Avevo giá sentito parlare dello sfruttamento del lavoro domestico, ma solo quando Nice, Sueli e Jucilene cominciarono a raccontare l'umiliazione quotidiana durante le ore di lavoro in casa-famiglia, sono riuscita a capire che cambiamento poteva rappresentare per loro il Progetto. Ero solita fermarmi con loro nella fabbrica, mentre chiaccheravano, confezionando pannolini infantili: quel pomeriggio, Nice mi sembrava strana, pallida, il volto abbattuto e gonfio. Aveva lavorato in un hotel della città, in quel fine settimana, diciotto ore ininterrotamente, lavando pentole per una miseria di reais, con cui avrebbe arrotondato il compenso ricevuto nel Progetto. «Quanta roba ho visto buttare, irmã! I piatti passavano ancora mezzi pieni e non potevamo mangiare niente...». Con cinque figli da mantenere, Nice aveva bisogno di quei soldi, ma la fatica sperimentata le aveva fatto toccare con mano la differenza di ciò che viveva nel Progetto. Si sa, uno sfogo tira l'altro e nel giro di un'ora venivo a conoscenza del mondo del lavoro femminile, dei soprusi e delle ingiustizie, della rabbia di non avere alternative e di dover soccombere all'oppressione quotidiana, senza alcun diritto da rivendicare, visto che la maggior parte delle donne lavora in nero. Anche Jucilene aveva la sua triste esperienza da raccontare. La sua padrona alla fine del mese si era giustificata di non poterle pagare le ore lavorative perché nel corso del mese aveva fatto qualche spesa in più. «E a me chi paga la luce e l'acqua? Ma domani vado là con le bollette!». Una fierezza sofferta si stampava sul suo volto, sapeva che reclamare per i propri diritti avrebbe voluto dire perdere il lavoro. Sueli, che ben capiva la situazione, mi spiegava: «Irmã, nel Progetto abbiamo imparato il valore del nostro lavoro e di noi stesse, e non siamo più disposte a lasciarci schiacciare».