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Ci possono essere tanti modi per parlare del dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani. Ci si può concentrare sui testi sacri di ciascuno, per vagliare consonanze e differenze. Si può esaminare la storia, con le sue pagine che parlano di un incontro e quelle che raccontano lo scontro. Oppure si può provare a guardare insieme alle grandi sfide etiche del mondo di oggi, chiedendosi se lo sguardo verso l’Alto non possa suggerirci risposte almeno in parte comuni. Tutte strade ugualmente interessanti, percorse da tante realtà ed istituzioni. Ma ce n’è almeno anche un’altra del tutto inedita che sta partendo da una collina della Romagna. Una strada originale, perché prova a mettere tra loro in relazione i tre monoteismi a partire dal loro volto più affascinante. È infatti quella della bellezza la via proposta al dialogo nel Museo interreligioso di Bertinoro, uno dei primi in Italia dedicato specificamente al dialogo tra cristiani, ebrei e musulmani.
Si tratta di un museo molto giovane: è nato infatti nel 2005 in quelle che erano le segrete della Rocca vescovile di Bertinoro, storico borgo sulle colline del forlivese ad appena qualche manciata di chilometri dalle spiagge di Rimini e Cattolica. Ma soprattutto è un museo con alle spalle un’idea: quella per cui le identità in dialogo bisogna farle vedere. Dentro a ogni fede, infatti, c’è una bellezza da gustare. E non per un semplice motivo estetico, ma perché forse proprio questo tipo di esperienza può essere la chiave in grado di aprire la porta a quell’incontro tra le persone delle diverse religioni che tante volte sperimentiamo come difficile.
«Quella delle identità in dialogo era l’idea guida del senatore Leonardo Melandri, a cui si deve questo posto - racconta il direttore del Museo interreligioso di Bertinoro, Enrico Bertoni -. Nel quadro del decentramento dell’Università di Bologna, con la nascita delle nuovi sedi qui in Romagna, a Bertinoro era nato un Centro di alta formazione, proiettato anche verso la collaborazione tra atenei del Mediterraneo. In questo quadro Melandri ebbe l’intuizione di utilizzare una parte della Rocca vescovile, che risale al XII secolo, per dare vita a un luogo in cui aiutare tutti a riscoprire lo spirito autentico di ciascuna delle tre grandi tradizioni monoteiste. Ed è un’idea che ci ha lasciato in eredità: è morto, infatti, poche settimane prima dell’inaugurazione di questo museo, nel 2005».
Ciò che colpisce di più in questa esperienza è la solidità del progetto. I singoli pezzi esposti - oggetti di uso liturgico, ma anche opere create ad hoc da artisti contemporanei - sono tutti funzionali a un’idea. Si va dal Cristo davanti a Pilato di Rembrandt (di cui al museo è esposto un acquaforte) a un prezioso elemosiniere ligneo intagliato proveniente da una moschea dell’India, da un rotolo della Torah che porta ancora i segni della persecuzione nazi-fascista alla rappresentazione del male nell’Adamo piangente dello scultore Francesco Messina. Il tutto in un percorso di tredici sale che - partendo da temi comuni come lo sguardo sul creatore o il rapporto con il Libro -, portano piano piano a conoscere dal di dentro ebraismo, cristianesimo e islam. Fino all’ultimo tratto del viaggio, quello che conduce ad affrontare le grandi domande che nessuna religione può eludere: i male, la morte e l’al di là.
È un percorso estremamente serio - dunque - quello proposto al visitatore che si addentra nella Rocca. Frutto di un incontro fecondo tra istituzioni religiose, mondo accademico e realtà locale. «Il museo - spiega Bertoni - è retto da una fondazione al cui interno sono presenti la diocesi di Forli-Bertinoro (a cui appartiene la Rocca), l’Università di Bologna e il Comune di Bertinoro. C’è poi un comitato scientifico insieme al quale tutto l’allestimento è stato pensato; ne fanno parte lo storico dell’ebraismo Mauro Perani, l’islamista Paolo Branca e don Erio Castellucci, della Facoltà teologica dell’Emilia Romagna». Il materiale esposto relativo al cristianesimo proviene in buona parte dal vecchio museo diocesano della piccola diocesi di Bertinoro, accorpata a quella di Forlì nel 1986. Per l’ebraismo è stata invece la Comunità ebraica di Ferrara a donare molto del materiale: si tratta soprattutto di arredi sacri provenienti dalle piccole comunità della Romagna spazzate via dalla persecuzione nazista. Per l’islam, infine - di cui storicamente non esisteva una presenza sul territorio - il museo è ricorso al mercato antiquario, reperendo pezzi provenienti soprattutto dall’India e dalla Persia. Molto, però, è stato anche creato appositamente: una sala ripropone l’ambiente di una sinagoga, un’altra guida all’incontro con una famiglia ebraica nel giorno della Pasqua, in una sala è stato ricostruito l’interno di una moschea (vi hanno lavorato insieme una ceramista greco-ortodossa e un calligrafo sunnita), un’altra visualizza in maniera molto efficace i cinque pilastri dell’islam attraverso altrettanti oggetti simbolici.
Il quadro che alla fine emerge è quello di tre religioni che si ospitano a vicenda. Dove ospitalità diventa in qualche modo una parola chiave, perché richiama proprio la storia di Bertinoro. Il simbolo locale è, infatti, la medievale Colonna delle Anella che sorge in mezzo alla piazza comunale e sta a significare la virtù dell’accoglienza: secondo la leggenda - infatti - i dodici cerchi in ferro che spuntano da questa colonna corrispondevano alle dodici famiglie dei nobili della città. E a seconda di quale «anella» sceglieva il forestiero per legare il suo cavallo, ci si spartiva il privilegio di ospitarlo in casa propria. Come tante leggende medievali il simbolo della Colonna a Bertinoro è diventato l’occasione per una festa dell’ospitalità, che si tiene ogni anno all’inizio di settembre. Ma forse oggi c’è anche un’accoglienza più profonda da ritrovare, ed è appunto quella che il Museo interreligioso con i suoi simboli vuole riproporre. In un territorio dove - tra l’altro - oggi sono ormai parecchi gli immigrati musulmani che lavorano nel distretto della ceramica. E dove - viceversa - le tracce importanti lasciate dall’ebraismo rischiano di scomparire.
Anche su questo la storia di Bertinoro ha qualcosa di importante da dire. Perché anche l’antico borgo aveva la sua Giudecca. Qui, intorno alla metà del XV secolo, visse ‘Ovadyah Yare, un letterato ebraico figlio di un banchiere. Nel mondo ebraico è noto per il suo commento alla Mishnà, il testo che raccoglie la dottrina dei maestri e che costituisce una buona parte del Talmud: ancora oggi la tradizione rabbinica cita le sue annotazioni chiamandolo il «Gran Bertinoro». Ma dalla Romagna ‘Ovadyah poi partì per andare a stabilirsi a Gerusalemme, dove già allora gli ebrei orientali vivevano come minoranza sotto i mammelucchi. Dalla Città Santa inviò tre lettere a suo padre Abramo. Testi interessantissimi per la descrizione che offre del suo viaggio. Ma anche per un’annotazione che richiama ancora una volta il tema dell’ospitalità: «I musulmani - scrive a un certo punto - non perseguitano affatto gli ebrei. Sono pieni di sollecitudine verso chi è straniero, e in particolar modo verso chi non conosce la lingua; se vedono molti ebrei insieme non ne sono infastiditi. Se in questo Paese vi fosse un uomo saggio e avveduto alla guida dello Stato, potrebbe governare e far da giudicae tanto agli ebrei quanto ai musulmani».
L’ospitalità di Bertinoro è la stessa della Gerusalemme pacificata: è questo, alla fine, il messaggio più profondo che il Museo interreligioso vuole trasmettere. Un gioiello già molto visitato dai ragazzi delle scuole dell’Emilia Romagna, ma che ora prova ad aprirsi anche a un respiro un po’ più ampio. Nel 2007 ha accolto ospiti importanti come l’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, e i cardinali Tarcisio Bertone e Jean-Louis Tauran. Nel 2009 qui hanno fatto tappa i giornalisti della Fisc, la federazione dei settimanali diocesani italiani. E ora c’è in cantiere anche una nuova iniziativa: un premio nazionale rivolto a iniziative di dialogo interreligioso che dovrebbe essere lanciato proprio nelle prossime settimane. Parte dalle colline della Romagna la via della bellezza. Ma ha anche tutte le potenzialità per portare l’incontro tra gli uomini delle diverse religioni anche molto lontano.

Saperne di più

Per conoscere meglio il Museo interreligioso di Bertinoro sono a disposizione due strumenti:
-    il  libro «Il dialogo interreligioso come fondamento della civiltà», a cura di Enrico Bertoni (Marietti 1820, Genova 2009). Il volume contiene anche gli interventi pronunciati dall’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, dal rabbino capo di Ferrara Luciano Caro e dal presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, cardinale Jean-Louis Tauran, durante la giornata di studi promossa a Bertinoro nel 2007;
-    il sito www.museointerreligioso.it attraverso il quale è possibile anche compiere un viaggio attraverso le tredici sale del museo.

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