Credere che le donne del Progetto siano il soggetto della loro trasformazione è uno sforzo che in me è stato messo alla prova più volte. Pensare, verificare e decidere insieme è un processo che richiede tempo, pazienza e fede. Sì, una fede che continuamente esige di essere rinnovata, soprattutto davanti alla totale mancanza di iniziativa, alla fretta, alla passività... In fabbrica, Frankia era la terza responsabile che cambiavamo: eletta a maggioranza, cominciava a dare i primi sintomi del virus «qui comando io» e tra le donne si percepiva una certa stanchezza, qualcuna cominciava perfino a non presentarsi al lavoro. Mantenere lo stile partecipativo non è facile e, come le responsabili precedenti, anche Frankia, che con la sua simpatia aveva conquistato tutte, stava scivolando nel sistema gerarchico. Ancora una volta, aspettare che il processo di cambiamento venisse dal basso, cioè dalle stesse donne, mi costava una capacità di silenzio e di attesa che chiedevo costantemente a Gesù, Lui che nell'ultima cena aveva inaugurato uno stile così differente da quello del mondo, che domina, opprime ed esclude. Ogni volta che entravo nella fabbrica, vedendo il malcotento, mi dicevo: «Silvia, prendi in mano la situazione!». Ma quel «tra voi, però, non sia così» di Gesù mi tratteneva. Questa volta il rischio di perdere tutti i membri del Progetto si faceva sentire, e nessuna dava segno di iniziativa. Frankia, come tutti quelli del popolo che poi diventano un po' tiranni, un bel giorno se ne va, sfogando in un biglietto tutta la sua rabbia per il fallimento. È l'ora X: senza responsabile di sala, il gruppo di donne è come un branco di pecore senza pastore. Mi ritiro, lasciando la fabbrica nelle loro mani. Due giorni dopo, trovo Maria, la più timida e fraterna, che stava organizzando il lavoro. In quel momento ho saputo che il progetto sarebbe continuato anche senza le suore.