadores. La vera e seconda indipendenza verrà solo con la democratizzazione, l'industrializzazione e l'integrazione dell'America Latina. I costi della prima e parziale indipendenza, secondo Guzmán Carri¬quiry «sono stati la devastazione economica, la sostituzione del dominio coloniale spagnolo con l'egemonia neo-coloniale dell'Impero britannico, il deterioramento brutale della condizione degli indigeni, la "balcanizzazione" di una ventina di Stati, disuniti e privi di comunicazione tra loro, sotto forma di "polis oligarchiche", un'alta densità di violenze e guerre intestine, la breccia crescente tra le élite dirigenti di stampo razionalista e secolarizzatore e le masse popolari di stampo cattolico-barocco. Aver ottenuto l'unico bene dell'indipendenza a spese di tutto il resto vuol dire, nei fatti, non avere saputo né potuto creare le condizioni per un'autentica indipendenza».
«Lo diceva già José Martí all'alba del XX secolo - continua -. "Ciò che Bolívar non fece è ancora da fare in America". Democrazia, sviluppo e integrazione sono grandi compiti storici che richiedono nuove gesta patriottiche latinoamericane. Non si può evitare un'opera di educazione delle persone e dei popoli, che sia capace di ricapitolare e far fruttificare la loro tradizione, dispiegando le migliori risorse di umanità. Oggi siamo in tempi propizi per costruire su solide basi una "seconda indipendenza", nella rete di inter-dipendenze della globalizzazione e dei nuovi scenari mondiali emergenti, a condizioni di saper definire e perseguire i nostri comuni interessi e ideali».

QUELLO dell'integrazione è un nodo cruciale. Scomodando ancora Methol Ferré: «Il tratto comune della nostra indipendenza in Sud America, in quel processo che va dal 1810 al 1830, è che tutti hanno dovuto ricevere qualcosa da altri per raggiungere il potere di essere indipendenti». È solo compiendo il grande salto dell'integrazione e della costruzione di un grande Stato-continente realmente democratico - cosa che lentamente e tra mille difficoltà sta av¬venendo, prima col Mercosur, oggi con l'Unión de naciones suramericanas (Unasur) - che l'Ame¬rica Latina potrà completare effettivamente la sua indipendenza.
Il tema del bicentenario, tanto nell'accezione continentale come nelle declinazioni nazionali, è molto sentito anche dalla Chiesa. In Messico, dove quest'anno si celebrano anche i 100 anni della Ri¬voluzione messicana, la Chiesa ha creato un apposito Comité para los Festejos de los Centenarios e ha promosso iniziative di studio e riflessione, come le giornate accademiche Chiesa-Indipendenza. In quella sede, l'arcivescovo di Gua¬dalajara, cardinale Juan San¬doval Íñiguez, ha auspicato «che in queste date del bicentenario dell'inizio dell'indipendenza e del centenario dell'inizio della Rivoluzione, si compiano ricerche e venga alla luce la verità su fatti e persone... affinché emerga la vera storia del nostro popolo, con le sue luci e ombre e affinché, sulla base della verità, tutti collaborino alla costruzione della riconciliazione». Anche l'arcivescovo di Mo¬relia, monsignor Alberto Suárez Inda, presidente del Comité, ha sottolineato che «la Chiesa in Messico deve essere ispiratrice di riflessione profonda e saggia rispetto alla storia patria... che ci aiuti a recuperare, a portare a galla le profonde radici cattoliche della nostra identità nazionale, riscattare gli ideali e i valori che ispirarono i nostri antenati». In Argentina invece il cardinale José Maria Bergoglio ha preso spunto dal bicentenario dell'indipendenza per lanciare un forte appello alla solidarietà sociale. Lo scorso 8 maggio, durante un'omelia presso il santuario mariano di Lujan, ha ricordato che la Vergine protegge tutti «cominciando dai più poveri» e ha richiamato il popolo argentino a costruire una patria fraterna e solidale. «A Lujan - ha detto - c'è un segno per la nostra Patria: tutti hanno un posto, tutti condividono la speranza e tutti sono riconosciuti figli».

 

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