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01/05/2010 L’esodo dei giovani calciatori africani
Sogni di gloria
di Eyoum Nganguè
Migranti «speciali», i calciatori africani aspirano ai campionati europei. Ma tra speranze e sfruttamento non mancano le «fregature»

Sino agli inizi degli anni Novanta, ogni genitore africano sperava che suo figlio facesse buoni studi e ottenesse un posto stabile nell'amministrazione pubblica o in un'impresa privata. A partire dall'epoca delle indipendenze nel 1960, la scuola era vista come l'unica via di riscatto per migliaia di famiglie africane. A quel tempo, coloro che facevano musica o giocavano a calcio erano considerati dei fannulloni. Si sono visti genitori ferire con il rasoio la pianta dei piedi dei loro bambini perché non giocassero a calcio, passione che allontanava i bambini dai banchi di scuola. Il primo evento che ha introdotto un importante cambiamento di rotta è stata certamente la brillante prestazione di Roger Milla ai Mondiali italiani del 1990. Grazie a questo giocatore all'epoca già trentottenne, il Camerun accedeva ai quarti di finale, una prima assoluta per un'équipe africana. Roger Milla fu richiesto ovunque e decorato da molti capi di Stati africani.Qualche anno dopo, fu il giocatore liberiano George Weah a eccitare l'immaginario africano. Il suo trasferimento dal Paris Saint-Germain al Milan, valutato 45 milioni di franchi francesi nel 1995, fu convertito dai giornali locali in franchi Cfa. La somma - 4 miliardi 500 milioni - era astronomica e rappresentava molte vite di lavoro per un semplice funzionario. Tutto questo avveniva mentre - a cominciare dalla fine degli anni Ottanta - la crisi economica provocava un duro colpo sia al settore pubblico sia a quello privato, che non riuscivano più a offrire occupazione ai giovani. Intanto, con le imposizioni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario , anche i settori dell'istruzione o della sanità pubblica riducevano i loro effettivi e gli stipendi dei dipendenti. Nel 1994, la svalutazione del cinquanta per cento del franco Cfa ha raddoppiato automaticamente il valore dei redditi degli emigrati africani in Europa. Anche i rari giocatori africani che avevano stipendi «normali», diventarono matematicamente due volte più ricchi. Parallelamente in Europa si consolidava l'era del business del calcio; i giocatori ottenevano salari mirabolanti e cominciavano a finire sulle copertine delle riviste. A quel punto, chiaramente, la scuola cessava di essere il solo cammino virtuoso per riuscire a cavarsela. IL CALCIO DIVENTAVA così una vera speranza per giovani senza futuro nel loro Paese. Sotto l'effetto combinato dell'azione di ex calciatori africani, che dopo aver fatto fortuna in Europa si sono trasformati in agenti reclutatori, e delle prestazioni crescenti di giovani d'origine africana nei campionati europei, si sono create delle vere e proprie filiali di emigrazione.Inizialmente, questo avveniva tramite centri di formazione disseminati in Africa, che permettevano di individuare rapidamente i giovani talenti; in seguito, si sono moltiplicate in Europa le competizioni per ragazzini e cadetti provenienti da Africa o America Latina.A questo punto, padri e madri cominciano a comprare tutta l'attrezzatura necessaria per il loro ragazzo, lo accompagnano agli allenamenti, contattano essi stessi gli agenti o i sedicenti intermediari, realizzano video dei loro figli da mettere su internet. I ragazzi che non giocano a calcio vengono messi alla berlina dai loro stessi genitori. Del resto, c'è di che sognare! Basti pensare che il quotidiano Le Messager di Douala, in Camerun, lo scorso febbraio, ha pubblicato il salario di Samuel Eto'o, convertito in valuta locale . Si raggiunge la somma di 6 miliardi 836 milioni 858 mila 586 franchi Cfa (tre volte il bilancio annuale della Fe¬derazione camerunese di calcio). Ma accanto alle filiali ufficiali, molti giovani che non hanno potuto essere scelti tentano la fortuna da soli o si lasciano convincere da loschi passeur, che promettono loro l'Eldorado, ottengono denaro dei genitori versato a mo' di «investimento» (alcune migliaia di euro), sperando che la carriera del loro pupillo sia per loro vantaggiosa a breve scadenza.La conseguenza di tutto ciò è che, nel giro di pochi anni, i centri di formazione delle squadre europee, in particolare inglesi e francesi, si sono trovati inondati di giovani africani arrivati con vari mezzi. Le squadre non spendono più fortune per andare a cercare i giocatori in Africa. Questi arrivano da soli o quasi. In Italia, all'inizio degli anni Duemila, si contavano 4.809 giovani stranieri dai 6 ai 15 anni in attesa di regolarizzazione. Se si contano le centinaia di africani arrivati in Europa e le migliaia di altri che dall'Africa sperano di raggiungere il «paradiso», occorre arrendersi all'evidenza: ci sono molti che ci provano e pochissimi eletti. Tanti ragazzi non si adattano né al clima né ai ritmi di allenamento. Lontano dalle loro famiglie, sono persi in un mondo molto diverso dal punto di vista sociale e sul piano alimentare. Così giovani di talento arrivano a fallire i test nei grandi club. E rientrare al Paese dopo un simile fallimento sarebbe la vergogna assoluta. Si racconta di un giovane ivoriano diventato un clochard in Francia, che  avrebbe comprato al mercato delle pulci una maglietta del Paris Saint Germain; quindi ci ha fatto scrivere il suo nome dietro e l'ha inviata ai suoi genitori per dire che infine ce l'aveva fatta!In realtà, meno dell'un per cento ce la fa e riesce a essere reclutata nei club europei, arrivando ad avere uno stipendio. Ci sono poi coloro che iniziano un vero e proprio periplo di squadra in squadra attraverso l'Europa, sul modello di Boris Moussambani Ebodo della Guinea Equatoriale, finito in Francia, Germania, Austria, Cina e Israele, e che non ha mai veramente guadagnato delle fortune. C'è anche l'esempio del gabonese Poulangoye Landry, arrivato in Francia a 16 anni e passato per dieci club di seconda categoria in tre anni.Ma c'è anche di peggio, poiché appena il test non è positivo, il ragazzo viene abbandonato a se stesso dal suo pseudo-agente, dal passeur o dal centro di formazione. E si ritrova così in strada. A volte viene salvato dalla legislazione sui minori, che impedisce che venga espulso. Ma la maggior parte dei giovani si trova senza tetto e senza alcuna assistenza. I loro sogni di grandezza e di fortuna si trasformano in incubo e in clandestinità. Il che significa che, per sopravvivere, spesso finiscono per lasciarsi invischiare in vari traffici.Ora che il mercato europeo sembra saturo, i giovani africani e i loro agenti esplorano nuovi orizzonti: l'America Latina, e in particolare Paesi come la Colombia, il Perù e il Nicaragua, ma soprattutto la Turchia, la Malaysia, la Cina, il Vietnam o la Cambogia. È capitato che qualcuno, alla scadenza del breve visto di soggiorno, si sia ritrovato in prigione in Indonesia per immigrazione clandestina. D'altra parte, i contratti firmati in questi Paesi non garantiscono ai giocatori di guadagnarsi da vivere con il calcio e dunque hanno spesso un'occupazione integrativa.Ma la situazione peggiore è quella di migliaia di giovani africani che, sulla strada dell'esilio, rimangono bloccati in Paesi poco ospitali, come la Libia, dove sperano di giocare e sopravvivere nella clandestinità, aspettano di trovare l'occasione di finire in un Paese del Golfo o di essere reclutati in Europa. Nel frattempo, si trascinano in condizioni estremamente difficili.QUESTE PEREGRINAZIONI di giovani africani non hanno lasciato del tutto indifferenti. In Francia, associazioni di lotta contro la schiavitù moderna si sono dedicate alla questione, in particolare insorgendo contro il traffico di minori arrivati nel Paese e abbandonati dai loro cosiddetti agenti. Molti ex calciatori professionisti africani hanno anche deciso di lottare contro questo flagello. Così, l'associazione Africa to Diaspora raccoglie e orienta molti giovani delusi dal calcio che si trovano in difficoltà in Francia. L'a¬ss¬ociazione "Cultura calcio solidale"  ha, da parte sua, pubblicato nel 2007 un opuscolo d'accoglienza dei giovani calciatori africani in Francia, che ha l'obiettivo di evitare che la loro avventura si infranga sugli scogli. Sempre con un intento pedagogico, la stessa associazione ha organizzato nell'ottobre 2008 a Yaoundé, in Camerun, la seconda Conferenza internazionale del giovane calciatore africano, sul tema: «Calcio, emigrazione e protezione dei minori».Tali iniziative permettono di informare i giovani sugli eventuali pericoli che corrono sul cammino di una carriera gloriosa nel calcio europeo. Nel settore della prevenzione, sono state realizzate molte trasmissioni e pubblicate molte testimonianze nei media europei e africani su questi argomenti. Sono stati scritti anche dei libri, come quello, autobiografico, del camerunese Boris Ngouo, intitolato «Terreno minato: calcio, la fiera delle illusioni», uscito a fine 2004, dove l'autore racconta il reclutamento nel suo villaggio e la sua avventura attraverso la mafia di  agenti, allenatori e così via.Ma fornire informazioni ai giovani africani su un futuro deludente non basta, poiché sono le istanze del calcio africano, europeo e mondiale che devono combattere questo fenomeno in modo drastico. Leggi contro il traffico di minori esistono, ma sono in gioco tali interessi che la Caf, l'Uefa, la Fifa, i club e i diversi intermediari lasciano prosperare questo commercio odioso. D'altro canto, non si possono biasimare questi giovani, dal momento che gli Stati di cui sono originari non sembrano per nulla preoccupati dalla loro sorte. La loro assenza, tuttavia, ha come prima conseguenza l'abbassamento del livello qualitativo del calcio, con campionati nazionali abbandonati dagli spettatori e conseguente riduzione delle entrate per finanziare lo sport. In fin dei conti, però, il principale rimprovero va ai genitori, che lasciano partire figli preadolescenti, lasciandoli soli ad affrontare difficoltà inenarrabili,  allettati da promesse di soldi facili, che mettono in pericolo il futuro dei loro figli.
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