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Il Costa Rica gode di un'immagine invidiabile: mare, sole, belle spiagge, vegetazione lussureggiante, gente allegra e accogliente. Non di rado anche sui giornali nostrani capita di veder reclamizzate spiagge da sogno con ville a prezzi allettanti. Alle bellezze naturali il Costa Rica abbina particolarità sociali e politiche: dal 1949 il governo ha scelto di abolire l'esercito - oggi esiste solo un corpo di polizia per mantenere l'ordine pubblico - e di investire in educazione buona parte del risparmio sulle spese militari. Se a tutto ciò aggiungiamo una certa stabilità politica, indici di criminalità molto al di sotto della media latinoamericana e un alto grado di attenzione alle problematiche ambientali, non c'è da stupirsi se nell'immaginario collettivo il Paese appaia come qualcosa di molto vicino al paradiso terrestre. Un'isola felice in una regione, quella centroamericana, dove criminalità, ingiustizie sociali, conflitti, tensioni politiche e oltraggi all'ambiente sembrano avere un peso nettamente maggiore.
Del resto il Paese piace sia ai costaricani che agli stranieri: è in testa a diverse classifiche internazionali sul benessere, e, assieme a Panama, sta diventando una delle mete preferite dei pensionati statunitensi. Tempo fa, il New York Times ha pubblicato un articolo in cui il Costa Rica appariva come uno dei pochissimi Paesi in cui l'immigrazione dagli Stati Uniti è più alta dell'emigrazione verso gli Usa. Tutto ciò si spiega con l'incremento del turismo e il boom del settore immobiliare, che hanno preso sempre più piede grazie al moltiplicarsi, nell'ultimo decennio, dei voli low cost tra gli Usa e l'intera regione dei Carabi.
Ma il Costa Rica è davvero il paradiso che crediamo? Tra l'immagine patinata del Paese e la realtà c'è, ovviamente, una bella distanza. Ma anche voler a tutti i costi distruggere il mito del Costa Rica, magari per ragioni ideologiche, sarebbe una forzatura. La realtà, nella sua complessità, sfugge sempre alle semplificazioni. Nel modello Costa Rica ci sono aspetti indubbiamente positivi, così come problemi da non sottovalutare.
Partiamo dagli aspetti positivi. La cura dell'ambiente è il fiore all'occhiello del Paese. Il Costa Rica è stato il primo tra i Paesi in via di sviluppo a ridurre le emissioni di carbonio al di sotto del livello programmato per il 2021, e ciò è stato fatto in gran parte grazie a una semina massiccia di alberi. Attualmente, oltre la metà della superficie del Paese è coperta da alberi, contro il 20 per cento degli anni Ottanta. In una classifica statunitense pubblicata recentemente da esperti di Yale e della Columbia University, il Costa Rica è risultato al terzo posto su 163 Paesi per cura dell'ambiente, dietro solo a Islanda e Svizzera (solo due anni fa era al quinto posto). Altri elementi che depongono a favore del Costa Rica sono la longevità e la «felicità» della popolazione. L'aspettativa media di vita si aggira intorno ai 78,5 anni e secondo l'ultima edizione dell'indice Planeta Feliz, compilato dalla Fundación Nueva Economia, il Costa Rica appare al primo posto nel mondo per felicità dei suoi abitanti (se intendiamo con questa parola la percezione positiva della propria qualità di vita). Lo stesso indice stabilisce una relazione diretta tra qualità dell'ambiente, aspettativa di vita e felicità.
Posto che queste classifiche e le conclusioni che se ne deducono vanno prese con le pinze - anche la Colombia è costantemente ai primi posti al mondo per la felicità dei suoi abitanti, pur non essendo certo un Paese modello sul piano della sicurezza e delle politiche ambientali - si tratta di dati su cui è opportuno riflettere. E sarebbe interessante capire, soprattutto, se sia possibile mettere in relazione i successi del Costa Rica col fatto che nel Paese non esista l'esercito.
Anche secondo l'indice Legatum di prosperità 2009, che monitorizza 104 Paesi del mondo sulla base di una definizione di prosperità che combina crescita economica con felicità, educazione, salute, qualità di vita, il Costa Rica appare un Paese vincente. Figura al posto numero 32 al mondo, in vetta al gruppo dei Paesi dell'America Latina, seguito da Uruguay (33) e Cile (36); fanalini di coda Ecuador (71), Bolivia (73) e Venezuela (74). Ma anche in questo caso la classifica è da accogliere con cautela perché il Legatum Insitute è un'organizzazione privata con base a Londra che vuole dimostrare una tesi ben precisa, e cioè che l'economia di mercato - abbracciata con decisione dal Costa Rica, tanto che nel 2007 un referendum ha sancito l'approvazione del Trattato di libero commercio (Tlc) con gli Usa - le istituzioni democratiche e la libertà personale generano benessere e felicità.
Un altro aspetto positivo del Costa Rica è il suo sistema giudiziario, considerato uno dei più trasparenti ed efficienti dell'America Latina. Il Costa Rica è anche uno dei Paesi latinoamericani con la più bassa percezione di corruzione. Secondo il Corruption Perceptions Index (Cpi) 2009 dell'organizzazione Transparency international, il Paese si trova al posto 43 su 180, preceduto in ambito latinoamericano solo da Cile e Uruguay (pari merito al posto 25) e da qualche isoletta caraibica.
Ma - come detto - non è tutto oro quello che luccica. Sono i vescovi costaricani, in un messaggio diramato in vista delle elezioni presidenziali, - vinte lo scorso 7 febbraio da Laura Chinchilla, candidata del Partido liberación nacional, lo stesso dell'ex presidente Oscar Arias - a ricordarci i numerosi e crescenti aspetti problematici del Paese. «Sono molti - scrivono - i problemi che preoccupano attualmente il nostro popolo: le grandi differenze regionali, l'insicurezza cittadina e la violenza sociale, la mancanza di rispetto per la vita umana, la povertà persistente, l'instabilità del nucleo familiare, la breccia nell'educazione, la disuguaglianza economica, la disoccupazione, la corruzione, il narcotraffico, i danni all'ambiente, la debolezza e l'insufficienza di alcune istituzioni dello Stato, l'instabilità giuridica, il disordine morale e il relativismo etico».
Con Oscar Arias e ora con Laura Chinchilla il Paese è sul sentiero del neoliberismo (che significa apertura dei commerci, privatizzazione di aziende statali, aumento delle misure di sicurezza per controllare l'aumento della criminalità e la violenza sociale) e si è inserito nelle dinamiche della globalizzazione. Tutto ciò ha portato dei benefici - attrazione di capitale internazionale, appoggio politico statunitense, dinamismo economico - ma, come è accaduto anche in altre parti del mondo, in una certa misura ha rotto gli equilibri del Paese, perché quello neoliberale è un modello che produce disuguaglianza.
anche se gli indici di criminalità del Costa Rica sono di gran lunga inferiori rispetto alla media dei Paesi latinoamericani, oggi non possiamo più definirlo tranquillo. È dall'inizio degli anni Novanta che la criminalità cresce in continuazione. Se nel 1992 il tasso di omicidi era di 4,4 su centomila abitanti, nel 2009 siamo arrivati all'11,1. E un aumento simile è accaduto per quanto riguarda i furti e altre modalità di delitti.
Ciò dimostra che il Paese non è un'isola felice, ma che è inserito nelle dinamiche globali. Dalla metà degli anni Novanta a oggi, infatti, il tasso di omicidi è aumentato in tutti i Paesi con reddito pro capite medio (tra 1.000 e 12 mila dollari annui - e questo è il caso della maggior parte dei Paesi latinoamericani, incluso il Costa Rica) o basso (sotto i 1.000 dollari), mentre è diminuito solo nei Paesi con un alto reddito pro capite (oltre 12 mila dollari annui).
Secondo i dati della Banca Mondiale, i Paesi ad alto reddito pro capite hanno un tasso di omicidi inferiore a 7 su 100 mila abitanti; ad avere tassi oltre questa soglia sono i Paesi con entrate pro capite medie o basse. E il Costa Rica, col suo 11,1, non fa eccezione, benché sia molto lontano dai tassi superiori al 30 di Belize, Brasile, Colombia, El Salvador, Guatemala, Haiti, Honduras, Giamaica e Venezuela.
Il buon sistema giudiziario del Costa Rica aiuta, tuttavia, a controllare il problema dell'aumento della violenza. A differenza di quanto accade in altri Paesi latinoamericani, dove l'impennata degli indici di criminalità non ha visto un adeguamento degli indici di detenzioni e condanne, in Costa Rica l'aumento della criminalità ha visto duplicare il tasso di persone catturate tra il 1992 e il 2009, con una percentuale di mancate condanne di solo il 20 per cento, molto bassa per la regione e per il mondo. Ma nonostante ciò la criminalità non diminuisce, anzi aumenta.
Collegato al problema dei redditi pro capite esiste poi il problema della disuguaglianza nella distribuzione dei redditi. L'America Latina, in particolare, è la regione con le maggiori disuguaglianze al mondo e la forbice è andata aumentando a partire dagli anni Ottanta. Anche in questo caso il Costa Rica non sfugge alla tendenza. Le disuguaglianze sono aumentate decisamente a partire dagli anni Novanta. Secondo dati dell'Instituto Nacional de Estadística y Censos (Inec), il tasso di povertà oggi è del 18,5 per cento (14,2 povertà non estrema; 4,2 povertà estrema) e quello di disoccupazione è del 7,8 per cento, mentre in precedenza le percentuali erano sensibilmente minori.
Certo qui si vive meglio che altrove, ma per chiamarlo «paradiso in terra» ancora ce ne vuole.